«Bisogna fermare la guerra e cominciare a sanare le ferite. Siamo già in ritardo». Monsignor César Essayan, vicario apostolico per i cattolici di rito latino in Libano parla della situazione in corso.

«La notte è stata difficile», racconta. «Io sto a 10 km al nord di Beirut. Però abbiamo sentito tutto il tempo gli aerei che passavano a bombardare su Beirut. Aumenta il numero di morti (già oltre 600), le scuole sono chiuse viviamo nell’angoscia di quello che succederà visto che Israele ha promesso di radere al suolo la periferia di Beirut».

Notte di terrore a Beirut. I civili subiscono gli attacchi di Israele sulla capitale. I libanesi chiedono di non essere dimenticati

Cosa vi aspettate?

«Il peggio e dunque viviamo in questo. Già adesso è tutto molto difficile. Ci sono 800.000. Cerchiamo di aiutare il più possibile. Abbiamo fatto un incontro alla sede patriarcale maronita con le agenzie della Chiesa come l’Opera don Orione, l’Aiuto alla Chiesa che soffre, la missione pontificale ed altri e noi rappresentanti delle Chiese cattoliche per congiungere i nostri sforzi e dare una mano anche allo Stato per accogliere gli sfollati a Beirut. Abbiamo anche uno sguardo molto tenero verso il Sud del Libano e verso chi ha deciso di rimanere nelle proprie case. Cerchiamo il modo di aiutare anche loro. I primi bisogni sono assicurati, ma ci sono tanti problemi a cominciare dall’elettricità, dal carburante per i generatori».

Cosa vi spaventa di più?

«Viviamo nell’incertezza. Abbiamo paura di vedere il Sud invaso a Israele e anche la valle della Beqā invasa dalla Siria. C’è una grande confusione e anche la gente non sa più se premere perché Hezbollah rinunci alle armi o se sostenerla per difendersi dalle minacce. C’è chi dice che se nessuno ha frenato Israele che radeva al suolo Gaza chi potrà fermarli se vogliono penetrare in Libano? Siamo in una situazione molto difficile, imbarazzante. Non sappiamo più cosa pensare».

Cosa fate come Chiesa?

«Rispondiamo ai bisogni di oggi, ma con un occhio anche per i mesi a venire. Vogliamo aiutare i nostri giovani a sperare e a tenere duro in questa situazione perché molti stanno cercando di andare via da qua. Portiamo una speranza, quella che il Papa ci ha dato quando è venuto qua tre mesi fa e questa speranza ci fa pensare che è sempre possibile trovare un’altra via diversa dalle armi e che ogni vita vale la pena che venga spesa per il bene e per la pace. Questo ci fa andare avanti: continuare a lottare come Chiesa e come Paese per non far attecchire l’odio. È difficile perché fa male passare per le strade di Beirut e vedi la gente che dorme in macchina lontano dai palazzi perché sa che potrebbero essere bombardati. Queste sono situazioni spicciole per sopravvivere, ma non sono soluzioni».

Vi sentite sostenuti?

«Sì. Dalla comunità internazionale, da tanti amici che mandano messaggi, dalla preghiera. Ci arrivano anche aiuti economici per poter comperare quello di cui gli sfollati hanno bisogno. Sentiamo una Chiesa presente, una comunità internazionale di gente che spera sempre che questo nostro paese, il Libano, possa rinascere dalle sue ceneri».

Accogliete tutti?

«Non facciamo distinzioni di religione, anche se a Beirut stiamo più attenti perché non conosciamo le famiglie sciite e quindi dobbiamo valutare se qualcuno di Hezbollah o dei guardiani della rivoluzione iraniani può infiltrarsi. A Sud le famiglie si conoscono tutte e quindi è più facile sapere chi sono. Dobbiamo usare questa precauzione perché abbiamo visto che Israele non bada a quanti morti ci possono essere. Se vuole colpire un membro di hezbollah rade al suolo palazzi e quartieri e quindi ne va della vita di una intera popolazione».

Il presidente libanese voleva negoziare con Israele, ma al momento ha ricevuto un rifiuto. Cosa ne pensa?

«Non c’è altra soluzione se non il dialogo. Israele potrebbe cercare di entrare al sud del Libano, ma questa incursione non porterà la pace. Quello che sta facendo adesso con i bombardamenti e con la minaccia di radere al suolo la periferia di Beirut mette soltanto odio nel cuore delle persone. Si sta creando nemici per i prossimi anni. Bisogna ascoltare il nostro presidente che chiede di mettersi a un tavolo per far cessare le armi. E anche quello che ha detto papa Leone di disarmarsi e accettare di parlare. Nessuno mai ha vinto una guerra. Laddove ci sono state guerre è stato solo creato caos e odio. Se non si fermano le armi si creerà solo una nuova generazione di terroristi che avranno anche a disposizione le armi, l’intelligenza artificiale. E allora chi potrà fermarli? Chi oggi cova odio e domani non avrà soluzione perché è ferita, perché ha vissuto ed è cresciuta solo nella violenza quotidiana, cosa potrà fare in futuro? Io avevo 13 anni quando è cominciata la guerra civile in Libano e ho conosciuto solo violenza. Mi ha salvato la mia fede, ma tanti altri che fine hanno fatto? Pensiamo ai campi palestinesi, ai campi profughi siriani, a gente che ha conosciuto solo guerra. Che generazione di giovani avremo domani? L’unica soluzione è fermarsi, dialogare. Oggi è già tardi, non possiamo più aspettare».