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«Un uomo percorre il mondo intero in cerca di ciò di cui ha necessità e torna a casa per trovarlo». Questa considerazione dello scrittore irlandese George Moore (1852-1933) è chiara: la casa è la metafora della famiglia che in essa vive i suoi giorni e gli anni nella sequenza delle generazioni, custodendo affetti e valori morali. Due case simboliche di diversa qualità sono presentate nella pagina finale del Discorso della Montagna, presente nel Lezionario della liturgia nuziale (Matteo 7,24-29).
La pagina è simile a un dittico le cui scene sono parallele ma antitetiche. Da un lato si erge una casa solida, fondata sulla roccia. Fuori imperversa la bufera, i fiumi si gonfiano, i venti soffiano con veemenza ma essa resiste, sfidando gli elementi scatenati. Questo quadro simbolico è trasparente nel suo significato. Nella Bibbia Dio è invocato come «roccia, fortezza, rupe, riparo, baluardo, roccaforte» (Salmo 18,3); il verbo ebraico della fede, il nostro amen, indica letteralmente un “fondarsi su...” , un “basarsi su” Dio e sulla sua parola.
Dall’altro lato del dittico, ecco apparire una casa nata dalla speculazione edilizia, affidata a un terreno friabile. Appena si scatena una tempesta e le acque si rovesciano dai monti, la casa comincia a incrinarsi ed è votata allo sfacelo. Sotto l’insistenza degli agenti atmosferici essa si affloscia e «la sua rovina è grande». Il pensiero corre a una pagina di Paolo: «Ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da Gesù Cristo. E se sopra questo fondamento si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà con il fuoco e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno» (1Corinzi 3,10-13).
Gesù stesso ha sciolto il valore simbolico delle due parabole gemelle mettendo in apertura questa puntualizzazione: «Chiunque ascolta le mie parole e le mette in pratica... Chiunque ascolta le mie parole e non le mette in pratica...». L’accento cade, quindi, sull’adesione operosa, come è sottolineato da quel detto folgorante d’apertura: «Non chiunque dice: Signore, Signore... ma colui che fa la volontà del Padre» verrà accolto nel Regno di Dio.
La vera parentela con Gesù non si basa su legami di sangue o di affinità culturali: «Mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Luca 8,21). Proponendo questo brano agli sposi la liturgia vuole invitarli a costruire sulla fede, sull’amore e sull’impegno serio e quotidiano la loro casa.
La giusta preoccupazione per una buona casa materiale in cui vivere la propria intimità non deve esaurire ogni altro desiderio e impegno. Soprattutto non deve spegnere l’ansia per erigere la casa interiore, quella del proprio amore e della fede. Essa assicura solidità all’unione matrimoniale e alla stessa famiglia anche quando piombano nella vita le tempeste delle prove, anche quando il cielo si oscura nelle crisi e il fiume del dolore sembra tutto travolgere.
La pagina è simile a un dittico le cui scene sono parallele ma antitetiche. Da un lato si erge una casa solida, fondata sulla roccia. Fuori imperversa la bufera, i fiumi si gonfiano, i venti soffiano con veemenza ma essa resiste, sfidando gli elementi scatenati. Questo quadro simbolico è trasparente nel suo significato. Nella Bibbia Dio è invocato come «roccia, fortezza, rupe, riparo, baluardo, roccaforte» (Salmo 18,3); il verbo ebraico della fede, il nostro amen, indica letteralmente un “fondarsi su...” , un “basarsi su” Dio e sulla sua parola.
Dall’altro lato del dittico, ecco apparire una casa nata dalla speculazione edilizia, affidata a un terreno friabile. Appena si scatena una tempesta e le acque si rovesciano dai monti, la casa comincia a incrinarsi ed è votata allo sfacelo. Sotto l’insistenza degli agenti atmosferici essa si affloscia e «la sua rovina è grande». Il pensiero corre a una pagina di Paolo: «Ciascuno stia attento a come costruisce. Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da Gesù Cristo. E se sopra questo fondamento si costruisce con oro, argento, pietre preziose, legno, fieno, paglia, l’opera di ciascuno sarà ben visibile: la farà conoscere quel giorno che si manifesterà con il fuoco e il fuoco proverà la qualità dell’opera di ciascuno» (1Corinzi 3,10-13).
Gesù stesso ha sciolto il valore simbolico delle due parabole gemelle mettendo in apertura questa puntualizzazione: «Chiunque ascolta le mie parole e le mette in pratica... Chiunque ascolta le mie parole e non le mette in pratica...». L’accento cade, quindi, sull’adesione operosa, come è sottolineato da quel detto folgorante d’apertura: «Non chiunque dice: Signore, Signore... ma colui che fa la volontà del Padre» verrà accolto nel Regno di Dio.
La vera parentela con Gesù non si basa su legami di sangue o di affinità culturali: «Mia madre e i miei fratelli sono quelli che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Luca 8,21). Proponendo questo brano agli sposi la liturgia vuole invitarli a costruire sulla fede, sull’amore e sull’impegno serio e quotidiano la loro casa.
La giusta preoccupazione per una buona casa materiale in cui vivere la propria intimità non deve esaurire ogni altro desiderio e impegno. Soprattutto non deve spegnere l’ansia per erigere la casa interiore, quella del proprio amore e della fede. Essa assicura solidità all’unione matrimoniale e alla stessa famiglia anche quando piombano nella vita le tempeste delle prove, anche quando il cielo si oscura nelle crisi e il fiume del dolore sembra tutto travolgere.



