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di Matteo Menegol
Con la scomparsa di Arnaldo Forlani se ne va l’ultimo baluardo del cosiddetto “CAF”, la storica alleanza formata nell’89 con Craxi e Andreotti. Esponente di spicco della Dc marchigiana, eletto nel collegio della natia Pesaro, si contraddistinse fin dalla gioventù nelle numerose battaglie congressuali per eloquio e determinazione. Ministro in tre governi e segretario del partito per due mandati, già vicepresidente del Consiglio nel primo esecutivo a guida socialista della storia repubblicana, Forlani si insediò a Palazzo Chigi una sola volta nell’ottobre del 1980, rassegnando le dimissioni otto mesi più tardi, in seguito allo scandalo della P2 che travolse il Paese e, conseguentemente, la maggioranza parlamentare che lo sosteneva.
Abbiamo chiesto a Marco Frittella, direttore editoriale di RAI Libri, in base alla sua lunga esperienza come giornalista e capo ufficio stampa, un ritratto del leader democristiano.
«I miei ricordi di Arnaldo Forlani – spiega – si legano più alla mia esperienza di cronista politico che non a quella di capo ufficio stampa della Democrazia Cristiana, poiché, nonostante il mio ruolo, non frequentavo molto la sede del partito. Tuttavia, essendo marchigiano come lui, ben rammento gli albori della sua carriera, quando nei congressi locali era solito scontrarsi duramente contro Leopoldo Elia, punta di diamante della sinistra morotea». Benché già allora i dibattiti avvenissero senza esclusione di colpi, Forlani seppe evitare rancori e personalismi di qualsiasi tipo, ed è proprio questo, afferma Frittella, a renderlo «un grande personaggio rispetto ai politici attuali, che ci hanno abituati a un eloquio talvolta eccessivamente volgare e aggressivo».
Andreotti amava ripetere che “il potere logora chi non ce l’ha”. Non è certamente il caso di Forlani, che ha incarnato il ruolo di pedina fondamentale sullo scacchiere della Prima Repubblica. Ciò nonostante, risulterebbe difficile anche al più navigato dei politici restare a galla nelle agitatissime acque parlamentari. La sua arma di sopravvivenza a tutto questo fu l’ironia, àncora di salvezza persino nei momenti cruciali della propria carriera.
«Si dice che un’estate, durante un vertice della Dc in cui gli fu comunicato che avrebbe assunto le redini del nuovo governo, Forlani, con atteggiamento rilassato, quasi distaccato, rispose: “Con ‘sto caldo?”. Ecco – continua Frittella – il suo segreto era questo: vivere il potere non come un’ossessione, ma con distacco e, perché no, grande capacità anche di autoironia. Si diceva che fosse pigro, ma non era affatto così. Ricordo che in occasione di un congresso del PCI svoltosi all’Eur, e all’epoca i congressi duravano quasi un’intera settimana, lui fu l’unico segretario di partito a presentarsi tutti i giorni. Naturalmente, i più maliziosi non mancarono di sottolineare come casa sua fosse a cinque minuti da lì…».
Soprannominato “il coniglio mannaro” da Giampaolo Pansa, Arnaldo Forlani, quando le circostanze lo richiedevano, era in grado di mostrare gli artigli, lasciandosi sfuggire anche qualche zampata. Come quando diede la scalata al partito insieme a Ciriaco De Mita, attraverso il “patto dei quarantenni”, per “rottamare” (si direbbe nel linguaggio della politica odierna) gli storici leader democristiani. Dopo il sabotaggio per mano craxiana della famosa staffetta per la presidenza del Consiglio, che avrebbe voluto De Mita alla guida del governo per la restante metà della legislatura, Forlani si ritrovò a siglare quello che passerà alla storia come “patto del camper”, a suggellare l’intesa con Craxi patrocinata da Giulio Andreotti. Questo lo poterà in contrapposizione con, il politico di Nusco, convinto invece di poter risollevare le sorti democristiane, allargando ulteriormente il bacino elettorale. Marco Frittella, a tal proposito, ha dichiarato: «Vi erano due visioni contrapposte: da un lato De Mita che insisteva nel proseguire sulla linea tenuta in quegli anni; e dall’altra Andreotti e Forlani, che presero atto che il partito era ormai un grande e nobile tronco in fase di decadimento. Per loro, non c’era altra strada se non quella di abbatterlo, per ricostruire tutto daccapo». Queste divergenze, però, erano già emerse durante l’esperienza del Governo Craxi: «De Mita mal sopportava l’alleanza coi socialisti, vivendola come una necessita temporanea, al fine di garantire una stabilità al Paese – spiega il giornalista –, mentre gli altri due esponenti democristiani intravedevano anche un futuro elettorale per quella formazione di governo».
Ma a fermare tutti i sogni di gloria ci pensò il 1992, l’anno in cui nulla sarebbe più stato come prima e che diede il benservito pressoché all’intera classe politica della Prima Repubblica a colpi di arresti e avvisi di garanzia. Il pool di Mani Pulite passò in rassegna uno a uno tutti i grandi leader dei vari partiti, convocati nell’aula del tribunale di Milano per rispondere alle domande dell’allora pm Antonio Di Pietro, davanti all’intero Paese che, grazie alle telecamere presenti, seguì in diretta questa interminabile sfilata di giganti della politica travolti da un qualcosa ancor più grande di loro. Anche Forlani non fu risparmiato da quel tritacarne giudiziario: in pole position sulla rampa di lancio per il Quirinale insieme ad Andreotti (i due non si risparmiarono vicendevolmente nella guerra degli scrutini segreti), dovette fare un passo indietro di fronte alla strage di Capaci, che mandò in cortocircuito l’intero Parlamento, inducendolo a correre ai ripari con l’elezione del presidente della Camera Oscar Luigi Scalfaro.
Celebre la sua immagine con quel filo di bava che cala dagli angoli della bocca, mentre risponde alle domande di un sempre più incalzante Di Pietro. «Trovo semplicemente sconcertante e ingeneroso che quella sia l’immagine di Forlani che si è deciso di regalare alla storia. È un qualcosa di profondamente inaccettabile» dichiara Frittella, il quale poi ci affida un ricordo più personale: «Era capace di instaurare un rapporto che andava oltre quello professionale. Anch’egli originario delle Marche, patria delle calzature, si divertiva nel consigliarmi gli acquisti migliori da fare. Ma voglio raccontare un aneddoto che rende al meglio l’idea di quel distacco dal potere che lo circondava. Ero in mezzo a nugolo di giornalisti, quando mi ritrovai a pochi centimetri da lui. Si era appena concluso un importante vertice, che avrebbe segnato una svolta profonda nel partito. Timidamente gli domandai cosa ne pensasse dell’importanza di quel momento. E lui rispose: “Ma no… il solito consiglio nazionale, niente di che…”. Ecco, questo era Forlani».




