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Libri, il buono e il cattivo Aggiornamenti rss Paolo Perazzolo
Responsabile del desk Cultura e spettacoli

Generazione App, chi la salverà?

Non c'è dubbio che il rapporto con le nuove tecnologie costituisce e costituirà una delle maggiori sfide del nostro tempo, specie per i cosiddetti nativi digitali, i ragazzi nati e cresciuti in un ambiente già profondamente popolato dai media. L'approccio degli studiosi finora è oscillato fra un atteggiamento apocalittico (le tecnologie corrompono i giovani) e gli integrati (le tecnologie salvano il mondo). Con gioia segnalo un libro che non cade nella trappola di questo falso dilemma e che nasce da una lunga ricerca sul campo: Generazione App. La testa dei giovani e il nuovo mondo digitale (Feltrinelli).  Lo hanno scritto uno dei maggiori esperti dell'argomento, Howard Gardner, docente di Scienze cognitive e di Psicologia ad Harvard, nonché condirettore di Progetto Zero, un programma sperimentale sui meccanismi dell'apprendimento, e Katie Davis, già membro di Progetto Zero e docente a Washington.

Cosa dicono i due autori? Intanto che il modo più appropriato di definire - e quindi comprendere - le giovani generazioni è quella che compare nel titolo, "generazione App". Infatti il contenuto tecnologico di gran lunga più diffuso e pervasivo sono oggi le App (applicazioni), software che permettono di eseguire una o più operazioni. Chiunque abbia uno smart-phone, sa bene di che cosa stiamo parlando. Le App sono ormai migliaia, se non milioni, e si diffondono alle velocità della luce: per ogni esigenza pratica, c'è o ci potrebbe essere una App. Per studiare il loro effetto sulle menti dei ragazzi, gli autori, impiegando un vasto spettro di fonti e strumenti, spesso sul campo, hanno esaminato tre ambiti: identità, intimità e immaginazione.

Quali sono le conclusioni dello studio? La prima, e fondamentale, è che si sta insinuando la convinzione che basti la giusta App per risolvere ogni problema. Che basti la giusta App per essere felici. Se, di fronte a un problema o a una esigenza, non c'è l'App in grado di risolverli, significa che non è ancora stata inventata l'App adeguata o che quel problema e quell'esigenza sono un falso problema, una falsa esigenza da superare e scartare. Non occorrono particolari riflessioni per cogliere la portata di queste affermazioni. Un conto è saper valorizzare l'utilità delle App per risolvere problemi pratici per la vita quotidiana, un altro elevarle a una sorta di formula magica per il benessere e la feclità.

Di per sé l'App, come ogni tecnologia - sottolineano gli autori - non è né buona né cattiva:
offre cioè degli strumenti, possiede un'utilità che sarebbe sciocco rifiutare in nome di un anacronostico ostracismo alle tecnologie. Il loro utilizzo, però, modifica la nostra mente, il nostro essere. Riguardo ai tre ambiti di ricerca ricordati all'inizio, lo studio ha evidenzato che i nuovi media tendono a modificare l'identità nel senso che esercitano una pressione a presentarsi come interessanti e desiderabili, perfetti; l'intimità, favorendo relazioni meno rischiose ma più superficiali; l'immaginazione delimitando - in base alle caratteristiche tecniche dell'App di turno - obiettivi e strumenti. Teoricamente, però, si potrebbe dire anche il contrario: che i media potrebbero arricchire l'identità, promuovere relazioni, dare supporto alla creatività...

Diventa allora fondamentale la modalità con cui ci rapportiamo a esse: come App-attivi o come App-dipendenti. L'App-attivo usa, non si fa usare, dalla tecnologia per quello che le può dare in vista della soluzione di alcuni problemi pratici; l'App-passivo si fa usare dalla tecnologia, che gli impone domande e risposte, problemi e percorsi prestabiliti per risolverli, impoverendo fortemente la sua libertà mentale. Si porga attenzione al fatto che non soltanto i software inducono l'illusione che tutto sia risolvibile grazie ad essi, ma dettano meccanismi, percorsi, metodi, processi mentali a cui, spesso, ci consegniamo passivamente, limitando la creatività, nascondendo possibilità alternative. In altre parole, le App ci plasmano, secondo criteri a noi estranei, omologandoci alla massa di utilizzatori.

Diventa allora e ancora una volta decisivo il tema dell'educazione. A cominciare dal tema: ci si può affidare alle App per educare? Sono sufficienti? Possono sostituire il rapporto diretto con l'insegnante e i compagni? I laboratori? Gli esperimenti? L'obiettivo dovrà essere quello di rendere le persone capaci di gestire consapevolmente il mezzo che stanno utilizzando, da persone App-attive, non da persone App-passive.

Un'autentica educazione che miri a fare di un giovane una persona capace di ragionare autonomamente, di condurre il gioco e non di farsene mero esecutore o schiavo, dovrà prevedere anche momenti di App-trascendenza - bella l'espressione coniata dagli autori -, ovvero spazi di studio, gioco, incontro, esperienza al di fuori dell'universo delle App, così da favorire uno sviluppo e degli stimoli di diversa natura.


06 maggio 2014

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