PHOTO
«Quando non si ama troppo, non si ama abbastanza». Questa frase paradossale ma vera dello scrittore francese del Seicento R. Bussy-Rabutin, potrebbe essere l’epigrafe del testo che proponiamo dal Lezionario del matrimonio: i versetti 10-24 del capitolo 3 della Prima Lettera di Giovanni. Il tema dell’amore e della fede è al centro del nostro brano, ove è presentato come «comandamento» per eccellenza di Dio. D’altra parte già nel Vangelo di Giovanni si leggeva: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati» (15,12). E tutto il Vangelo era stato scritto perché «crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e credendo possiate avere la vita nel suo nome» (20,31).
A prima vista è paradossale «comandare» la fede e l’amore, realtà libere e spontanee. Eppure esse sono il grande impegno dell’uomo che non nasce solo da un’adesione istintiva o spontanea ma è frutto di conquista, è un vero e proprio comandamento a cui obbedire «non solo a parole e con la lingua ma con i fatti e nella verità».
Su questo aspetto esigente del credere e dell’amare, l’autore insiste nello spirito di altre esortazioni bibliche. «Non indurire il tuo cuore e non chiudere la mano davanti al tuo fratello che è povero» (Deuteronomio 15,7). «Va’, dice Gesù, vendi ciò che hai e dallo ai poveri. Poi vieni e seguimi» (Marco 10,21). «Se un fratello o una sorella sono nudi e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi, senza dare loro il necessario per il corpo, che amore è mai quello?» (Giacomo 2,15-16).
Un amore operoso, che è l’unica via per «rassicurare il nostro cuore» quando saremo davanti a Dio nel giudizio. La pace della coscienza non si ottiene con sofismi e gli alibi di qualche rito ma solo con la carità genuina, vissuta in profondità. La parte finale del brano introduce la conseguenza fondamentale dell’amore fraterno: Dio «dimorerà» in chi ama attraverso il suo Spirito. Anche per il quarto Vangelo il verbo «dimorare» ha un valore altissimo, mistico.
Nel cuore aperto all’amore Dio si insedia stabilendo una comunione perfetta che strappa il credente alla sua mortalità, alla sua fragilità e alla sua miseria rendendolo partecipe dell’infinito e dell’eterno. È quindi necessario scoprire anche nell’amore nuziale questa duplice dimensione di «comandamento» e di presenza divina. Un amore che richiede «fatti e verità», spesso da conquistare con fatica e umiltà nonostante l’incantesimo degli inizi o di certi istanti felici.
Un amore che deve far trasparire la presenza di Dio nel cuore della coppia e della famiglia. La casa dell’uomo e della donna non è solo la loro abitazione ma deve diventare anche la «dimora» di Dio. «Ecco io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3,20). «Se infatti uno mi ama, osserva la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo e prenderemo dimora presso di lui» (Giovanni 14,23).
A prima vista è paradossale «comandare» la fede e l’amore, realtà libere e spontanee. Eppure esse sono il grande impegno dell’uomo che non nasce solo da un’adesione istintiva o spontanea ma è frutto di conquista, è un vero e proprio comandamento a cui obbedire «non solo a parole e con la lingua ma con i fatti e nella verità».
Su questo aspetto esigente del credere e dell’amare, l’autore insiste nello spirito di altre esortazioni bibliche. «Non indurire il tuo cuore e non chiudere la mano davanti al tuo fratello che è povero» (Deuteronomio 15,7). «Va’, dice Gesù, vendi ciò che hai e dallo ai poveri. Poi vieni e seguimi» (Marco 10,21). «Se un fratello o una sorella sono nudi e sprovvisti del cibo quotidiano e uno di voi dice loro: Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi, senza dare loro il necessario per il corpo, che amore è mai quello?» (Giacomo 2,15-16).
Un amore operoso, che è l’unica via per «rassicurare il nostro cuore» quando saremo davanti a Dio nel giudizio. La pace della coscienza non si ottiene con sofismi e gli alibi di qualche rito ma solo con la carità genuina, vissuta in profondità. La parte finale del brano introduce la conseguenza fondamentale dell’amore fraterno: Dio «dimorerà» in chi ama attraverso il suo Spirito. Anche per il quarto Vangelo il verbo «dimorare» ha un valore altissimo, mistico.
Nel cuore aperto all’amore Dio si insedia stabilendo una comunione perfetta che strappa il credente alla sua mortalità, alla sua fragilità e alla sua miseria rendendolo partecipe dell’infinito e dell’eterno. È quindi necessario scoprire anche nell’amore nuziale questa duplice dimensione di «comandamento» e di presenza divina. Un amore che richiede «fatti e verità», spesso da conquistare con fatica e umiltà nonostante l’incantesimo degli inizi o di certi istanti felici.
Un amore che deve far trasparire la presenza di Dio nel cuore della coppia e della famiglia. La casa dell’uomo e della donna non è solo la loro abitazione ma deve diventare anche la «dimora» di Dio. «Ecco io sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me» (Apocalisse 3,20). «Se infatti uno mi ama, osserva la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo e prenderemo dimora presso di lui» (Giovanni 14,23).



