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martedì 22 agosto 2017
 
La Bibbia e i giovani Aggiornamenti rss Gianfranco Ravasi
Cardinale arcivescovo e biblista

Un dono regale da parte di Dio

Gesù, l’ultima sera della sua vita terrena, dopo aver celebrato con i suoi discepoli la cena pasquale, aveva dovuto assistere a una scena piuttosto meschina. Era, infatti, «nata tra gli apostoli una discussione: chi di loro fosse da considerare il più grande». E la replica di Gesù era stata netta: «Chi di voi è più grande diventi come il più giovane» (Luca 22,24-26). Ebbene, noi vogliamo far emergere proprio un giovane che dominerà nella storia biblica, divenendo un emblema di saggezza umana e politica, nonostante qualche debolezza nella sua vecchiaia. Si tratta del re Salomone, vissuto nel X secolo a.C.

Egli, in una specie di ritiro che aveva compiuto alla vigilia della sua investitura a sovrano, come successore di suo padre Davide, aveva pregato così: «Signore, mio Dio, tu hai fatto regnare il tuo servo al posto di Davide, mio padre. Ebbene, io sono solo un ragazzo: non so come regolarmi» (1Re 3,7). Siamo in un antico santuario ebraico, sull’altura di Gabaon: là avviene l’inaugurazione del nuovo regno con un grandioso sacrificio d’olocausto (la Bibbia parla di mille vittime, ovviamente per esaltare con enfasi quel rito). Poi, Salomone si era appunto ritirato in preghiera nel silenzio notturno e aveva avuto una visione in cui Dio gli diceva: «Chiedimi quello che vuoi che io ti conceda».

Era, così, apparsa in modo evidente la qualità di questo giovane il quale aveva domandato al Signore non ricchezza, vittorie, potere e gloria, ma «un cuore capace di ascoltare [cioè docile al volere divino], così da saper rendere giustizia al tuo popolo e saper distinguere tra il bene e il male» (1Re 3,9). E subito dopo, questo dono regale era stato messo in atto con il celebre episodio del cosiddetto “giudizio di Salomone”. È la vicenda delle due prostitute e del bambino conteso che Salomone risolve in modo esemplare, dimostrando di possedere quella giustizia e sapienza che aveva implorato a Dio (si legga 1Re 3,16-28).

IL LIBRO DELLA SAPIENZA. Passarono i secoli, gli Israeliti conservarono sempre la memoria di questo sovrano sapiente e glorioso. E allora, forse ad Alessandria d’Egitto alle soglie del cristianesimo, un ebreo colto pensò di scrivere in greco, la lingua allora dominante, un poema sapienziale rivestendo idealmente i panni di quel grande re. Nacque, così, il libro biblico della Sapienza, che alcuni studiosi hanno chiamato anche “lo Pseudo-Salomone”, proprio per lo pseudonimo adottato da quell’autore ignoto. Un’analoga operazione era stata precedentemente compiuta da Qohelet-Ecclesiaste che si autodefiniva «figlio di Davide, re a Gerusalemme » (1,1).

Ora, nel libro della Sapienza Salomone si presenta proprio come amante della sapienza divina e lo fa con questa confessione: «È lei che ho amato e corteggiato fin dalla mia giovinezza, ho bramato di farla mia sposa, mi sono innamorato della sua bellezza... Per lei avrò gloria tra le folle e, anche se giovane, onore presso gli anziani» (8,2.10). Ancora una volta riappare la giovinezza di questo re che sente la necessità di aver accanto come compagna di vita la sapienza divina. Egli la implora, anche in questo libro, con una grandiosa preghiera che occupa l’intero capitolo 9 e che noi invitiamo a leggere e a usare come invocazione a Dio per ottenere un dono importante non solo per i governanti ma anche per tutti noi, uomini e donne che ogni giorno dobbiamo compiere scelte morali ed esistenziali.


11 maggio 2017

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