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Aveva ragione lo scrittore francese Jules Renard, autore del famoso romanzo Pel di carota (1894), quando nel suo diario annotava: «Se si vuol costruire la casa della felicità, ci si deve ricordare che la stanza più grande dev’essere la sala d’attesa».
Infatti, se gettiamo uno sguardo sull’edificio biblico della famiglia, ci accorgiamo che vasta e popolata è la stanza del dolore. La Bibbia ne è testimone costante, a partire dalla brutale violenza fratricida di Caino su Abele e dalle liti tra i figli e le spose degli stessi patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe, per passare poi alla tragedia che insanguina la famiglia di Davide con il figlio Assalonne aspirante parricida, fino alle molteplici difficoltà che costellano il racconto familiare del libro di Tobia o a quell’amara confessione di Giobbe: «I miei fratelli si sono allontanati da me, persino i miei familiari mi sono diventati estranei… Il mio alito fa schifo a mia moglie, faccio ribrezzo ai figli del mio grembo» (19, 13.17).
Lo stesso Gesù nasce in una famiglia di profughi, entra nella casa di Pietro ove la suocera è malata, si lascia coinvolgere dal dramma della morte nella casa di Giairo o in quella di Lazzaro, ascolta il grido disperato della vedova di Nain. Nelle loro case incontra pubblicani come Matteo-Levi e Zaccheo, o peccatrici come la donna che s’introduce nella casa di Simone il lebbroso; conosce le ansie e le tensioni delle famiglie travasandole nelle sue parabole: dai figli che lasciano le case per tentare l’avventura (Luca 15,11-32) fino ai figli difficili (Matteo 21,28-31) o vittima di una violenza esterna (Marco 12,1-9).
E si interessa anche di nozze che corrono il rischio di diventare imbarazzanti per assenza di vino o di ospiti (Giovanni 2,1-10; Matteo 22,1-10), così come conosce l’incubo per lo smarrimento di una moneta in una famiglia povera (Luca 15,8-10). Si potrebbe continuare a lungo nel descrivere la vastità della stanza del dolore, giungendo fino ai nostri giorni.
La lista delle antiche lacerazioni dei divorzi, ribellioni, infedeltà, pornografia, aborti e così via si allarga a nuovi fenomeni socio-culturali come l’individualismo, la privatizzazione, i sorprendenti e non di rado sconcertanti percorsi bioetici riguardanti la fecondazione, le richieste di riconoscimento di nuovi modelli matrimoniali diversi da quello tra uomo e donna e delle relative adozioni, delle teorie sul “gender”, della clonazione, della monogenitorialità eccetera.
Una lista che scuote l’impianto tradizionale della famiglia e rende la “casa” familiare un qualcosa di “liquido”, plasmabile in forme molli e mutevoli. Noi ci fermiamo qui, affidando al Sinodo dei vescovi sulla famiglia che si sta aprendo questa visita ardua allo spazio delle difficoltà e degli interrogativi. Rimane, però, la consapevolezza che grandi sono anche i valori che le famiglie custodiscono. Accanto alla stanza del dolore, infatti, ci sono camere luminose ove si sviluppa l’amore tra i genitori, si respira la gioia dei bambini, si aprono le finestre per ascoltare il grido di aiuto dei poveri e uscire loro incontro.
Infatti, se gettiamo uno sguardo sull’edificio biblico della famiglia, ci accorgiamo che vasta e popolata è la stanza del dolore. La Bibbia ne è testimone costante, a partire dalla brutale violenza fratricida di Caino su Abele e dalle liti tra i figli e le spose degli stessi patriarchi Abramo, Isacco, Giacobbe, per passare poi alla tragedia che insanguina la famiglia di Davide con il figlio Assalonne aspirante parricida, fino alle molteplici difficoltà che costellano il racconto familiare del libro di Tobia o a quell’amara confessione di Giobbe: «I miei fratelli si sono allontanati da me, persino i miei familiari mi sono diventati estranei… Il mio alito fa schifo a mia moglie, faccio ribrezzo ai figli del mio grembo» (19, 13.17).
Lo stesso Gesù nasce in una famiglia di profughi, entra nella casa di Pietro ove la suocera è malata, si lascia coinvolgere dal dramma della morte nella casa di Giairo o in quella di Lazzaro, ascolta il grido disperato della vedova di Nain. Nelle loro case incontra pubblicani come Matteo-Levi e Zaccheo, o peccatrici come la donna che s’introduce nella casa di Simone il lebbroso; conosce le ansie e le tensioni delle famiglie travasandole nelle sue parabole: dai figli che lasciano le case per tentare l’avventura (Luca 15,11-32) fino ai figli difficili (Matteo 21,28-31) o vittima di una violenza esterna (Marco 12,1-9).
E si interessa anche di nozze che corrono il rischio di diventare imbarazzanti per assenza di vino o di ospiti (Giovanni 2,1-10; Matteo 22,1-10), così come conosce l’incubo per lo smarrimento di una moneta in una famiglia povera (Luca 15,8-10). Si potrebbe continuare a lungo nel descrivere la vastità della stanza del dolore, giungendo fino ai nostri giorni.
La lista delle antiche lacerazioni dei divorzi, ribellioni, infedeltà, pornografia, aborti e così via si allarga a nuovi fenomeni socio-culturali come l’individualismo, la privatizzazione, i sorprendenti e non di rado sconcertanti percorsi bioetici riguardanti la fecondazione, le richieste di riconoscimento di nuovi modelli matrimoniali diversi da quello tra uomo e donna e delle relative adozioni, delle teorie sul “gender”, della clonazione, della monogenitorialità eccetera.
Una lista che scuote l’impianto tradizionale della famiglia e rende la “casa” familiare un qualcosa di “liquido”, plasmabile in forme molli e mutevoli. Noi ci fermiamo qui, affidando al Sinodo dei vescovi sulla famiglia che si sta aprendo questa visita ardua allo spazio delle difficoltà e degli interrogativi. Rimane, però, la consapevolezza che grandi sono anche i valori che le famiglie custodiscono. Accanto alla stanza del dolore, infatti, ci sono camere luminose ove si sviluppa l’amore tra i genitori, si respira la gioia dei bambini, si aprono le finestre per ascoltare il grido di aiuto dei poveri e uscire loro incontro.



