Gli occhi si inumidiscono, le mani si muovono frenetiche. Dalila Ardito, volontaria per il recupero corpi nel Mediterraneo, torna indietro nel tempo. A quel 3 ottobre 2013, uno dei naufragi più grossi avvenuti sulle nostre coste, quello che spinse poi papa Francesco a raggiungere Lampedusa per pregare per le vittime e piangere con i sopravvissuti. «Mi occupavo di tartarughe impigliate, di delfini feriti. Quando vengo chiamata non immaginavo che si trattasse di altro. E invece, arrivo a Lampedusa e trovo un particolare fermento. Capisco che qualcosa non va. Arrivo in mare e vedo dei corpi galleggiare». Consigliera nazionale dell’Azione cattolica e chiamata a portare la sua esperienza in uno dei tavoli che l’Associazione ha disseminato per la città di Bari per affrontare i temi più sensibili del vivere civile, parla delle sue competenze di biologa marina. «Da piccola dicevo che volevo fare la dottoressa dei delfini. E dai delfini ho imparato tante cose, compresa la loro sensibilità. Questi animali provano a cercare di portare in superficie i corpi che trovano negli abissi, vivi o morti che siano. Il mio compito, arrivata a Lampedusa quel giorno era proprio quella di seguirli e, avendo le competenze per fare il recupero dei corpi, immergermi per recuperare le salme». Dopo le prime volte, però, «ho deciso che non potevo fare questo per lavoro. La pietà, la mia formazione religiosa, la mia umanità mi imponeva di farlo da volontaria».

A Famiglia cristiana ricorda il dolore e la fatica di queste uscite. «Non è vero che ci si abitua come qualcuno mi aveva detto. Però continuo a farlo perché me lo impone la mia fede, la mia educazione familiare, il rispetto per gli altri. Da piccola avevo chiaro chi volevo essere, quella notte a Lampedusa ho avuto chiaro il come volevo essere e soprattutto il per chi. E l’unica cosa a cui puoi aggrapparti per avere la forza di rimanere lì è la preghiera. Quella è l’ancora di salvezza che ti fa rispondere ancora “sì” quando arriva una chiamata come quella».

Di Alcamo, in provincia di Trapani, a Lampedusa è tornata tante volte, «ormai non le conto più». Quando rientra a casa «non riesco a mangiare la carne perché l’odore mi ricorda quello che ho respiro in mare quando si recuperano i cadaveri, quando si aprono le botole e dentro c’è quel che resta delle vite umane. Mi dà un senso di colpa». E ogni volta giura che è l’ultima, «ma poi, quando mi chiamano non riesco a dire di no».

Tra tanta morte, però, Dalila vuole ricordare la vita. Parla di quella volta in cui sono riusciti a recuperare una donna incinta che stava partorendo. «Abbiamo chiamato i soccorsi, ma non potevano raggiungerci prima di due ore. Mi hanno chiesto di intervenire. Ero titubante perché ho sempre avuto a che fare con animali, non con il parto di esseri umani. Avevo paura di sbagliare qualcosa, però, dall’altra parte continuavano a dirmi che sarebbero morti madre e figlio. Ho dovuto arrangiarmi con quel che c’era per dare loro una possibilità di fronte alla morte certa. Ho usato, come lametta per il cesareo, la linguetta di una lattina di Coca Cola. È andata bene, è nata una bimba e ho saputo dopo che le hanno dato il mio nome».

Si illumina di dolcezza quando ricorda «un’altra bellissima storia, quella di Fati, una ragazza eritrea di 23 anni. Era partita con i suoi due figli, uno dei quali, il più piccolo, frutto di una violenza. Siamo riusciti a salvarli tutti e tre. Mi ha mostrato il suo zainetto, a me sembrava leggerissimo e non capivo perché continuava ad agitarlo. Poi lo ha aperto e dentro c’erano delle foto, dell’acqua e dei colori. Mi ha spiegato che quelle tre cose erano “per ricordare, per vivere e per il futuro”». Un incontro che l’ha cambiata, perché «mentre noi pensiamo a cosa metterci con tutti i vestiti che abbiamo dentro l’armadio, a chiedere sempre di più, lei ha trovato in queste tre cose, quasi insignificanti per noi, l’essenziale per partire e affrontare un viaggio come quello che ha affrontato. Per cercare di salvarsi e dare un futuro ai suoi figli. Pensiamoci prima di giudicare chi arriva da noi».