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Trentino, nell’antica chiesetta la fede è dolce

13/09/2018  Santa Romina, nella valle del Vanoi, è uno dei beni più preziosi e interessanti del Trentino. In agosto pellegrini e abitanti vivono insieme la Pasqua mariana dell’estate

Rappresenta una delle tradizioni estive più longeve della religiosità dolomitica quella che in agosto si rinnova in un pugno di case della valletta del Vanoi, racchiuse attorno a una chiesetta speciale,  l’unica di tutto il Trentino a forma esagonale. Un gesto molto antico, parallelo ad altri riti della fienagione in questa vallata del Primiero coronata dalla catena del Lagorai e dalle Pale di San Martino.  

Affonda la sua origine nel Settecento, quando gli abitanti dei masi a 1200 metri della località Lozen (oggi frazione di Zortea, comune di Canal San Povo) avvertirono il bisogno di radunarsi in un luogo di ringraziamento durante le lunghe giornate dedicate a “fare il fieno” e sempre minacciate da possibili eventi avversi, grandinate e temporali.

Quel “parafulmine” voluto dalla fede dei contadini del Vanoi fu dedicato alla preghiera alla Madonna Ausiliatrice, anche se col tempo assunse la denominazione popolare di “chiesetta di Santa Romina”, ed è ancora oscuro agli storici locali questo riferimento.

Altrettanto misterioso e affascinante è perché la costruzione sia stata realizzata in forma esagonale, un unicum in tutta la diocesi: forse per mantenere una centralità che guardasse in ogni direzione ai masi sparsi dell’altopiano, forse per ripresa di alcuni modelli ispirati al battistero, fonte di ogni vita ecclesiale.

Oggetto di studi approfonditi anche per questo motivo,  la chiesa costituisce «uno dei beni più preziosi e interessanti del Trentino, dopo Castel Thun in val di Non», a detta dell’architetto Sandro Flaim, già responsabile dell’ufficio Beni culturali della Provincia autonoma di Trento. Al punto che un restauro radicale, a regola d’arte, è stato realizzato nel 2010 su richiesta del sindaco Luigi Zortea, conferendo a questo gioiello artistico l’aspetto originario.

E davvero originale è la policromia esterna determinata da un curioso episodio messo in luce dalla ricercatrice Adriana Stefani: nel 1963, segnalando il degrado delle sei pareti, l’allora parroco don Dario Marzadri chiese che gli intonaci venissero rimessi a nuovo dai residenti, ma non avendo a disposizione colori sufficienti, ognuno offrì quello che teneva in casa e quindi i pittori s’inventarono una strana campitura in diagonale, rispettata dai restauratori: sembra una moderna tenda gialla, arancione e ocra, piantata nell’erba.

«Ricordo bene quanto quelle trenta famiglie di contadini vivessero con intensità la stagione della fienagione», racconta il villeggiante ottantenne Paolo Cavagnoli, «e quanto fossero fedeli alle Messe per invocare l’aiuto della Provvidenza.  Una lezione di autentica fede».

A Ferragosto, residenti e turisti vivono la Pasqua mariana dell’estate: un’ora di dolce salita, con il rosario in mano e un sano silenzio per lasciar cantare i ruscelli.

Prima due edicole votive, poi la tappa più suggestiva in località Fagheron, sotto il mantello di un faggio secolare, pungolati dalla lettura della Laudato si’. «È un privilegio contemplare il creato in queste valli» osserva il parroco don Nicola Belli, «ma è anche un richiamo alla responsabilità di coltivare la bellezza anche nelle relazioni fra di noi e nel rapporto con il Signore». E dopo il cammino a piedi i pellegrini si fermano a condividere un bicchiere di arrivederci all’estate prossima.

Foto di Gianni Zotta

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