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Suor Lucia Benedetta Rabbitto: calcio e fede, così scatta il contropiede

12/10/2017  Cos’è più efficace di un pallone per parlare ai ragazzi di un quartiere “sgarrupato”? Lo sa bene la suora-mister: «Il campo è il loro riscatto, l’occasione per sentirsi amati»

San Giovanni Bosco, Insigne e Hamsik sono i “santi protettori” dell’oratorio del centro storico di Castellammare. La cittadina sorge dall’altra parte del golfo rispetto a Napoli, a pochi chilometri di distanza dalla costiera sorrentina. L’oratorio è nel cuore del paese, in un dedalo di viuzze, tra palazzi “sgarrupati” che ancora portano le ferite del terremoto dell’80, e la fonte dell’acqua della Madonna, vicino al santuario dedicato alla Vergine di Porto Salvo, che fornisce un’ottima acqua minerale. In un vicoletto buio alcune frecce indicano la direzione dei piedi e del cuore − Andiamo a pariare (divertirci), la parola «fratelli» e «benvenuto» in tutte le lingue −, introducendo all’enorme spazio rettangolare in terra battuta ricavato tra i palazzi del centro storico: da un lato l’antico seminario dei Gesuiti, dall’altro abitazioni con i panni stesi ad asciugare.

Recinzione, porte professionali, riflettori e al centro una cinquantina di ragazzi dagli 11 ai 13 anni che fanno allenamento in divise da calcio dai colori diversi («gli sponsor li raccattiamo qua e là»). Quasi tutti hanno i capelli con il taglio secondo la moda imposta dai calciatori di successo, ciuffo lungo o cresta con rasatura alla marines. Nessuno trascura un sorriso o una parola scherzosa per l’autorità indiscussa in campo: un metro e cinquanta di altezza, saio marrone, sandali, occhi neri, gioiosi e sveglissimi, suor Lucia Benedetta è “la mister”.

Quando cinque anni fa hanno visto scendere in campo ’a suora, perplessità e risatine non sono mancate. Sono bastati pochi palleggi e una serie di indicazioni precise su come eseguire gli esercizi di allenamento e imparare schemi e impostazioni di gioco che l’autorevolezza è stata conquistata. «La storia si ripete ogni volta che andiamo in trasferta: gli avversari li vedono scendere dal pulmino guidato da una suora e cominciano a prenderli in giro. Loro non raccolgono e giocano come sanno». Dopo 7-8 gol di vantaggio c’è sempre qualcuno che si toglie il sassolino dalla scarpa: «Chest’è a suora…».

Lucia Benedetta Rabbitto, 42 anni, siciliana di Ispica, in provincia di Ragusa, ha due grandi passioni: Gesù Cristo e il calcio. «Da piccola, più che la chiesa, frequentavo la piazza, dove giocavo a pallone». Poi a un campo in Albania, dove va come volontaria, conosce la congregazione delle Alcantarine, nate 150 anni fa proprio nel centro storico di Castellammare. «Il nostro fondatore vide qui quello che ancora c’è: un quartiere ferito da usura, prostituzione, analfabetismo. Qui si vive di quello che la strada ti offre, non c’è lavoro, e i bambini crescono per strada, dove rischiano di finire in giri non buoni, a rubare o a giocare “la bolletta”, cioè a fare le scommesse clandestine, proprio come gli adulti. L’abbandono scolastico è altissimo, molti di questi ragazzi non riescono neanche a prendere la terza media».

Fare azione catechetica ed educativa in questo contesto, si sono dette Lucia e la consorella, Gabriella, insieme a don Salvatore e don Antonino, i due parroci della zona, voleva dire pensare a qualcosa di diverso dal tradizionale catechismo. Così, «oltre ai gruppi di catechesi e di Azione Cattolica che pure ci sono nelle nostre chiese, questa esperienza oratoriale è un tentativo di creare un modulo per una formazione diversa rivolta a chi in parrocchia non ci mette piede», dice don Antonino Esposito, parroco della cattedrale intitolata a santa Maria Assunta e san Catello, patrono della cittadina.

«Facciamo interventi prima di tutto di amicizia: c’è il doposcuola e poi gli allenamenti, tre volte a settimana», dice Lucia. Sono oltre 200 i ragazzi, dai 6 ai 18 anni, che tre volte a settimana si alternano nei turni per fasce di età. «Durante l’anno cerchiamo anche di fare laboratori, con i presepi nel periodo natalizio».

Quest’estate, per la prima volta, trentasei ragazzi sono stati portati a un campo scuola, in provincia di Potenza. «Sono stati bravissimi, mi hanno commossa per la passione che ci hanno messo. Sono di una semplicità che ti lascia a bocca aperta, perché sanno cogliere l’essenziale». Continua: «Ho visto un’eccezionale capacità di aiutarsi a vicenda. Tra di loro si chiamano fratemu, fratemu cugin, perché è vero che sono tra loro fratelli, più di quanto noi non ci sforziamo di essere, tra suore, laici impegnati. Sanno fare squadra».

SENTIRSI A CASA

Il responsabile della Pcs (Polisportiva centro storico Stabia) è Massimo Caner, che ha collaborato con i Salesiani, fino a quando non sono andati via da Castellammare. «Massimo dice sempre che questi bambini sono schiacciati dappertutto, a casa e per strada. Qui, invece, possono essere alla pari. Il campo diventa per loro un riscatto». Non è l’ambizione di vincere, ma il fatto di sentirsi a casa. A volte, dice Lucia, dietro una semplice richiesta − «Suora, mi guardi quando tiro la punizione?» − c’è una domanda più profonda. «Essere guardati è ciò che il Signore fa con noi: ti fa rendere conto di essere amato, desiderato, voluto... in una semplice azione, vedo tutta la potenza educativa. Ti guardo, ti riconosco e ti stimo per quello che sei e che puoi fare... questa è la vera catechesi che facciamo con loro. E questo passa».

I “NO” CHE AIUTANO

  

In mezzo al campo i ragazzi corrono coordinati da alcuni volontari, come il figlio di Massimo, Leonardo Caner, Mauro Pinto e Luciano Donnarumma. «Non è facile trovare qualcuno che voglia venire a fare volontariato in questa zona», dice don Antonino. Lucia è “la suora”, una figura autorevole che riesce a farsi rispettare anche per i suoi “no”. E raccoglie l’affetto di ragazzi costretti a diventare adulti troppo presto. Quando li incontra per strada non passa inosservata, il saluto parte da dieci metri di distanza. «La cosa più bella è accaduta con Raffaele. Mi incrocia, mi saluta e mi fa gli auguri. Era la festa della mamma».

Ecco, spiega Lucia, i ragazzi «sanno cogliere che, al di là di quanto sappiamo dire e progettare, “perdiamo” il tempo con loro, come si dice qui. È quel quotidiano dello stare accanto che, come una goccia d’acqua, fa passare nel cuore quell’amore che non si dimentica». L’incontro in campo spesso segue a quello nella comunità delle religiose, a una tombolata o una pizza condivisa. «È importante anche per loro avere un luogo dove sai che c’è qualcuno che ti educa, ti sta dietro, ti sa dire dei no».

La preparazione ai sacramenti, per alcuni di questi ragazzi, avviene con incontri di catechesi individuali. Chi frequenta l’oratorio sa che non è una polisportiva qualunque: «La nostra preghiera è l’angelo custode. Preghiamo per chi ci sta accanto e per i bambini che sono in ospedale. Sono attentissimi alle situazioni di disagio, ne percepiscono la profondità». Alcuni sono figli di ergastolani, pluriomicidi, ma «so che nulla può ostacolare l’amore di Dio. Per questo bisogna fargli arrivare il messaggio che possono fare altro nella vita. Devono avere una spinta che gli dice: “Tu puoi!”». Con questa forza è possibile sperare anche nei miracoli. A breve il campo di terra battuta − che pochi anni fa era una discarica di frigoriferi, motorini rubati, spazzatura e liquami fognari («ci sono voluti 60 mila euro per ripulirlo») − sarà coperto da un manto di erba sintetica, dono della onlus Agata Smeralda di Firenze.

Lucia è emozionata, ma non sorpresa. Le parole della Bibbia che si porta dentro e su cui fonda la sua vita sono due: «Il capitolo 43 di Isaia, “Tu sei prezioso ai miei occhi, degna di stima, io ti amo” e il “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò”. La preziosità dell’uomo e la conoscenza che Dio ha della sua stanchezza». Su questa fiducia vale la pena continuare a lottare. E a tirare calci per andare avanti.

Foto di Roberto Salomone

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