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Ad Ain Arik, paesino sulle sponde di un wadi, cioè un torrente in secca, il campanile suona il mattutino e il minareto risponde. È un villaggio di mille anime, che ospita le famiglie dei più antichi cristiani del mondo, e una maggioranza di musulmani. Sul limitare, un convento, dove vivono sei sorelle e tre fratelli della Piccola Famiglia dell’Annunziata, figli spirituali di don Giuseppe Dossetti. Una succursale della loro casa madre, a Marzabotto, nella nostra Emilia, terra martire bagnata dal sangue di una strage.
Ospitati in una terra di dolore e odio, la Cisgiordania, cinta da un muro, marchiata da povertà e paura. È il destino del paese del popolo eletto, del paese di Gesù, e pare una pietra d’inciampo, un punto geografico provocante e segno di contraddizione, che brucia la nostra indifferenza, la nostra solidarietà muta. Nessun idillio né zuccheroso buonismo immemore. Eppure la verità è che ad Ain Arik il muktar, cioè il sindaco, è cristiano, e fa da mediatore nelle liti familiari, prima che sfocino in querele o faide. I bambini vanno al catechismo al convento, tutti, e le suore insegnano e donano pacchi alimentari e vestiario. Le partorienti portano i loro nati in parrocchia, ma loro dicono al Tempio, al 40° giorno, e i giovani si sposano presto, e hanno voglia di avere figli, anche chi studia all’università, dove si fa amicizia con ragazzi e ragazze israeliani, fratelli carissimi.
Ad Ain Arik si vive sul crinale, sull’orlo della miseria, sull’orlo di una guerra perenne, di un confine doloroso che impedisce gli scambi liberi e le comunicazioni, anche se devi correre in ospedale, e il più accogliente e sicuro è a Gerusalemme. I monaci sono rispettati come uomini di Dio, e l’imam invita le donne velate a rivolgersi a loro per un consiglio, un aiuto. Sono solo mille anime, e la realtà urge, preme, con il suo carico di violenza e rabbia. Si teme che sfondi e invada la comunione quotidiana, sempre più spesso si è chiamati al funerale di qualche giovane dei paesi vicini che è caduto in scontri con i soldati.
I monaci pregano in arabo nella cappella, animano la Messa, lavorano e studiano mentre si intensificano i sibili dei missili sulle loro teste. Si teme, ma questo non significa che il radicalismo e l’odio nascano per reazione, perché il male si sceglie, è la coscienza in noi che accoglie la legge morale, e si apre o si chiude al bene. Non sono le condizioni del vivere che ci portano alla perdizione, come ci mostrano tanti fratelli perseguitati che non sanno odiare, non sanno imbracciare un’arma e non farebbero mai del male a un bambino. Si teme, e tuttavia ad oggi nulla cambia nei rapporti, nelle amicizie, perfino nei sogni, che sembrano spenti e uccisi dalla disperazione di questo tempo, di troppo tempo. Non è un idillio, ma vivere da uomini si può. Un germe di bene cova in angoli sperduti, e germoglia. Se non ci fossero i santi, anche senza altari, ogni nostro sforzo sarebbe vano, ogni volontà di opere cadrebbe nella fatica, e nello sconforto.
Sono i santi, i testimoni noti e sconosciuti, nascosti, a cambiare la storia, a lasciar trasparire, nonostante tutto, la luce della speranza.





