PHOTO
«In oltre 700 a Bari per incontrarsi sul tema Orizzonti Mediterranei, «una direzione, più che un confine», spiega subito il sindaco della città Vito Leccese dando il benvenuto all’Azione cattolica che affolla il Teatro Petruzzelli. Il capoluogo pugliese accoglie e mette in relazione, secondo la sua vocazione e la sua storia, fatta di «incontri di popoli, di accoglienza, di memoria». Quella di Aldo Moro, che qui ha studiato e di don Tonino Bello, come ricorda il presidente nazionale dell’Aci, Giuseppe Notarstefano citando le parole pronunciate dal politico a Helsinki il 31 luglio 1975 durante la Conferenza sulla Sicurezza e la Cooperazione in Europa: «La varietà di ispirazione e di esperienza emersa dai nostri lavori non è da considerare come una ragione di divisione, ma come un contributo fecondo» e l’immagine dell’acqua nel catino del Signore pronta, come diceva il vescovo di Molfetta, a lavare anche i piedi più polverosi. Perché si sporcano solo i piedi di chi cammina, di chi va incontro all’altro, di chi cerca un futuro migliore. E così il mare può trasformarsi in quel catino che porta refrigerio e salvezza.


Come è accaduto, 35 anni fa ai 18mila albanesi che arrivarono a Bari, l’8 agosto, a bordo della Vlora. «Un avvenimento che è nel cuore dei baresi», dice subito monsignor Giuseppe Satriano, arcivescovo della città.
Che ricordo c’è di quell’evento?
«La città, in verità, non ha bisogno di ricordare, perché lo ha interiorizzato, lo porta con sé. Lo sbarco della Vlora continua a determinare quello stile di accoglienza che i baresi hanno nel sangue e che il sindaco Dalfino espresse ad alta voce favorendo quell’attracco che era invece stato vietato dallo Governo».
Che fine hanno fatto quegli albanesi?
«Si sono integrati, si sono sviluppati, sono diventati anche dei manager. Alcuni sono andati via da Bari verso altre zone. E noi oggi continuiamo a vivere questo clima dell’accoglienza. Abbiamo tantissime persone che vengono dall’Ucraina, abbiamo persone che vengono dai Paesi nordafricani».
Si riesce a integrare?
«Il problema è delicato perché siamo vittime di un problema culturale che è quello di un forte individualismo anche mediatico che pervade anche la cultura di oggi. Ma posso assicurare che nell’animo del barese continua a esserci questa spinta all’accoglienza e alla cura dell’altro».
Le immagini che arrivano da Ceuda ricordano quelle della Vlora. Che effetto le fa?
«È vero, rivedo le stesse scene, rivedo questo desiderio di felicità e di benessere che oggi sembra alla portata di tutti e al quale ognuno anela nella propria vita. È legittimo che lo faccia. Su questo che dovremmo riflettere. Noi non possiamo continuare a perseverare in una politica che sposa il disumano ragionevole. Dobbiamo invece cercare, come dice papa Leone, a costruire un’umanità che abbia il coraggio di mettere seriamente al centro la persona con i suoi diritti. Questa è la sfida da perseguire. Nella magnifica Humanitas il Papa ci chiede proprio questo: di rimettere al centro la dignità della persona».
Il Papa, parlando in Spagna alle Cortes ha detto che la bontà di una legge si misura da quanto difende la dignità delle persone. Cosa ne pensa?
«Credo che una frase più chiara, più forte, più incisiva e più netta di questa non ci sia in questo tempo. Solo che facciamo finta di non sentire e ci giriamo dall’altra parte».
Le leggi italiane rischiano di andare in direzione opposta?
«Credo che molte delle nostre leggi, sia quelle di oggi che quelle di ieri, respirino un disumano ragionevole e cioè in nome di una ragionevolezza abbiamo sposato, di fatto, atteggiamenti disumani, di non accoglienza, di ostilità, di avversione. Dire prima gli italiani poi gli altri, non è corretto».
Come invertire la rotta?
«Riprendendo in mano e sposando fortemente la sfida educativa. Bisogna ripartire proprio dai primi mattoni della costruzione della società: la scuola, la famiglia, le associazioni, i gruppi, i partiti. Se non respirano questa dimensione forte educativa che vede la persona al centro con la sua dignità diventano delle lobby, diventano delle realtà che sposano degli interessi particolari ma non il bene dell’umanità».
Qual è il ruolo della Chiesa?
«Continuare ad avere un atteggiamento di cura soprattutto degli ultimi, degli scartati. Quello che la società pensa essere un atteggiamento perdente. E poi denunciare. Il Papa già lo fa, ma quando ne parla sembra che non si voglia ascoltare. Noi però continuiamo a seminare. Forse non raccoglieremo noi i frutti, ma qualcuno lo farà. Continuiamo a spenderci per i più fragili e le future generazioni potranno godere di una società migliore».





