PHOTO
Dal giorno dell'ultima partita dell'Italia in un Mondiale di calcio sono passati 11 anni. Era il 24 giugno 2014, l'Italia venne eliminata ai gironi perdendo 1-0 dall'Uruguay partita passata alla storia per il morso di Suarez alla spalla di Chiellini. Cesare Prandelli, persona seria, si dimise poche ore dopo.
Da da due giorni è sulla graticola Claudio Ranieri, con fama di "aggiustatore", perché a 73 anni, dopo aver passato una vita di panchine ad accollarsi le cause perse e a rimetterle in carreggiata, tanto da guadagnarsi la fama di taumaturgo, dopo un paio di giorni di speranza, consulti legali, riflessioni personali, ha deciso di mantenere la parola data alla Roma, di cui è senior advisor, e di non assumersi l'onore e l'onere di salvare la Patria del pallone per definizione e il rischio di non risucirci.
È probabile che questo no alla distanza possa rivelarsi salutare: se nel dismettere i panni dalla Fata smemorina di Cenerentola che trasforma le zucche in carrozze e i topolini un purosangue, Ranieri avesse svolto, indirettamente, il ruolo, che I vestiti nuovi dell'imperatore assegnano al bambino che nella folla grida: «Il re è nudo», al nostro calcio potrebbe pure aver reso un buon servizio, semplicemente con un "no grazie".
Quello che è salutare non è mai magico, implica sempre un certo sforzo, di razionalità e di disciplina. Se quel no servisse al nostro calcio per guardare in faccia i problemi strutturali e per convincersi a studiare un progetto di lungo periodo per risolverli, potremmo ricordarlo a posteriori come un male necessario e persino utile.
Quel che è certo è che nessun allenatore, per quanto taumaturgo, potrebbe risolvere i problemi magicamente: né Ranieri, né Mourinho, né Gattuso (candidato in pectore con il valore aggiunto di un attaccamento "ringhioso" all'azzurro). Perché non sono problemi che si mettono alle spalle nei mesi che servono a guadagnare o perdere la qualificazione del prossimo Mondiale. Tutti sappiamo che non sono cominciati con il 3-0 preso dalla Norvegia una manciata di giorni fa e neanche con Luciano Spalletti, anche se a quel punto è prassi cambiare l'allenatore perché è troppo tardi per rimediare a tutto il resto. Forse si potevano scegliere meglio i tempi e ragionare di cambiamenti a fine ciclo, dopo l'Europeo 2024, e non a mezzo guado.
Ma ormai la frittata di tre uova è fatta e chiunque verrà partirà in salita. Se poi sarà l'uomo dalla mano giusta per la scossa in grado di agguantare la qualificazione ben venga. A patto di sapere che se non si fa anche altro, se non si ragiona con lo sguardo lungo sui problemi tecnici, di formazione, dei calciatori, dei tecnici e dei dirigenti fin dai pulcini delle giovanili, non si va lontano. Tocca interrogarsi sulla crisi dei talenti italiani (Non ci sono? Difficile. Non si riconoscono? Possibile. Si perdono per strada? Probabile.); trovare spazio per i giovani nel nostro calcio (giocherebbero titolari Yamal e Douè in Italia?); fare un progetto complessivo di ristrututturazione del calcio (scuole, settori giovanili...), individuando le criticità e cercando le soluzioni, diversamente saremo da capo a ogni tornata di qualificazione. E paradossalmente un successo, imprevedibile, come l'Europeo nel 2021 sulla strada di questa presa di coscienza potrebbe anche essere stato molto bello ma non salutare: forse ha aiutato il morale, ma probabilmente ha sortito l'effetto di una foglia di fico, di una pia illusione: ha nascosto sotto il tappeto i problemi non risolti.


Oggi si ragiona - ma è tutto da scrivere -, di chiamare indietro Cesare Prandelli per affidargli il ruolo di direttore tecnico e il raccordo tra Nazionale maggiore e giovanili. Potrebbe essere una buona idea, perché, Prandelli ha una storia nell'unica società italiana che gestisce il vivaio all'altezza del meglio del mondo (l'Atalanta) e da anni parla inascoltato dei problemi sul tavolo. Sarà che parlando sempre pacatamente non gli hanno fin qui fatto troppo caso. Se il no di Ranieri è servito a silenziare un attimo il rumore di fondo per ascoltare le analisi di Prandelli, potrebbe essere stato utile anche per questo. Meglio tardi che mai.
Però rimane aperta una domanda inevasa da girare alla Federazione, alla dirigenza del calcio nazionale. Dal giorno in cui Cesare Prandelli ha lasciato la guida della Nazionale maggiore sono passati 11 anni, i problemi sul tavolo erano gli stessi di ora, i calciatori che oggi hanno vent'anni ne avevano appena 9, e avrebbero avuto tutto il tempo di crescere imparando di più e meglio. Perché abbiamo perso questi 11 anni? Sarebbero bastati a rifondare tutto e magari i problemi di allora sarebbero risolti. E non saremmo qui a cercare in corsa un Ct mago che comunque, quand'anche ci fosse, farà i conti allo scoccare della mezzanotte con i destrieri col pennacchio che ritornano sorci e con la carrozza ritorna zucca. A meno che non si cominci adesso a ragionare diversamente e allora magari tra dieci anni sarà tutto diverso.




