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mercoledì 02 dicembre 2020
 
CINEMA & FEDE
 

Al Dio ignoto: dalla Bibbia a oggi attraverso il giovane Nietzsche

21/07/2020  Una lettura teologica del film di Rodolfo Bisatti, con l'eco di tanti classici, come ad esempio Il settimo sigillo di Ingmar Bergman. Sullo sfondo il gioco degli scacchi, metafora dell’esistenza e del mistero di Dio). L' intervento di don Pino Lorizio, dell'Univesrità Lateranense

Ἀγνώστῳ θεῷ (At 17,23) è l’iscrizione che Paolo ad Atene ha letto sull’ara da cui prende spunto nel discorso all’areopago per l’annuncio del Dio di Gesù Cristo, ma è anche il titolo di una poesia del giovane Friedrich Nietzsche, alla quale soprattutto si ispira il film Al dio ignoto di Rodolfo Bisatti. La traccia del maestro, col quale ha collaborato a lungo, Ermanno Olmi, è fin troppo evidente in questa che stentiamo a ritenere una rappresentazione della morte, considerandola piuttosto una meditazione sul senso della vita a partire dalla sua fine. Qui l’altare (al dio ignoto) è l’hospice nel quale lavora Lucia (Laura Pellicciani), la madre che ha perduto la giovane figlia, Anna, e deve lottare con Gabriel (Francesco Cerutti), il figliuolo adolescente che reagisce al lutto dedicandosi allo sport estremo del mountain bike. La liturgia è la preghiera che, nella cappella, pronunzia i versi del giovane Nietzsche, non ancora credente, che diventerà non più credente: “Conoscerti voglio, o Ignoto, / Tu, che mi penetri nell'anima / E mi percorri come un nembo, / Inafferrabile congiunto! / Conoscerti voglio e servirti!”.

Un film lento, come lenti trascorrono i giorni in una struttura, che è una soglia. Ma non manca la suspence che ci lascia col fiato sospeso di fronte alle acrobazie di Gabriel, che si è allontanato dalla chiesa, in cui l’insegnante di arte cercava di spiegare le rappresentazioni della morte e della sepoltura di Cristo, ma che non manca di interpellare l’insegnante di religione Questi gli consegna un messaggio decisivo con un interrogativo cruciale: “La vita e la morte sono collegate fra loro possiamo dire che ciò che c’è alla fine è presente fin dall’inizio?”. Infatti, come insegna Franz Rosenzweig, moriamo tre volte: la prima, quando nasciamo, piangendo, perché ci separiamo dal grembo materno, la seconda quando scopriamo nella pubertà di essere sessuati, quindi separati e manchevoli dell’altra faccia della luna, l’ultima quando lasciamo questa vita. “Faccio nuove tutte le cose!” secondo l’insegnante, il Cristo pronuncia queste parole, mentre abbraccia la croce, atto supremo di amore, perché anche amore e morte sono intrecciati e, come scrive Miguel de Unamuno: “Veritiero è quel detto: ‘Chi ti ama ti farà piangere’ perché la verità fa piangere. ‘L’amore che non mortifica non merita un nome così divino’ diceva l’ardente apostolo portoghese fra Thomé de Jesus”.

Fra i pazienti dell’hospice spicca la figura di Giulio (un superbo Paolo Bonacelli), già professore di filosofia morale, cui il regista affida il compito di aprirci al senso della vita e della morte. Potremmo definirlo uno stoico, con la consapevolezza che, come insegnava il martire Giustino, nello stoicismo possiamo rinvenire quei semi del Verbo e una sorta di praeparatio evangelica, trattandosi di una filosofia forse più vicina al Cristianesimo di quanto non sia stato il platonismo, anche perché proprio in Atti 17 il discorso di Paolo non teme di far ricorso ad Arato e Cleante, figure significative proprio della stoà. E lo stoico Giulio esordisce con una citazione evangelica, mentre Lucia lo aiuta a vestirsi: “quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi” (Gv 21,18). Il suo rapportarsi alla vita e al suo senso emerge allorché da giovane la madre impedisce che gli venga amputata una gamba, che pian piano tornerà almeno parzialmente a funzionare, e lui stesso rifiuta un intervento chirurgico invasivo con successiva chemio e radio-terapia e attende la morte, con la piena consapevolezza della sua situazione e del fatto che “l’alternativa alla morte non è la vita, ma la verità”. Una verità che chiede gli venga rivelata circa il quando (hora incerta) lascerà l’esistenza terrena, perché “senza un minimo di programmazione non si può vivere”. Domanda che resta senza risposta, come senza risposta resta la domanda del fanciullo che, dopo la morte della madre, chiede: “mi avete detto che ora lei è in un mondo migliore, allora perché piangete?”.

Giulio gioca a scacchi, ma non contro la morte, come il cavaliere Antonius de Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, ma contro il povero Mario, che naturalmente perde. Gli scacchi sono una metafora dell’esistenza e del mistero di Dio, allorché il suo avversario gli chiede: “A cosa serve il re?”, “la sua presenza fa muovere tutti i pezzi”, risponde il filosofo e Mario: “è come un dio!”. E alla domanda su chi sia Dio, Giulio risponde “una sfera il cui centro è ovunque e la circonferenza in nessun luogo”, citando il Libro dei ventiquattro filosofi (sec. XII). Del resto Søren Kierkegaard ci aveva avvertiti: “Dio non pensa, crea; non esiste, è eterno”. E di fronte alla morte che lo sta raggiungendo, Giulio dice: “è mancato, se ne è andato, è scomparso, il caro estinto: quante parole per dire una cosa così semplice: arrivederci, Lucia!”, come alla signora che stava lasciando l’hospice aveva detto: “ci rivedremo in groppa al drago”.

Accanto ai dialoghi risultano suggestivi gesti simbolici come quello iniziale di Lucia, che prepara la torta per il compleanno della figlia Anna, sotterrandola e quello della madre, che di fronte al blaterare del cognato psicologo, prodigo di consigli verso Gabriel, che ritiene affetto da una patologia per il suo modo di elaborare il lutto, mettendosi dalla parte del figlio, versa il vino nel bicchiere del saccente interlocutore fino a riempirlo e a versarlo fuori, come a dire: la misura è colma. Ancora il gesto della rosa bianca donata da Mario alla signora che va via e accompagnata da una poesia recitata da Giulio.

La storia si alterna alla natura, attraverso suggestive inquadrature dei monti, perché “chi vive in montagna non può avere paura della morte”, l’aria delle alture dell’Engadina care a Nietzsche, ma qui non assistiamo alla rivelazione dell’eterno ritorno di Sils Maria, la consapevolezza della morte fa apprezzare la vita e ne suggerisce la custodia e la cura. Fiori, cascate, ronzio del calabrone, alberi, cielo stellato, immagini che suggeriscono la contemplazione e il silenzio anche al teologo, che non ha la pretesa di interpretare il film coi criteri della critica specialistica, ma si limita a trarre spunti di pensiero da quanto le rappresentazioni del presente riescono ad evocare.

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