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sabato 17 novembre 2018
 
Nel segno di don Tonino
 
Credere

Vito Alfieri Fontana: da costruttore di mine a sminatore

19/04/2018  Titolare di un’azienda che produceva armi, si è convertito dopo un incontro sulla pace voluto da don Tonino, ha venduto l’azienda e per 17 anni si è dedicato a bonificare il mondo dai “frutti maledetti” che aveva seminato

Don Tonino Bello gli ha cambiato, letteralmente, la vita. Anche se lui − Vito Alfieri Fontana, barese, 67 anni − il “vescovo col grembiule” non l’ha mai incontrato a tu per tu. «Mi chiamarono nel 1993 (don Tonino era presidente di Pax Christi, ndr) per un incontro sulle mine antiuomo», racconta Vito. «Ma, essendo già malato, non poté essere presente (il vescovo morì poco dopo). L’incontro, tuttavia, si fece comunque». Un incontro molto particolare: da una parte centinaia di esponenti del movimento non violento che aveva proprio don Tonino come leader; di là lui, all’epoca “mente” della Tecnovar, l’azienda di famiglia, una delle tre imprese leader in Italia nella fabbricazione di mine anticarro e antiuomo.

Il frutto di quell’incontro è che, quattro anni dopo, persuaso dalle ragioni dei pacifisti, Vito chiude l’azienda, impossibile da riconvertire, preoccupandosi però che i circa 90 dipendenti rimasti possano usufruire degli ammortizzatori sociali di legge. Non è una decisione facile: «Dal punto di vista economico, la situazione mia e della famiglia è molto cambiata, in peggio. Ma fortunatamente da allora e in tutti questi anni ho avuto accanto mia moglie Augusta, un’autentica colonna».

LA PROVOCAZIONE DEL FIGLIO

Il 1997 è l’anno in cui viene firmata la Convenzione internazionale di Ottawa, che proibisce l’uso delle mine e che molti Stati (ma non tutti) si affrettano a firmare e Fontana collabora attivamente con la Campagna internazionale per la messa al bando delle mine antiuomo. Tra le mine progettate da Vito c’è la TS50, particolarmente (e diabolicamente) efficace, tant’è che l’Egitto, che ne acquistò in quantitativi ingenti, l’ha poi rivenduta a molti eserciti attivi in Afghanistan, Iraq, Libano, R.D. Congo, Kurdistan… L’imprenditore barese si rese conto poco alla volta di quanto fosse sottile il confine tra produttore e trafficante d’armi. Ma a dare il definitivo colpo di grazia, ricorda Vito, è stata la domanda a bruciapelo postagli, un giorno, dal figlio. Stava sul sedile posteriore dell’auto e, dopo aver sfogliato un catalogo della Tecnovar, «mi domandò se fossi un assassino».

Una domanda del genere, è evidente, lascia il segno. L’esistenza di Vito prende allora una direzione completamente nuova: da produttore di mine diventa sminatore. Prima in Kosovo, poi dal 2001 a Sarajevo, alla testa del team incaricato di bonificare l’ex capitale bosniaca e le colline circostanti.

Dal dicembre scorso Vito Alfieri Fontana è ufficialmente in pensione perché la legge vieta agli “over 67” incarichi delicati come sminare. Non solo: 17 anni in giro per il mondo a setacciare il terreno con pazienza per raccogliere i frutti avvelenati che egli stesso aveva contributo, in qualche modo, a seminare hanno lasciato il segno. «Immaginate di essere perennemente in apnea, con il fiato sospeso: ogni telefonata provoca un sobbalzo», ricorda. Oggi Vito soffre di cuore e parla con una certa fatica: si avverte che raccontare gli costa, anche se si presta di buon grado a rispondere alle domande di Credere. Persino quelle più intime e personali.

UN COMPAGNO DI VIAGGIO

  

«Per me oggi», afferma senza mezzi termini, ma con grande umiltà,  «don Tonino è un autentico compagno di viaggio. Mi sento come se mi avesse affidato un compito e mandato a realizzarlo. Gli invidio la straordinaria capacità di amare gli altri senza riserve: una caratteristica che ritrovo pienamente anche in papa Francesco». Di don Tonino, negli anni, ha letto alcuni libri: «Sia le poesie, sia testi di commento alla parola di Dio. Una volta in Kosovo me n’è capitata una copia fra le mani: è stata una gioia».

Quanto alla sua storia di fede, Vito esprime gratitudine per i Gesuiti, presso i quali si è formato a scuola: «Mi hanno educato alla pazienza del confronto critico».

È anche grazie alla fede se ha saputo resistere alle lusinghe di mercanti di morte che sono andati a cercarlo in Kosovo per convincerlo ad aprire una nuova fabbrica di mine in Medio Oriente. «A quel punto avevo maturato la convinzione che nel mercato delle mine c’erano dentro tutti e non esistevano buoni e cattivi. Le dico di più: mi è persino capitato di trovare sul terreno mine sperimentali prodotte dalla mia azienda, ma mai messe in commercio (la destinazione era l’esercito tedesco). Chissà chi e chissà come erano finite nei Balcani…».

Aggiunge Alfieri Fontana: «Per me credere significa aderire alla parola di Dio. La fede mi ha aiutato molto e quando la fede si è rivelata debole, è subentrata la carità, che ti porta a rischiare la pelle, ma per un motivo ben preciso». Negli anni passati a sminare in mezzo mondo, confida, «ho trovato pochi cattolici nelle organizzazioni umanitarie impegnate nei diversi Paesi. Ma quelli che ho incontrato si sono rivelate persone molto credenti».

IL DOCUMENTARIO

Qualche anno fa la storia di Vito Alfieri Fontana è diventata un documentario, dal titolo Il successore: «Diretto da un giovane regista pugliese, Mattia Epifani, amico di mio figlio», racconta la conversione di Vito e la sua nuova missione. «L’abbiamo girato in soli cinque giorni tra Italia e Bosnia». Un modo, anche quello, per testimoniare quanto il seme gettato da don Tonino abbia dato frutto.

COSA SONO LE MINE ANTIUOMO

  

Pappagalli verdi, grappoli volanti: pur essendo ordigni esplosivi le mine antiuomo si camuffano bene, tanto che alle volte i bambini le scambiano per giochi. Le mine sono dotate di una carica esplosiva che si aziona per la pressione di un veicolo in transito o, semplicemente, di un piede che vi si appoggia. Possono causare vittime civili e continuare a mutilare o uccidere anche molto tempo dopo la fine di un conflitto.

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