Questa domenica cala il sipario sul Giubileo straordinario della Misericordia. Anche la nostra rubrica chiude il suo ciclo di riflessioni dedicate all’incontro tra la famiglia e la pratica della misericordia. Abbiamo fatto salire sulla ribalta una serie variegata di comunità familiari presenti nella Bibbia in modo diretto o implicito, tutte in connessione con gesti di misericordia, di amore, di generosità, di tenerezza, di perdono. Si è, così, delineata una sorta di galleria affollata di tanti volti.
Alcuni di essi erano noti: pensiamo a Rut, a Tobia, a Ester, ad Anna, a Marta, a Giuseppe l’egiziano e a Giuseppe padre legale di Gesù. Abbiamo cercato di scavare e di scovare nelle loro storie familiari la scintilla dell’amore misericordioso. Altri personaggi erano molto meno noti, come la coraggiosa Rispa o l’anonima donna del villaggio di Teqoa, la giovane Dina, la generosa Tabità. Spesso, però, siamo stati costretti a registrare il rovescio della medaglia, cioè la spietata durezza, la crudeltà, la violenza, la sofferenza che ha striato di sangue molte famiglie bibliche.
In questo modo la Bibbia ha confermato la sua qualità “incarnata”, cioè la caratteristica di presentare una religione che non è sospesa in eteree regioni celesti ma è fortemente insediata nella storia. Per questo Dio e l’umanità si presentano all’appuntamento della salvezza o del giudizio all’interno della quotidianità, ossia del tempo e dello spazio. Le famiglie non incontrano Dio se non raramente in grandiose epifanie, bensì nelle loro case, nelle loro vicende, nel sorriso e nelle lacrime, negli atti quotidiani di misericordia e di amore ma talora anche riconoscendo la meschinità di egoismi e di colpe.
Su tutti e su tutto, però, aleggia il Padre «ricco di misericordia» (Efesini 2,4) che confessa attraverso il profeta Geremia: «Io sono il Signore che pratico la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra e di queste cose mi compiaccio» (9,23). Per questo abbiamo delineato un volto divino misericordioso ma anche giusto, che perdona fino alla millesima generazione ma non lascia impunito il peccato ( Esodo 34,7). Ma l’ultima sua parola, di fronte al più piccolo gesto di conversione, è sempre piena di compassione, tant’è vero che l’orante del Salterio può invocarlo così: «Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi ti invoca» (Salmo 86,5).
È da oltre trent’anni che in ogni numero del nostro settimanale – a partire da quando lo dirigeva don Leonardo Zega, amico indimenticato mio e di tanti lettori ancora fedeli – ho commentato o illustrato o approfondito o ripreso pagine e temi della Sacra Scrittura. La speranza è che sia riuscito a instillare in alcuni l’amore non solo generico per la parola di Dio ma anche il desiderio di penetrare in profondità nel testo, di mettere in pratica il monito di un antico scrittore cristiano, Massimo il Confessore: «Se non comprendi le parole, come puoi comprendere la Parola?». Per quanto mi riguarda, vorrei far mia la confessione finale dell’autore del Secondo Libro dei Maccabei: «Se la mia narrazione è riuscita ben ordinata, era quello che volevo; se invece è di poco conto e mediocre, questo solo sono stato capace di fare» (15,38).
Alcuni di essi erano noti: pensiamo a Rut, a Tobia, a Ester, ad Anna, a Marta, a Giuseppe l’egiziano e a Giuseppe padre legale di Gesù. Abbiamo cercato di scavare e di scovare nelle loro storie familiari la scintilla dell’amore misericordioso. Altri personaggi erano molto meno noti, come la coraggiosa Rispa o l’anonima donna del villaggio di Teqoa, la giovane Dina, la generosa Tabità. Spesso, però, siamo stati costretti a registrare il rovescio della medaglia, cioè la spietata durezza, la crudeltà, la violenza, la sofferenza che ha striato di sangue molte famiglie bibliche.
In questo modo la Bibbia ha confermato la sua qualità “incarnata”, cioè la caratteristica di presentare una religione che non è sospesa in eteree regioni celesti ma è fortemente insediata nella storia. Per questo Dio e l’umanità si presentano all’appuntamento della salvezza o del giudizio all’interno della quotidianità, ossia del tempo e dello spazio. Le famiglie non incontrano Dio se non raramente in grandiose epifanie, bensì nelle loro case, nelle loro vicende, nel sorriso e nelle lacrime, negli atti quotidiani di misericordia e di amore ma talora anche riconoscendo la meschinità di egoismi e di colpe.
Su tutti e su tutto, però, aleggia il Padre «ricco di misericordia» (Efesini 2,4) che confessa attraverso il profeta Geremia: «Io sono il Signore che pratico la bontà, il diritto e la giustizia sulla terra e di queste cose mi compiaccio» (9,23). Per questo abbiamo delineato un volto divino misericordioso ma anche giusto, che perdona fino alla millesima generazione ma non lascia impunito il peccato ( Esodo 34,7). Ma l’ultima sua parola, di fronte al più piccolo gesto di conversione, è sempre piena di compassione, tant’è vero che l’orante del Salterio può invocarlo così: «Tu sei buono, Signore, e perdoni, sei pieno di misericordia con chi ti invoca» (Salmo 86,5).
È da oltre trent’anni che in ogni numero del nostro settimanale – a partire da quando lo dirigeva don Leonardo Zega, amico indimenticato mio e di tanti lettori ancora fedeli – ho commentato o illustrato o approfondito o ripreso pagine e temi della Sacra Scrittura. La speranza è che sia riuscito a instillare in alcuni l’amore non solo generico per la parola di Dio ma anche il desiderio di penetrare in profondità nel testo, di mettere in pratica il monito di un antico scrittore cristiano, Massimo il Confessore: «Se non comprendi le parole, come puoi comprendere la Parola?». Per quanto mi riguarda, vorrei far mia la confessione finale dell’autore del Secondo Libro dei Maccabei: «Se la mia narrazione è riuscita ben ordinata, era quello che volevo; se invece è di poco conto e mediocre, questo solo sono stato capace di fare» (15,38).


