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lunedì 22 aprile 2024
 
CULTURA
 

Andrea Debenedetti: "Da linguista progressista dico no all'italiano con asterischi e 'schwa'". Ecco perché

14/08/2022  Prima Dostoevskij sfrattato dal seminario perché russo, poi l'inchiesta di Times sui classici "censurati" dalle università inglesi. L'ideologia sta colonizzando la cultura e limitando la libertà di espressione? Il ferimento di Rushdie rende il tema attualissimo. Ne parliamo con Andrea Debenedetti autore di "Così non schwa", piccolo saggio critico nei confronti della pretesa di modificare le strutture della lingua in nome dell'inclusione

Qualche mese fa ha fatto notizia Dostoevskij cacciato da un seminario universitario italiano, per la sola colpa di essere nato nel Paese che 141 anni dopo la sua morte ha invaso l’Ucraina; poi, pochi giorni fa, il Times ha denunciato il fatto che in alcune università inglesi si premettono avvertimenti a romanzi più o meno classici nel timore che possano urtare la sensibilità di qualche studente contemporaneo. Intanto negli Stati Uniti da tempo la ricerca storica si pone il problema di circoscrivere i suoi temi e le sue conclusioni per non offendere minoranze attuali. Mentre in Italia, c’è chi invoca finali di parola con asterischi o, in alternativa, con la vocale indistinta nota ai linguisti come “schwa”, per rispetto di chi non si riconosce nell’alternativa maschile/femminile che marca la lingua italiana. Potevano sembrare questioni lontane dalla quotidianità, finché il 13 agosto 2022 un fanatico non ha accoltellato a un dibattito Salman Rushdie, scrittore raggiunto da una fatwa dell’autorità religiosa sciita nel 1989 e simbolo della libertà di espressione. Il gesto, che costerà allo scrittore anglo-indiano ferite permanenti tra cui la perdita di un occhio, ha ridato brutalmente non solo attualità ma anche corpo al tema della libertà di espressione e ai pericoli che corre la cultura quando viene presa in ostaggio dalle ideologie, progressiste o oscurantiste che siano.

Proprio mentre Salman Rushdie veniva ferito, stavamo parlando di questi temi con Andrea Debenedetti, insegnante, linguista, autore per Einaudi del pamphlet Così non schwa, nel quale con grande sforzo di distacco metodologico e parole pacate, mette in guardia dalla rischiesta di deformare la lingua italiana in nome di un diritto che definisce, da progressista, «presunto».

Debenedetti, prima di cominciare, ci spiega con parole semplici qual è l’oggetto del contendere?

«C’è chi ritiene che il “buongiorno a tutti”, secondo la convenzione della lingua italiana che fa sì che in quel tutti siano incluse tutte le persone presenti, senza far distinzione tra uomini e donne, sia discriminatorio: perché funziona così, facendo prevalere il maschile, anche quando sono presenti in maggioranza donne. Ma in italiano non c’è sempre corrispondenza esatta tra genere linguistico e identità delle persone che indica: si pensi alle parole "persona" e "individuo". Non solo, in italiano, hanno un genere anche i nomi degli oggetti inanimati: se dico “tavolo e sedie sono oggetti di arredo", dirò "oggetti" al maschile anche se ci sono più sedie, senza temere di discriminare le sedie, per convenzione. Questa convenzione si chiama tecnicamente maschile non marcato o sovraesteso».

E lo “schwa" cos’è?

«È il segno, simile a una "e" rovesciata e a un 6 scritto a specchio, che in alfabeto fonetico internazionale indica la vocale indistinta, un suono tra a/e/o presente anche in alcuni dialetti italiani. C’è chi sostiene che dovrebbe sostituire la -i finale di quel “buongiorno a tutti”, per includere chi non si riconosce nel maschile di quel tutti o nella dualità maschile/femminile».

Perché così non va, anzi non schwa?

«L’errore di fondo sta nel voler anteporre l’ideologia a un criterio di minimo realismo e praticabilità, nel senso che un conto è predicare l’inclusione nel reale, per esempio attivando nella pratica misure inclusive, si pensi, ma è solo un esempio, a quelle che rendono la cultura accessibile ai disabili in tutte le forme; altro conto è cercare di imporre una pretesa nuova norma linguistica in nome di un’ideologia che considera diritto o, in senso opposto, privilegio, quella che è una semplice convenzione».

Il diritto insegna che più si cerca di dettagliare una norma, riducendone generalità e astrattezza, più con l’intento di includere si finisce per escludere, perché le cose che lasci fuori sono sempre più di quelle che metti dentro. Succede così anche in questo caso?

«Sì. Mi colpisce il fatto che continua ad allungarsi la lista dei pronomi con cui si allude a chi non si riconosce nel maschile e nel femminile. Il sistema sanitario della regione di Vancouver in Canada, per esempio, ha proposto, nel modulo per l’iscrizione vaccinale, la possibilità di scelta tra 16 pronomi personali diversi, oltre al he/she, lui/lei in inglese. Ma, i pronomi servono solo nella misura in cui costituiscono un sistema limitato e circoscritto che generalizza, altrimenti si rischia di non capire più nulla. Ci sono già i nomi a definire i singoli individui».

C’è un problema di economicità della lingua?

«Eccome se c’è, la lingua procede per semplificazioni. Quello che noi chiamiamo “grigio” è una tonalità riconducibile potenzialmente a diecimila tonalità di grigio, ma solo a pochissime abbiamo dato un nome. Nello spettro cromatico noi vediamo tutte queste sfumature, ma poi abbiamo bisogno di una sola parola che dia conto del fatto che tutte rientrano nella  gamma di colore che per noi si chiama grigio. C’è un problema di economicità e c’è un problema nel pensare che la lingua debba avere una desinenza per ogni identità: è una follia perché distorce la funzione della lingua che serve a far comunicare le persone».

Da un lato la censura della cosiddetta "cancel culture", dall’altro questo dibattito sulla lingua “inclusiva”, sono semplificazioni che spesso trovano cittadinanza nel mondo accademico. Ma l’università non dovrebbe essere il luogo in cui si impara la complessità della conoscenza e le sfumature che ne derivano?

«Sono dibattiti parenti, perché muovono dagli stessi schieramenti. Mi sembra preoccupante che questo atteggiamento di riscrittura della storia, della letteratura e ora della nostra lingua si sia propagato dalle università americane a quelle europee: non vorrei che fosse il sintomo di una cessione di sovranità da parte delle università non tanto agli studenti come soggetti politici quanto agli studenti come clienti, perché di fatto le università dipendono economicamente dal numero di iscritti. In questo vedo una saldatura tra un certo radicalismo progressista e alcuni dei tratti deteriori del liberismo americano».

 

Ci si potrebbe attendere che il tema contrapponga, l'un contro l'altro armati, progressisti e conservatori, leggendo il suo libro si capisce che questo avviene anche ma che la questione è più complessa.

«Ci sono due fronti su cui ci si polarizza: uno è quello sbrigativamente definibile come destra/sinistra ed è quello ovvio. Meno ovvio e per certi versi più interessante è il secondo, interno al fronte che potremmo definire progressista: lì si scontrano un’ala radicale, militante che preme in maniera molto ideologica ed estremistica verso soluzioni come lo “schwa” e gli “asterischi” e una parte che sta in allerta e mette in guardia dai pericoli di queste estremizzazioni. In questo momento mi pare che stia vincendo un certo radicalismo, almeno in certi protocolli linguistici adottati nelle università umanistiche. Persone come me, che si sentono progressiste e che sono favorevoli all’allargamento dei diritti, non si riconoscono in questo radicalismo che mette a repentaglio la lingua come strumento di comunicazione e sono convinte che la battaglia per salvare l’italiano così come è stato fin qui si debba fare, senza arretrare. Anche se si rischia di non essere capiti e di subire qualche intimidazione».

Quali sono i rischi maggiori di questa radicalizzazione?

«Parlo di lingua perché è la cosa che conosco meglio, il rischio è che l’adozione dello schwa come alternativa al maschile non marcato diventi una soluzione più esclusiva che inclusiva: rischiamo di escludere dalla comprensibilità della lingua comune tutte le persone che parlano e scrivono senza fare della lingua il loro mestiere. L’italiano con lo schwa ci costringerebbe a rimontare le strutture della nostra lingua daccapo. Non solo, nel momento in cui tu devi stare più attento alle desinenze che usi, finirai per sacrificare i contenuti di quello che dici. Ciascuno di noi parla la propria lingua spontaneamente, senza che nessuno gli abbia insegnato che i maschili finiscono i -o, i femminili in -a. Li ha imparati con il latte e li usa, se deve usare lo schwa deve sacrificare questa spontaneità in nome di un “presuntissimo” diritto, che secondo me non è un diritto, a una desinenza».

Anche per chi domina la lingua molto bene, tra l’altro, sarebbe difficile gestire le concordanze in un discorso intero. O no?

«Sì perché gli accordi grammaticali mentre parliamo ci vengono spontaneamente dal fatto che abbiamo acquisito la lingua da piccoli, mentre qui si tratta di fare uno sforzo enorme per imparare da zero una lingua che non è più la nostra e che non esiste, perché l’italiano ha questo sistema di desinenze che codifica l’insieme di genere e numero, che prende dentro nomi aggettivi, preposizioni articolate, pronomi, participi, un sistema complessissimo che con lo schwa andrebbe ridisegnato. Ma ridisegnare il meccanismo della formazione delle parole significa stravolgere l’impianto base di una lingua, cioè cambiarla: l’italiano a quel punto non è più l’italiano. E oltretutto si pretende di deciderlo a tavolino».

Lo chiedo all’insegnante: le parole sono pietre o possono diventarlo. Qual è la strada equilibrata di educare ad adoperarle senza censure ma senza farne un corpo contundente?

«Non credo esista una strada universale, penso che ciascuno di noi debba stare attento al contesto: abbiamo imparato da piccoli che con i nostri amici possiamo dire le parolacce e a scuola non possiamo dirle. Questo discorso può essere allargato al fatto che dobbiamo adeguare le scelte linguistiche al contesto sempre, questo presuppone consapevolezza nell’usare la lingua. Il modo migliore per arrivarci è conoscere moltissime parole, conoscerne a fondo le sfumature di significato, cioè dominare il codice linguistico che usiamo per comunicare. E poi c’è anche il fatto che i codici devono essere rinegoziati ogni volta: quando parlo con qualcuno io devo adeguare il mio linguaggio a lui e lui a me e sarebbe auspicabile che io fossi un po’ tollerante rispetto ad alcune cose che potrebbe dire e che potrebbero non piacermi e che lo stesso facesse lui con me. Io credo che, nel momento in cui da un lato mettiamo in atto uno sforzo di adeguamento e di rispetto verso l’interlocutore e dall'altro esercitiamo la tolleranza reciproca, troviamo la chiave di tutto».

 
 
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