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giovedì 18 luglio 2019
 
Olimpiadi, il ritratto
 

Chi è Sofia Goggia, prima azzurra oro olimpico in discesa libera

22/02/2018  La vita, gli infortuni, le passioni, i libri. Nel marzo scorso alla fine dell'ultima Coppa del mondo si è raccontata così a Famiglia Cristiana

La copertina di Fc del numero 12 del 2017 con l'intervista a Sofia Goggia.
La copertina di Fc del numero 12 del 2017 con l'intervista a Sofia Goggia.

Il circo bianco è il mondo di Sofia, ma non è tutto il suo mondo. Lo si capisce appena parla, pescata acrobaticamente via Facetime, incrociando il poco tempo in comune tra le nove ore di fuso, appena atterrata dalla Corea del Sud a Squaw Valley, Stati Uniti. Lo si capisce non solo per le cose che dice ma per come le dice. «Ho iniziato a Foppolo, a quattro anni, per lo sfinimento emotivo di mia madre. Non ne poteva più di sentirmi piangere perché volevo imparare a sciare come mio fratello di sei. Ha resistito una stagione poi s’è arresa».

Nell’espressione “sfinimento emotivo” c’è molto dell’esotismo di Sofia Goggia, cittadina di Bergamo Alta, prestata alla neve per scelta e per amore, con mamma insegnante di Lettere e papà ingegnere civile che s’immaginavano per la loro bambina un futuro diverso, ma che le hanno lasciato scegliere il suo: una discesa con la strada segnata da troppe risalite impervie.

«Quest’anno sono arrivata al bronzo mondiale e a due vittorie e 9 podi in Coppa del mondo, ma prima ci sono state quattro operazioni alle ginocchia. Mia mamma ha dovuto fare un po’ pace con la mia scelta: pensava che fosse stato lo sci a farmi tutto questo, non gli errori miei come invece è stato. E ne soffriva più di me, perché un genitore non vorrebbe mai veder soffrire un figlio: si chiedeva e mi chiedeva se ne valesse la pena».

E Sofia a insistere che sì, ne valeva la pena, che il tempo di prendersi quella laurea in Scienze politiche, cui è iscritta, sarebbe venuto ma non prima di avere chiesto il risarcimento del tributo pagato alla neve: «Mi ha mandato avanti la passione, che non ho mai perso anche se ho avuto un momento difficile tre anni fa: ero sfinita, mi sembrava di inseguire la persona che non ero più. Non tanto dal punto di vista fisico: il corpo, se tutto va bene, guarisce, ma psicologicamente. Durante la riabilitazione, difficilissima, ho dovuto imparare ad accettarmi con le mie debolezze».

A guardarla nel crescendo che l’ha portata al bronzo mondiale in gigante a Sankt Moritz e alla doppietta in discesa e superG sulla pista olimpica del 2018 si direbbe che le abbia trasformate in forza. E che abbia persino metabolizzato in fretta l’attimo di smarrimento in avvio del suo primo Mondiale tra le favorite: «Al superG non mi sentivo io, mi spiace non tanto per il risultato, ma per non essermi data la possibilità di giocarmela».

TRA LE DONNE DA BATTERE

Sa che la difficoltà era nel non essere più sconosciuta, ma non vuole scuse: «Diamo la colpa alla pressione quando non siamo capaci di gestire le nostre emozioni: ma il problema è dentro, se resti concentrata su quel che devi fare, la pressione esterna non la senti quasi. Dopo il quarto posto in discesa, il gigante era l’ultima cartuccia. Non pensavo più alla medaglia. Certa di avere già bruciato le mie occasioni, ero tranquillissima. Quando poi mi sono trovata seconda dopo la prima manche ho pensato alla Sofia bambina che sognava. Le ho detto: “Avresti mai immaginato di arrivare qui con il secondo tempo di manche? Goditela, se la medaglia deve arrivare arriva”. Non avevo un briciolo della tensione che vedevo in viso alle mie rivali».

Vien fuori l’anima dello sci alpino, il più imprevedibile degli sport, inŽfluenzato da mille fattori, il clima, la neve, i materiali, ma di un’individualità feroce: «Più sportività o più rivalità? Dipende dalle persone: con Ilka Stuhec, con cui me la gioco sempre, ci vogliamo bene. Tra le sciatrici ricorrono due atteggiamenti contrapposti: c’è chi, avendoti davanti, muore d’invidia; ma, come il rammarico, è una dose di veleno che uccide prima chi la prova. E c’è chi, temendoti sugli sci, ti rispetta. Mi riconosco nel secondo punto di vista: se una va più forte di me la rispetto e la stimo perché vuol dire che è arrivata dove io non sono riuscita, posso solo imparare. Mi sento fortunata, non provo invidia, se ho un gap, ci metto grinta, tenacia, lavoro per colmarlo».

A sentirla si direbbe che con il nome le abbiano imposto alla nascita la saggezza, ma So€fia, nomen omen, pragmatica ammette: «È una conquista che si fa crescendo: guardando gli altri siamo tutti bravi a capire che cosa si deve fare, a dare consigli; quando ci sei dentro magari sai anche qual è la strada, ma ti lasci prendere dell’emotività e non ascolti la ragione. Ai tempi della Coppa Europa ero un cavallo pazzo che correva senza usare la testa».

PRESA DI COSCIENZA

  

È stato proprio in un momento di forzata pausa dovuto all’irruenza che ha capito dove sarebbe voluta arrivare: «Ero infortunata, guardavo in Tv l’Olimpiade di Vancouver 2010. Ho visto Lindsay Vonn vincere la libera e buttarsi per terra esplodendo in un grido di gioia con le mani raccolte, le racchette fuori. Ho pensato: farò il possibile per toccare anch’io il cielo con un dito una volta così. Certo non immaginavo che sette anni dopo avrei battuto due volte in due giorni proprio lei, la sciatrice più vincente della storia».

Anche se riannodando a ritroso il fi€lo dei pensieri si scopre che qualche segnale che potesse essere quella la volta buona c’era stato: «Dopo la discesa libera dei Mondiali, dove ero arrivata quarta, ho pianto €fino allo s€finimento. Mai accaduto per una gara».

Di lì un sentimento di rivalsa: «Ci vediamo in Corea. A Jeongseon dopo la ricognizione della discesa ho detto al mio allenatore: “Qua si vince”. Poi però in prova ho sempre saltato una porta e Lindsay Vonn mi era sembrata così superiore che ho pensato più realisticamente di poter arrivare seconda. E invece ho vinto tutte e due le gare davanti a lei: pazzesco. Lo sogni una vita e arriva quando non te lo aspetti».

A €fine marzo il circo bianco si ferma, €finalmente si scende, ma per poco: «Due settimane di stacco, che immagino più mediatiche del solito, e poi si parte con la preparazione a secco».

Una vita in un frullatore, la de€finisce un “rush”, che vuol dire insieme corsa, scarica, volata. «Ma sono una persona normale che ama stare con le persone cui vuole bene, anche un po’ solitaria: mi piace leggere, cerco di farmi una cultura anche se studiare in modo sistematico è complicato».

«Libri in valigia ora? L’arte della guerra, l’ho appena €finito: senza infamia e senza lode. Le poesie di Keats, sempre con me. Lettera sulla felicità di Epicuro. Il matrimonio del cielo e dell’inferno di William Blake. Adoro la letteratura inglese di metà Ottocento: se rinasco voglio che sia in un romanzo di Jane Austen».

Una provvista inconsueta per lo sport, da cui si capiscono tante cose, anche le massime latine che a volte fanno capolino nelle interviste. Su tutte Nec recisa recidit (“Neanche spezzata retrocede”): «Non ho studiato il latino ma mi piacciono i detti, rendono concetti con ef€ficacia. È il motto, dannunziano, della Guardia di fi€nanza. Mi sa che tanti non sanno che cosa vuol dire». Lei, che si è spezzata tante volte, sì. Sulla pelle.

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