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Beato Giovanni Battista Scalabrini

22/10/2012  Una vita apostolica attenta alle problematiche politiche e sociali

Questa grande figura di vescovo e di fondatore nacque a Fino Mornasco, in provincia di Como, l’8 luglio 1830. Avendo fin da giovane avvertito la chiamata allo stato ecclesiastico, dopo aver compiuto gli studi con esito assai positivo, fu ordinato sacerdote il 30 maggio 1863 e subito destinato a insegnare nel locale seminario minore, di cui divenne anche rettore dal 1867 al 1870.

Successivamente egli espresse il desiderio di iscriversi al Pontificio Istituto Missioni Estere (PIME), ma il suo vescovo glielo impedì. Fu quindi mandato come parroco nell’importante parrocchia di S. Bartolomeo e nei cinque anni di ministero si mise in luce per santità di vita, grande zelo e spiccata sensibilità ai segni dei tempi; per questo a soli 36 anni, nel gennaio 1876, venne consacrato vescovo di Piacenza, dove rimase per circa un trentennio fino alla morte.

Si resta meravigliati nel constatare lo straordinario dinamismo e la lungimiranza delle sue intuizioni apostoliche: nelle sue 76 lettere pastorali affronta i problemi di un’epoca caratterizzata da complicate vicende della nostra storia religiosa e politica; e non si accontenta delle denunce, ma cerca anche soluzioni concrete a seconda delle situazioni che egli conosceva bene, grazie anche al capillare controllo del territorio della diocesi.

Fece ben cinque visite pastorali soffermandosi personalmente in tutte le 365 parrocchie, anche in quelle situate in paesini pressoché inaccessibili dell’Appennino emiliano, dove nessun vescovo si era mai recato. Lo vediamo poi fondare un istituto per sordomuti, organizzare un centro di assistenza per le mondine, società di mutuo soccorso e casse rurali. E poiché da un secolo e mezzo non si teneva un sinodo diocesano, egli ne celebrò ben tre. Inoltre diede impulso all’Azione Cattolica e – convinto della necessità di un tipo di catechesi adatto ai tempi – fondò il periodico Il Catechista cattolico, tuttora edito in diocesi, che fu la prima rivista del genere in Italia, e organizzò a Piacenza il primo Congresso catechistico nazionale.

Ma a provocarlo in maniera decisiva per il suo capolavoro apostolico fu una scena di cui fu spettatore un giorno alla Stazione Centrale di Milano: là si era radunata una folla di poveracci che aspettavano il treno per Genova o per Napoli, da dove sarebbero salpati per l’America in cerca di lavoro.

Si sapeva che, una volta giunti laggiù, sarebbero stati preda di profittatori e sarebbero rimasti privi di ogni assistenza materiale e spirituale: infatti venivano ammassati, al loro arrivo, negli slums delle grandi città statunitensi (dove erano diretti quasi tutti gli emigrati italiani del Mezzogiorno), o nelle immense campagne dell’America Latina (meta soprattutto di quelli dell’Alta Italia) e impiegati in lavori pesantissimi senza poter contrattare la paga e gli orari di lavoro, spesso cadendo preda di sfruttatori (tra cui purtroppo non pochi compatrioti) che speculavano sul loro salario, sull’affitto dell’alloggio e sul vitto.

Mons. Scalabrini si diede da fare, con gli scritti e con la parola, per sensibilizzare l’opinione pubblica e il mondo politico sul dramma dei nostri emigrati, girando molte città d’Italia; pubblicò anche nel 1887 un opuscolo dal titolo  “L’emigrazione italiana in America”, che ottenne consensi anche da diversi politici, ma senza conseguenze concrete sul piano pratico.

Allora, deluso ma non scoraggiato, decise di intervenire di persona fondando il 28 novembre di quello stesso anno la congregazione dei Missionari di S. Carlo, più noti come Scalabriniani, il cui carisma consisteva nel dedicarsi completamente all’assistenza degli emigrati italiani in America. Contemporaneamente, istituì il “Comitato di Patronato” per provvedere alla tutela degli interessi materiali degli emigrati, organismo che successivamente si denominò Società San Raffaele, suddivisa in tanti Comitati locali.

La fondazione dei Missionari, che ottenne subito l’approvazione della Santa Sede, cominciò con tre sacerdoti il 28 novembre dello stesso 1887, e l’anno dopo partì la prima spedizione con 10 membri (oggi gli Scalabriniani sono oltre 700, presenti in 25 nazioni nei cinque continenti).

In quei giorni mons. Scalabrini incontrò a Castelsangiovanni, nel Piacentino, Francesca Saverio Cabrini che inaugurava una nuova fondazione delle sue Missionarie del Sacro Cuore di Gesù, e la invitò, anche a nome dell’arcivescovo di New York, a collaborare alle missioni in favore degli emigrati italiani, per i quali nel frattempo papa Leone XIII aveva richiamato la pastorale responsabilità dei vescovi americani.

Qualche anno dopo, lo Scalabrini dava vita ad un suo istituto femminile. L’occasione gliela fornì un suo giovane missionario tornato dal Brasile con un bambino in braccio perché la mamma era morta sul bastimento durante la traversata: nel 1895 nascevano le Missionarie di San Carlo per l’assistenza agli emigranti, le quali oggi sono 850.

Grandioso è stato il contributo culturale dato dagli istituti scalabriniani ai nostri emigrati con la creazione di migliaia di scuole: «Accanto a ogni chiesa», sosteneva il Fondatore, «deve esserci una scuola». Lui aveva anche proposto una specie di “servizio civile” - cioè anni di servizio scolastico agli emigrati - in alternativa al servizio militare per i chierici della sua congregazione, ma il governo di Francesco Crispi lo vietò, temendo che quei giovani missionari andassero a «predicare la parola papale». Le scuole crebbero comunque  ugualmente e centinaia di migliaia di emigrati e dei loro figli ebbero un’istruzione adeguata.

La continua lungimirante attenzione ai segni dei tempi spinse mons. Scalabrini a farsi convinto promotore della Conciliazione fra Stato e Chiesa che allora non era ben vista negli stessi ambienti ecclesiastici. Per questo, nel 1885, egli aveva pubblicato a Bologna in forma anonima, senza firma, un opuscolo dal titolo Intransigenti e transigenti nel quale delineava una ipotesi di soluzione della questione romana, e il cui testo aveva segretamente ricevuto l’approvazione preventiva del Papa, ma che fu duramente criticato da L’Osservatore Romano che evidentemente non era a conoscenza dell’ok pontificio.

Il segreto della grande vitalità del Beato era innanzitutto la sua profonda vita interiore, fatta di preghiera, di meditazione, di pietà eucaristica e mariana in fedeltà al suo motto «Santificarmi, farmi santo: hoc est omnis homo».

Nei suoi trent’anni di episcopato fu sempre attivo e zelante per il bene dei suoi diocesani, animato da una inesauribile carità. Lo confermano anche le sue numerose lettere pastorali e in particolare l’epistolario, in cui è di notevole interesse la corrispondenza con l’amico mons. Geremia Bonomelli, vescovo di Cremona.

Nel 1905 stava preparando la sua sesta visita pastorale alla diocesi, nonostante fosse già duramente provato nel fisico, ma improvvisamente si aggravò e non valse a salvarlo un intervento chirurgico a cui fu subito sottoposto: sopravvenne infatti una crisi più acuta che ne provocò la morte la mattina del 1° giugno, nella sua sede vescovile, in concordanza con un proposito che egli aveva rinnovato ogni anno negli esercizi spirituali: «Vivere, santificarsi e morire a Piacenza».

Giovanniu Paolo II lo ha beatificato il 9 novembre 1997.

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