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giovedì 25 aprile 2024
 
 

Ambiente, siamo pesci fuor d'acqua

23/06/2012  Solo un modello di sviluppo fondato sui diritti fondamentali della persona, delle comunità e della natura potrà garantire una vita dignitosa, grazie alle residue risorse della Terra.

Rio de Janeiro


Calato il sipario sulla Conferenza di Rio+20, i 50.000 partecipanti accreditati tornano a casa con in tasca una comune certezza: si doveva fare di più. Al di la di ciò, restano molte e profonde le differenze di valutazione tra chi, come il nostro ministro per l’Ambiente e capo della delegazione italiana, Corrado Clini, sventola giudizi ottimistici e prospettive rosee per il lavoro futuro della comunità internazionale e chi, come la quasi totalità della società civile che ha seguito le infinite sessioni negoziali preparatorie e i due giorni partecipati dai 130 Capi di Stato e di Governo giunti a Rio per la sessione interministeriale finale, critica duramente l’assenza di risultati concreti e impegni vincolanti. Posizioni e commenti che in queste ore riempiono i media del mondo intero che, salvo lodevoli eccezioni, hanno brillato per latitanza e disattenzione verso un tema vieppiù fondamentale per il nostro futuro: la sostenibilità dell’azione umana nei confronti del pianeta.

Le Nazioni Unite, e con esse il loro Segretario Generale Ban Ki Moon, hanno voluto questo appuntamento internazionale a vent’anni di distanza dalla prima conferenza sulla sostenibilità dello sviluppo tenutasi sempre a Rio de Janeiro nel 1992 con la quale la comunità internazionale decretò l’urgenza di commisurare la crescita e lo sviluppo con i già allora evidenti limiti posti da un pianeta stressato dallo sfruttamento irresponsabile delle sue risorse. Al contrario della conferenza chiusasi il 22 giugno con una Dichiarazione finale annacquata al punto giusto per compiacere tutti i Governi rimasti sulle opposte posizioni di partenza, l’assise di vent’anni fa adottò trattati e convenzioni internazionali di grandissima rilevanza come la “Convenzione sulla biodiversità” o la “Agenda 21”: un vero e proprio piano di azione vincolante per tutti i Paesi. Eppure, in questi vent’anni, le condizioni del pianeta terra sono drasticamente peggiorate, i cambiamenti climatici hanno incrementato la loro invadenza, le risorse energetiche sono state ormai esaurite e l’impatto delle attività umane spinte dai mantra della crescita e del profitto hanno chiaramente manifestato la loro insostenibilità. 

La ricetta della cosiddetta “green economy”, proposta a Rio come panacea di tutti i problemi, vista l’intangibilità del paradigma dello sviluppo ancora confermato e l’inattaccabilità delle alleanze tra poteri forti protesi a conservare i privilegi e giustificare le peggiori nefandezze perpetrate contro i diritti umani e naturali, rischia di essere solo una copertura dal volto ambientalista di politiche, strategie ed azioni che muovono in direzione opposta rispetto alla salvaguardia e alla promozione di beni comuni. 

Solo un modello di sviluppo fondato sui diritti fondamentali della persona, delle comunità e della natura, come invocato dalle tantissime rappresentanze di popoli indigeni presenti a Rio, potrà garantire alle generazioni future una vita dignitosa sostentata dalle ricchezze e dalle incommensurabili bellezze che ancora ci riserva, nonostante la scelleratezza umana, il nostro pianeta. Una prospettiva questa che avrebbe dovuto guidare le scelte delle 190 delegazioni governative riunite alla Conferenza di Rio+20 e che invece si sono ancora una volta adagiate su un accordo sicuramente non all’altezza dell’urgenza di agire per modificare radicalmente la via sin qui seguita. Così, invece, non hanno fatto i rappresentanti delle organizzazioni e dei movimenti di società civile riunite a Rio nel vertice parallelo “Cupula dos Povos” (Vertice dei Poveri). 

Con un’inedita convergenza tra le multiformi realtà non governative presenti, come anche riconosciuto dallo stesso Segretario generale Onu all’incontro avuto con loro il penultimo giorno di Conferenza, essi hanno saputo sottoporre ai Governi mondiali proposte realistiche, contributi innovativi e, soprattutto, esempi concreti di pratiche sostenibili e al tempo stesso efficaci. Ora la parola passa agli ambiti e ai meccanismi individuati a Rio per dare seguito e continuità alle discussioni ivi avviate. Si vedrà se la richiesta della società civile organizzata di parteciparvi a pari condizioni e pari livello con i rappresentanti istituzionali sarà accolta. 

Si vedrà se, come affermato da molte delegazioni governative, la Conferenza di Rio+20 è stata realmente una tappa fondamentale per avviare azioni future che possano dare un domani sostenibile alla Madre Terra e ai suoi abitanti: quelli di oggi e quelli di domani dai quali abbiamo preso in prestito il pianeta con il dovere di restituirlo in condizioni se non migliori almeno decenti. 

 Sergio Marelli, delegazione Focsiv-Cidse

Rio più 20?  «Beh Rio, viene dal verbo “ridere”», ironizza su Twitter Hugo Castro, un geografo brasiliano. C’è più da ridere o più da piangere nello stilare un bilancio della Conferenza sull’ambiente dell’Onu che si è appena chiusa senza alcun impegno concreto? Dal taglio dei combustibili fossili alla difesa degli Oceani, sono emersi solo principi generali e vaghe promesse. «Rio passerà alla storia come il vertice della beffa. Sono venuti, hanno parlato, ma non hanno agito», ha tagliato corto l'Organizzazione non governativa (Ong) Oxfam.


Di fallimento di proporzioni epiche e di tre giorni di vuota retorica ha parlato invece il direttore generale di Greenpeace International, il sudafricano Kumi Naidoo. La direttrice internazionale del Wwf, Yolanda Kakabadse, ha detto che i 150 milioni di dollari spesi negli ultimi due anni per questo vertice sono stati uno “spreco di soldi che potevano essere usati meglio per azioni di sviluppo sostenibile concrete”. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha parlato di un testo “non abbastanza ambizioso” precisando però che si tratta comunque di “un significativo progresso e un grande successo per la comunità internazionale”.


Per la prima volta nella storia, in un documento dell’Onu compare un riferimento chiaro alla “green economy” e questo almeno indica una direzione, uno stimolo alle imprese perché facciano la loro parte e trasformino la crisi in opportunità. 
Andando a leggere, però, il testo di 53 pagine e 283 paragrafi dal titolo “Il futuro che vogliamo”, con cui si chiude la Conferenza, scopriamo che il riferimento alla “green economy” serve più che altro ad aprire agli accordi volontari e ad evitare impegni rigidi vincolanti, così temuti da governi e imprese. “Il carattere bilaterale e volontario delle risposte giunte sul fronte degli aiuti finanziari ai paesi in via di sviluppo per supportarli nella transizione verso una green economy equa e solidale rischia di compromettere l’approccio multilaterale e di penalizzare ulteriormente quelli più poveri” commenta il presidente di Legambiente, Vittorio Cogliati Dezza. 

Il ministro italiano dell’Ambiente, Corrado Clini, crede molto negli accordi volontari e nelle partnership bilaterali, tanto che a Rio ne ha presentato uno con Illycaffè per studiare come migliorare la sostenibilità dell’industria del caffè e con il governo brasiliano ha stretto diversi accordi sulla sostenibilità.Forse per questo Clini è uno dei pochi ottimisti, rivendica la mediazione italiana tra Brasile e Ue che ha portato all’accordo finale e commenta così: “in un momento di crisi economica così profonda, che la comunità internazionale si ritrovi su un unico documento è davvero un fatto storico. Non c’era un accordo migliore di questo”. La delusione, in realtà, è tanta tra chi si aspettava che a Rio nascesse un’Agenzia dell’Onu per l’ambiente, trasformando in questo senso il Programma ambientale dell'Onu, l’Unep. L’ipotesi è stata bocciata da Stati Uniti e Brasile e alla fine l’Unep porta a casa se non altro risorse sicure, contro gli attuali versamenti volontari, e una rappresentanza di tutti i membri delle Nazioni Unite. 

Una nota positiva è stato il Vertice dei Popoli, promosso dalle Ong a Rio, in cui è stato redatto un documento congiunto, si è parlato molto di beni comuni, ed è stata avanzata la proposta del Patto pubblico dell'acqua, come ha sottolineato Padre Alex Zanotelli, che ha seguito i lavori. «E’ stato un parto difficile ma la visione di una serie di obiettivi ambiziosi in tema di ambiente e sviluppo, applicabile a tutti i paesi, è una luce solitaria nella nebbia di Rio. Abbiamo però bisogno di un’unica serie di obiettivi per le persone e per il pianeta: porre fine alla povertà e proteggere l’ambiente sono infatti due obiettivi inestricabilmente legati e non possono essere affrontati in modo separato», conclude Elisa Bacciotti, direttore campagne di Oxfam Italia.

Gabriele Salari

 
 
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