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martedì 20 agosto 2019
 
Congresso Mondiale delle Famiglie
 

Verona, dopo tante parole aspettiamo i fatti

01/04/2019  Delle giornate del Congresso rimangono cose buone e meno buone. Di positivo segnaliamo la Dichiarazione finale, magari non tutta condivisibile, ma con la "messa in fila" di una serie di valori e criteri e richieste su cui la politica possa interrogarsi. Di negativo, la percezione che il Congresso fosse solo preoccupato di dire e non di ascoltare.

I partecipanti alla Marcia della Famiglia il 31 marzo 2019, l'evento conclusivo del Congresso di Verona.
I partecipanti alla Marcia della Famiglia il 31 marzo 2019, l'evento conclusivo del Congresso di Verona.

Le giornate del XIII Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona si sono finalmente concluse,  e nessun evento catastrofico si è realizzato. L’Italia non è stata occupata manu militari da pericolosissimi clerico-fascisti, o russo-sovranisti, o ultradizionalisti ultraconservatori. Ma nemmeno orde di femministe rabbiose o schiere di abominevoli LGBT hanno occupato, con manu altrettanto militari, gli spazi del congresso, impedendo la parola. Almeno in questo un buon risultato si è ottenuto: gli estremisti non hanno vinto. Però rimangono i residui tossici di un dibattito che è stato per molti versi paradossale.

Delle giornate del Congresso rimangono cose buone e meno buone, come in quasi tutti gli eventi di questo mondo: di “buono” restano molte buone pratiche di politica familiare raccontate da molte parti del mondo,  che normalmente sui nostri media vengono tranquillamente censurate, e anche La Dichiarazione finale, che magari non sarà tutta condivisibile parola per parola, ma almeno mette in fila una serie di valori, di criteri, di richieste su cui la politica e le grande agenzie internazionali possono e devono interrogarsi. Di “meno buono” rimane la sensazione di un esercizio muscolare, di un tentativo di affrontare temi controversi e delicati con il solo obiettivo di definire confini, di porre limiti, di allargare fossati, anziché assumere la complessa sfida delle “terre di mezzo”. Parlare e dialogare con tutti, nella certezza dei propri valori, ma anche rischiando almeno l’ascolto. Ecco, forse la cosa che è mancata di più, il “meno buono” (che a volte è stato proprio “non buono”) è la percezione che il Congresso fosse solo preoccupato di dire, e non di “ascoltare”. Il che è la negazione della dimensione relazionale dell’essere umano, di quell’amore della differenza che sola consente a ognuno di noi di incontrare l’altro.

D’altra parte, stupisce - e un po’ anche scandalizza – il grave e intenso tentativo di censura preventiva che si è scatenato “contro” l’evento di Verona da parte di troppi personaggi del nostro mondo politico, mediatico, associativo. Un fuoco di sbarramento condito di stereotipi spesso feroci: “ultracattolici”, ultraconservatori”, “medioevali”, “sfigati”, “fuori dalla storia”, “nemici delle donne”…. Tutto troppo accanito, troppo esagerato, e in ultima analisi perfettamente speculare al “non buono” del Congresso di Verona. La tesi di fondo è stata, con linguaggi più o meno diplomatici: «rifiutiamo i valori di chi promuove questo congresso, che QUINDI non deve avere diritto di parola». Anche in questo caso, niente ascolto, niente voglia di dialogo, ma solo una sentenza sommaria, a colpi di slogan: «non meritano la democrazia della libertà di espressione».

 

Un momento del corteo di protesta nei confronti del Congresso Mondiale delle famiglie svoltosi a Verona il 30 marzo.
Un momento del corteo di protesta nei confronti del Congresso Mondiale delle famiglie svoltosi a Verona il 30 marzo.

Così, nella “terra di mezzo” non c’è andata quasi nessuna delle parti in causa, accettando la fatica della difficile ricerca di uno piccolo spiraglio di possibile dialogo; tutti sono rimasti chiusi nei loro bunker, a cannoneggiare le postazioni degli altri, e anche la terra di mezzo. Peccato che nella terra di mezzo ci siano accampate proprio le famiglie, che si sono trovate in mezzo al fuoco incrociato, anziché essere coinvolte in spazi di incontro e di composizione delle differenze.

Tre brevi riflessioni conclusive, che forse possono servire a guardare “dopo Verona”.

A chiunque intervenga su questo tema (e quindi anche a questo intervento, che state leggendo) viene chiesto di schierarsi, in un derby tra tifoserie in cui tutti sono destinati a perdere. Ma è una prospettiva sbagliata: in tempi di contrapposizioni così drammatiche sull’idea stessa dell’umano, di persona, di dignità, servono coraggiosi esploratori delle differenze, che sappiano addentrarsi nelle terre di mezzo, più che esperti difensori di fortezze imprendibili. Anche perché, poi, nelle fortezze imprendibili resteranno solo i soldati: la vita dei popoli – e delle famiglie - starà certamente altrove

La seconda riguarda la responsabilità di entrare nel merito, rispetto ai temi in gioco, anch’essa vittima del fuoco incrociato mediatico, sfida che pochi hanno accettato. Così, lo scandalo dell’utero in affitto, sollevato dal Congresso di Verona, è stato bellamente ignorato da chi difendeva “altri diritti”, senza curarsi di quante donne siano sfruttate economicamente e nel vivo della propria carne da questa iniqua pratica. Davvero non se ne può parlare?

Anche sulla “cattolicità” dell’evento ci si è fatti prendere la mano dalle tifoserie. Il World Congress of Families è da sempre un progetto frutto di enti e organizzazioni internazionali di molteplici orientamenti (protestanti, chiesa ortodossa, soggetti ispirati alla laicità), in cui l’identità cattolica è stata sempre marginale (pur se presente). Nel nostro Paese, invece, è diventato subito un problema di “cattolici contro”, di “cosa dice la Chiesa”, di pronunciamenti di vescovi e della Cei, e, inevitabilmente, di “cosa dice Papa Francesco”.  Così anche la Chiesa, come la famiglia, diventa strumento di uno scontro di tifoserie, anziché soggetto che vive nella storia. Il che dice anche di una certa tentazione, dura a morire nel nostro “piccolo mondo di cattolici”, di scomunicarci reciprocamente, se l’altro non la pensa come me su temi rilevanti (che siano la famiglia, l’aborto, la tutela del creato, l’accoglienza dei migranti, la riduzione delle spese militari….). Che è una delle debolezze che rende sempre più irrilevante il nostro essere “lievito nel mondo”; o, se preferite, la nostra capacità di essere generativi e fertili nel nostro essere “Chiesa in uscita”.

 

*Direttore Cisf (Centro internazionale studi famiglia)

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