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Per gentile concessione dell’editore Mimesis, pubblichiamo la presentazione di Piero Martello, direttore della rivista giuridica on line Lavoro Diritti Europa, del volume Ai, Diritto e Giustizia, dall’Ai Act alla legge 132/2025, a cura di Marco Biasi e Mariano Sciacca, dedicata ai rapporti tra Intelligenza Artificiale e mondo del diritto.


Molti sono gli interrogativi che si pongono ai giuristi di fronte a quella che per semplicità (semplificazione?) e per comodità (pigrizia?) viene chiamata Intelligenza Artificiale (IA).
Quale che sia il senso e il contenuto dell’IA, il peggior approccio è quello della pigrizia, a causa della quale spesso tale realtà viene frettolosamente accettata o acriticamente rifiutata.
La pigrizia spesso induce taluni a rifiutare pregiudizialmente di servirsi dell’IA; e molti altri ad abbandonarsi, pure pregiudizialmente, a una visione fideistica di essa.
Ci si trova così, per dirla con Umberto Eco, di fronte alle due categorie degli Apocalittici e degli Integrati.
I primi, convinti che l’IA non si può conciliare con l’attività del giurista, che sarebbe integralmente e ontologicamente connessa con lo spirito umano e l’attività speculativa, quindi non coniugabile con gli automatismi dell’algoritmo e della tecnologia informatica.
I secondi, con la speranza che la stessa tecnologia sia idonea a alleviarli dalla fatica della ponderazione e della riflessione, che storicamente è stata alla base dell’attività ermeneutica che connota e qualifica il giurista.
Si registrano, quindi, le reazioni opposte degli entusiasti, che prevedono risultati miracolosi; e dei critici che ipotizzano deleteri effetti disumanizzanti.
Cosa dire agli uni e agli altri?
Che è compito del pensiero critico superare manicheistiche posizioni, divergenze fondate solo su pregiudizi dogmatici e acritiche certezze; se non, più semplicemente, su una paura delle novità.
E, quindi, farlo capire a entrambi gli schieramenti.
La via migliore per sottrarsi alla morsa di questa doppia distorsione è quella della conoscenza quanto più possibile approfondita del fenomeno, addentrandosi nelle sue complessità e individuandone luci e ombre, limiti e potenzialità. Solo la piena conoscenza della realtà depurata dal mito può restituire la serenità agli angosciati apocalittici e ridimensionare il fideismo miracolistico degli entusiasti integrati.
Per perseguire tale funzione, la rivista giuridica Lavoro Diritti Europa ha istituito da molti anni una rubrica intitolata alla Transizione Digitale, che ha costruito un percorso di informazione e formazione diretto a realizzare una sorta di “alfabetizzazione” dei giuristi lettori, cui illustrare la reale portata degli strumenti della IA, le opportunità e i confini della efficacia di essa.
Con l’obiettivo di far capire ciò che si può chiedere alla IA e ciò che essa non può dare.


La Rivista ha, così, nel corso degli anni ospitato un gran numero di contributi di esperti di diritto e di informatica, ma anche di altri saperi, realizzando un mosaico di opinioni finalizzato a dare una idea più precisa dei molteplici profili che il tema della IA presenta ai giuristi.
All’interno e nell’ambito di tale rubrica sono stati pubblicati tutti gli articoli che ora vengono riproposti nel presente volume. Il cui valore aggiunto sta nel fatto che la presentazione in un unico contesto dei molteplici punti di vista potrà agevolare nel lettore la percezione della ampiezza e profondità dei profili coinvolti e aiutarlo a rifuggire da rifiuto pregiudiziale o da accettazione acritica.
Certo, la riflessione su tali temi non finirà con questo Volume; e il dibattito, le discussioni, i diverbi e, probabilmente, i reciproci anatemi proseguiranno ancora per lungo tempo.
Se non altro, per il fatto che l’evoluzione dell’IA procederà con i ritmi accelerati che stiamo conoscendo, fornendo nuove prospettive e ponendo nuovi interrogativi, presentando aggiornate soluzioni e imponendo adeguate tutele.
Si tratta di un ambito dai confini sempre varianti per effetto della costante evoluzione della tecnica, cui segue un orizzonte che sempre più si allontana. E che, con periodicità sempre più incalzante, propone nuove sfide e crescenti interrogativi non solo ai giuristi ma anche a tutti coloro che - per ragioni di natura diversa - sono chiamati a confrontarsi con le molteplici realtà sociali: i soggetti collettivi, i professionisti e consulenti, i decisori privati e quelli istituzionali.
Nella consapevolezza che, se loro non si occupano dell’Intelligenza Artificiale, questa si occuperà comunque delle realtà loro affidate, senza domandare il permesso.
Appartiene alla diffusa esperienza il fatto che l’Intelligenza Artificiale è entrata a far parte della nostra vita (professionale e non solo) senza chiedere il nostro parere.
E, quindi, i processi evolutivi o li si gestisce o li si subisce.
La gestione richiede, innanzitutto, che si cerchi di padroneggiare il mezzo informatico e si eviti di delegare a esso compiti che ad esso sono estranei.
Vi sono stati, e vi sono, giuristi che delegano all’IA la funzione più tipica del loro ruolo, quella dell’interpretazione. La delega spesso arriva al punto estremo di irresponsabilità di firmare un atto di causa senza nemmeno aver letto quello che l’IA ha scritto, fino a citare sentenze che non esistono.
Tali casi di “allucinazione informatica” hanno costituito un vero e proprio museo degli orrori che ha portato a severe pronunzie in sede giudiziaria.
Si è verificata una singolare “abdicazione valutativa” che mortifica la funzione tipica del giurista e che potrebbe portare alla cancellazione del suo ruolo.
Valga, per tutti, l’esempio della “giustizia predittiva”, settore che più direttamente riguarda la giurisdizione, in relazione sia all’efficacia e all’efficienza sia alle modalità di esercizio di essa sia ai rischi connessi a un approccio avventato.
Su questo tema si sono formate attese talvolta ingenuamente ottimiste ed esagerate, talaltra previsioni apocalittiche. Ma è fuor di dubbio che in questo settore si possono maturare realistiche prospettive benefiche, che è meglio conoscere nella loro effettiva portata e utilità. La prognosi necessariamente sarà provvisoria perché verosimilmente destinata a essere superata e sopravanzata a breve termine dal vorticoso e incessante sviluppo della tecnica.
L’uso proficuo, non “allucinato”, della IA richiede un accresciuto livello di competenza e di sapere, poiché solo così si potranno porre all’interlocutore informatico i quesiti giusti che consentiranno alla macchina di fornire risposte congruenti.
La qualità delle risposte della IA dipende dalla qualità delle domande che a essa vengono poste.
Ecco perché il rapporto con la IA richiede un alto livello di competenza dell’Umano.
La grande capacità di elaborazione di dati di cui dispone l’IA non è sufficiente a farle superare quella che opportunamente è stata chiamata la “cecità cognitiva”, che le impedisce di cogliere i rapporti causa-effetto; così come non le consente di andare oltre la mera ricostruzione della disciplina esistente e di pervenire a una lettura evolutiva di essa al fine di costruire soluzioni nuove e avanzate.
Questo risultato è e resta (allo stato attuale della tecnica) compito dell’Uomo e della sua “Intelligenza Naturale”, della quale fanno parte la competenza giuridica ma anche l’equilibrio, la sensibilità, le emozioni, i sentimenti, l’etica.
Solo la presenza dell’”Intelligenza Naturale” potrà evitare che la “opacità dell’algoritmo” porti alla lesione dei diritti della persona o, quanto meno, a effetti discriminatori.
In definitiva, la differenza fondamentale fra la tecnologia e l’Umano sta nel fatto che la macchina sceglie, l’uomo decide.
Per una sorta di eterogenesi dei fini, si realizza un rovesciamento di schema in ragione del quale l’IA accentua il grado di competenza che occorre per estrarre dal giacimento immenso di dati il materiale di valore ed evitare le scorie, cioè i contenuti inutili che sono fonte di distorsioni cognitive e di allucinazioni informatiche.
Si determina, quindi, un (solo apparente) paradosso in base al quale sempre più occorrerà sapere che per usare bene l’IA occorre una dose più robusta di intelligenza naturale, umana, (quella vera, l’unica che ha diritto di essere chiamata “intelligenza”).
L’una senza l’altra è cieca; la seconda, senza la prima, è sorda.







