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Bonhoeffer, quale Dio per un mondo che può fare a meno di lui

Ogni estate mi do appuntamento con una lettura impegnativa, che richiede un po' di tempo. Nei mesi scorsi mi sono concentrato su Resistenza e resa di Dietrich Bonhoeffer, nella bella edizione critica della San Paolo. Ho affrontato questo testo, che da tempo mi riproponevo di analizzare, con in testa le parole finali della recensione per Famiglia Cristiana di Eraldo Affinati, uno scrittore per il quale il pensiero del teologo luterano ha avuto un ruolo centrale: "Una lettura che ti cambia la vita".

Bonhoeffer (1906-1945) venne arrestato il 5 aprile del 1943, quando aveva 37 anni, con l'accusa di aver cospirato contro Hitler. Venne ucciso nel campo di concentramento di Flossenburg il 9 aprile del 1945. Mentre era in carcere, scrisse una serie di lettere ai genitori, alla fidanzata e soprattutto a Eberhard Bethge, marito della nipote e anch'egli teologo: fu lui a raccoglierle sotto il titolo, illuminante e denso, di Resistenza e resa

Raramente nella storia della filosofia e della teologia è accaduto di incontrare una compenetrazione fra pensiero e biografia così radicali come nel caso di Bonhoeffer. In altri termini, egli venne arrestato e ucciso dai nazisti per coerenza con le idee che andava elaborando nei suoi libri. Quali sono queste idee?

Centrale nella riflessione del teologo luterano tedesco è il concetto di mondanità. Viviamo in un mondo divenuto adulto, autonomo, soprattutto rispetto all'ipotesi Dio. Ormai ogni fenomeno si spiega, grazie ai progressi della scienza, senza dover ricorrere a un'entità trascendente. In questo senso, Dio è stato cacciato fuori dal mondo, è diventato inutile per "far funzionare" e "spiegare" il mondo. Il nostro è un mondo non-religioso. 

Di fronte a questa evidenza - divenuta ancora più solida in questi ultimi decenni - gran parte della teologia e la Chiesa hanno reagito chiamando in causa un Dio tappabuchi - la parola non è mia, ma di Bonhoeffer -, un Dio inteso come Deus ex machina che interviene laddove ancora sussiste un limite all'azione e alla forza umane. Ad esempio, in quella forma di estrema debolezza che è la morte. E' come se si tentasse di riconquistare l'uomo alla religione ricordandogli che, nonostante tutti i progressi della scienza e l'autonomia dell'uomo, esistono situazioni in cui è ancora debole, bisognoso di aiuto e che solo Dio può venirgli in soccorso. 

Di questa forma di religione, dice senza mezzi termini Bonhoeffer, dobbiamo liberarci con coraggio e senza remore, per la semplice ragione che si tratta di una falsa fede, una falsa religione. Anzi, dobbiamo liberarci della religione, ossia di questo modo fallace e ipocrita di intendere il nostro rapporto con Dio. Il vivere in un mondo diventato adulto ed eo ipso non religioso ci permette di liberarci delle false immagini di Dio, di togliere ogni incrostazione mitologica alla nostra fede e di incamminarci verso un rapporto autentico con Dio.

Paradossalmente, dice il teologo, in questo nascondersi, in questo sparire dal mondo (sparire come Dio tappabuchi, come Deus ex machina che risolve i nostri problemi), Dio si rivela nella sua autentica essenza. Se Dio non è il tappabuchi dei nostri problemi, il Deus ex machina che ci salva laddove ancora l'uomo non è in grado di fare da sé, chi è? Bonhoeffer lo ripete a più riprese: chi è Cristo oggi?

Dio non vuole essere incontrato e conosciuto ai margini della vita, alla periferia della nostra esistenza individuale e della storia collettiva, bensì proprio al centro, nel cuore di esse. Il mondo moderno divenuto adulto non spinge il cristiano ai margini della storia, ma, al contrario, gli chiede di immergersi pienamente, senza riserve, nella vita, nella storia: "I cristiani che stanno sulla terra con un solo piede, staranno con un solo piede anche in paradiso"; "E' al centro della nostra vita che Dio è aldilà. La Chiesa non sta lì dove vengono meno le capacità umane, ai limiti, ma sta al centro del villaggio"; "Dio vuol essere colto da noi non nelle questioni irrisolte, ma in quelle risolte"... E le citazioni potrebbero continuare. 

Mondanità ha dunque un doppio significato: quello che indica che il mondo contemporaneo è autonomo, non ha bisogno di appellarsi a Dio per procedere e quello che indica che il cristiano è chiamato a confrontarsi totalmente con la complessità della storia e dell'esistenza, rifiutando ogni via di fuga in un aldilà malinteso. 

Che cosa resta all'uomo, al cristiano che accetta la sfida di immergersi nella vita, con tutti i suoi insuccessi e fallimenti, le sue difficoltà e i suoi impegni, visto che Dio è stato estromesso in quanto "inutile"? Resta il Dio vero, autentico, non-religioso, quello che appunto sottraendosi si rivela nella sua verità. Ed è, in definitiva, il Cristo crocifisso, il Dio impotente, quel Dio che si è incarnato in un Cristo sofferente. L'uomo-cristiano è chiamato a condividere la sofferenza di Cristo nel mondo, a prendere parte alla sofferenza di Dio nel mondo. 

Immergendosi nella storia, accettando ogni sfida che essa pone, l'uomo trova al suo fianco il Dio sofferente e scopre nell'incontro con Gesù la trascendenza, cioè il suo essere-per-gli-altri, che deve diventare l'essenza del cristianesimo e della Chiesa (e il teologo è radicale nel trarre le conseguenze di questa affermazione per l'istituzione ecclesiastica...). La fede nella Risurrezione, dice Bonhoeffer, non rimanda nell'aldilà, ma nell'aldiqua.

Appare allora chiaro il nesso profondo fra la biografia e il pensiero di Bonhoeffer. Egli fu arrestato e ucciso dai nazisti in quanto sentì di dover agire subito, in questo mondo, nel centro della storia, per fermare Hitler e il suo folle progetto. Di fronte al dispiegarsi del male, un cristiano non poteva restare inerme, indifferente, rimandando a un Dio che avrebbe risolto il problema o un un aldilà in cui sarebbe stata fatta giustizia o un una Risurrezione che avrebbe dato la giusta ricompensa agli afflitti. No, il cristiano si rimbocca le maniche, agisce, lotta, perché è responsabile delle sue scelte già ora, in questa vita. Se vedo un folle che sta lanciando l'auto contro la folla per fare una strage, ho la responsabilità di fare quel che mi è possibile per fermarlo, esemplificava il teologo.

E il credente agisce nella piena consapevolezza che la sua azione ha un limite, è votata allo scacco, al fallimento: esattamente questo significa condividere la sofferenza di Dio nel mondo, partecipare alla sua impotenza. Alla consapevolezza del limite del suo agire, si accompagna però nel cristiano anche la certezza che la sua azione viene affidata alle mani di Dio, a colui che la può portare a compimento: e questa è la vera fede. L'uomo-cristiano si impegna senza risparmio in questa vita affidando al Dio sofferente e impotente la sua azione. 

Credo che la teologia e in generale il pensiero contemporanei non abbiano ancora fatto i conti fino in fondo con le affascinanti "provocazioni", gli stimoli offerti da Bonhoeffer. Ancor più che ai suoi tempi, oggi siamo immersi in un mondo adulto, autonomo, che non sa che farsene di Dio e di una religione che si accontenta di offrire risposte inadeguate agli uomini. E' quanto mai necessario fare i conti con l'assenza di Dio, purificare la nostra fede da immagini superate, caricarci del confronto con il Cristo impotente sofferente. 

L'eccezionale eredità lasciataci da Bonhoeffer - dalla sua vita e dai suoi scritti - attende ancora di essere capita, approfondita, sviluppata. Solo così l'uomo contemporaneo potrà instaurare un rapporto autentico con Dio e definire il suo stare nella storia alla luce di un'autentica identità cristiana.


15 settembre 2015

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