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mercoledì 16 ottobre 2019
 
Giovanni Vittorio Ferro
 

Verso gli altari il vescovo che cercò la pace durante i moti in Calabria

08/07/2019  Uomo del Nord, capì e amò il Sud. Diede rifugio ad ebrei, salvandoli dai nazisti. Operò nella Genova dei camalli. Diventato arcivescovo di Reggio Calabria si trovò a vivere i violenti anni Settanta. Che affrontò Vangelo alla mano

Si avvia a diventare beato l’arcivescovo mons. Giovanni Vittorio Ferro, dell’Ordine dei Chierici Regolari di Somasca nato a Costigliole d’Asti il 13 novembre 1901 e morto a Reggio Calabria il 18 aprile 1992 dove ha guidato la diocesi reggina dal 1950 al 1977.

Sabato mattina, 6 luglio, infatti, Papa Francesco, dopo l’udienza concessa al card. Angelo Becciu, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, ha promulgato il decreto delle virtù eroiche del presule.

Il 29 settembre 2011, in occasione della chiusura della causa a livello diocesano l’allora arcivescovo di Reggio Calabria-Bova e presidente della Conferenza Episcopale Calabra, mons. Vittorio Mondello, parlava di una “giornata storica e non solo per la Chiesa di Reggio Calabria ma per l’intera chiesa calabrese” che nei giorni precedenti aveva vissuto la gioia della diocesi di Cosenza-Bisignano per la beatificazione della prima donna calabrese dichiarata Beata, sr. Elena Aiello. “Dappertutto in Calabria la figura paterna di mons. Ferro, che è stato anche presidente dei vescovi calabresi, è conosciuta ed amata”, ricordava Mondello in quell’occasione aggiungendo che a Reggio Calabria è “rimasta l’orma indelebile del suo ministero, la testimonianza singolare della sua vita santa”: mons. Ferro “aveva saputo dare alla gente Dio. La gente ha bisogno di Dio, ne ha fame e sete. Mons. Ferro ha saziato questa fame e questa sete”.

Giovanni Vittorio Ferro amico del popolo calabrese durante l'alluvione del 1951 e i moti del 1970

L’attuale arcivescovo reggino, mons. Giuseppe Fiorini Morosini, lo scorso anno ha visitato i luoghi di origine di mons. Ferro sottolineando come egli, provenendo dal Nord, si sia profondamente incarnato nella realtà calabrese, manifestando il suo cuore di pastore e la sua vicinanza anche in momenti difficili, come ad esempio l’alluvione del 1951 che portò anche all’abbandono e allo spopolamento di diversi comuni della diocesi. In quell’occasione mons. Ferro, tramite un comunicato chiamava tutti alla solidarietà: “Una nobile gara di fraterna solidarietà riporti la serenità e la gioia dove la distruzione e la morte hanno seminato tante rovine”. Un appello che trovò attento l’allora papa Pio XII che mandò aiuti alla popolazione colpita. In quei giorni mons. Ferro aprì la casa arcivescovile per l’accoglienza di persone alluvionate e  significativa fu l’offerta della sua stessa croce pettorale come segno di aiuto e di soccorso.

Il presule “reggino” è sempre stato vicino a tutti coloro che avevano bisogno del suo aiuto. Si ricorda la vicinanza al popolo durante i cosiddetti “moti di Reggio Capoluogo” del 1970 “compiendo incisiva opera pacificatrice, e sedando gli animi più accesi”. Sopportò eroicamente e come “pecora muta” le “ingiuste accuse che gli vennero mosse”, si legge in un testo della postulazione: ebbe numerosi attestati di stima, di vicinanza e di solidarietà, non solo da innumerevoli fedeli, ma anche da parte di tutte le autorità civili e militari, della stessa Segreteria di Stato, a nome del Pontefice, e alla fine anche da parte del Presidente della Repubblica italiana, Giuseppe Saragat, che – per “l’opera di pacificazione svolta in mezzo alla gente – gli inviò in dono, con i sensi della sua stima e gratitudine, un calice d’argento”. Un opera di vicinanza mal vista da qualche esponente  politico che ne chiede l’arresto).

Durante il periodo di guida della diocesi eresse nuove parrocchie, ricostruì il seminario arcivescovile, ed istituì l’O.R.A. (Opera Reggina Asili) che contava un asilo in ogni parrocchia. Fondò la Scuola Superiore di Servizio Sociale, una delle prime sorte in Italia, incrementò la P.O.A. (Pontificia Opera di Assistenza) e l’O.N.A.R.M.O. per l’assistenza morale e religiosa dei lavoratori, le Pie Unioni.

Il cuore di padre si fece particolarmente vicino ai suoi figli in occasione di pubbliche calamità, quali le disastrose alluvioni che sconvolsero in quegli anni i paesi più poveri e sperduti della Diocesi. Dal 1963 al 1965 partecipò al Concilio Ecumenico Vaticano II, come viene attestato dai suoi interventi alle varie sessioni.

Giovanni Vittorio Ferro: dopo la morte, il suo lascito di affetto nell'epigrafe e nel testamento

  

Lascia la diocesi reggina, per raggiunti limiti di età il 4 giugno 1977 e il Consiglio Comunale gli concede la cittadinanza onoraria. Il 28 agosto, dopo aver celebrato la messa presso il Monastero della Visitazione, parte per Roma e si stabilisce presso la Curia Generalizia dei Padri Somaschi. Ritorna poi in città dove muore il 18 aprile 1992 e viene seppellito nella Cattedrale.

Nell’epigrafe si ricorda come “ Pastore molto zelante, infaticabile per operosità, risplendente di esimia carità, poverissimo tra i poveri, fermissimo nelle circostanze procellose, segnacolo di pace, sostenitore convinto della promozione della sacra liturgia, fautore di buona cultura, esempio per tutti di virtù, specialmente di pazienza negli ultimi avvenimenti della vita, lui che aveva sofferto di una infermità cronica, o Gesù, buon pastore eterno, lui che seguendo Te, Padre carissimo, tutto si sacrificò per la salvezza delle anime, accogli nella pace e nella gloria tua sempiterna”. 

“Nel rivolgere a voi, venerandi Sacerdoti e diletti Fedeli dell’Arcidiocesi reggina e di Bova, l’estremo saluto, colui che vi fu Padre e Pastore per tanti anni, vi scongiura ‘in visceribus Christi’ a restare figli devoti della Santa Chiesa, a superare ogni contrasto e divisione con vera carità, e a usare in spirito di povertà dei beni della terra, fisso tenendo lo sguardo ai beni eterni del cielo”, scriveva nel suo testamento”: “Vi ho amati tutti e continuo ad amarvi senza esclusione alcuna. Vi attendo tutti in Paradiso, ove spero di giungere presto, confidando nei meriti infiniti di Gesù Salvatore, nella intercessione della dolcissima Madre Celeste, degli Angeli e dei Santi e nelle preghiere di suffragio che voi farete per la povera anima mia. Chiedo umilmente perdono a chiunque io abbia potuto offendere o contristare, lieto di poter dichiarare che nel mio animo si sono mai fermati pensieri e sentimenti di avversione o di rancore per alcuno di voi. Ringrazio tutti della grande bontà, che come figli amatissimi, avete avuto per me indegno Pastore della Chiesa Reggina e Bovese. Ai Venerati Presuli della Regione Calabria, che mi sono sempre stati amabilmente vicini come fratelli carissimi, la mia devozione e riconoscenza imperitura. Delle poche cose che risulteranno in mio possesso alla mia morte, lascio erede il Seminario di Reggio Calabria”.

Giovanni Vittorio Ferro durante la Seconda Guerra Mondiale

Figlio di un calzolaio e di una casalinga mons. Ferro a 11 anni entra nel Seminario dei Padri Somaschi. Compie il suo noviziato a Sant’Alessio in Roma, e diventa sacerdote l’11 aprile del 1925. Nominato rettore del Collegio Trevisio di Casale Monferrato  di trasferisce a Como nel 1938, come Rettore al Collegio Gallio. Qui, mettendo a rischi la sua vita, accoglie un ragazzo ebreo, Roberto Furcht, salvandolo dalle SS, ed offrendogli per anni gratuita ospitalità. “Mi chiamo Roberto Furcht, ho ottant’anni e sono qui per rendere omaggio alla memoria del padre somasco e vescovo Giovanni Ferro, che mi accolse al collegio Gallio, qui a Como, durante l’occupazione nazista e al quale debbo la salvezza della vita”, scrive Furcht citato in un articolo de “Il Regno” dal giornalista Luigi Accattoli.

Il futuro vescovo oltre che ad accoglierlo “mi fornisce, pochi giorni dopo, falsi documenti d’identità. Al Gallio trascorro gli anni scolastici 1943-44 e 1944-45 con il padre rettore che ogni due giorni mi chiama nel suo ufficio per rinfrancarmi e interessarsi al progresso dei miei studi”. Ferro in tutto il periodo “che io passo al collegio Gallio non fa mai richiesta di un qualsiasi pagamento di retta. Sotto questa protezione si giunge fino all’aprile 1945, quando finalmente il grande pericolo è passato. Intorno al 1965, mentre sono in viaggio di lavoro a Messina, gli faccio visita all’arcivescovado di Reggio Calabria, dove mi riceve con grande affetto. Nel 1994 riallaccio i rapporti con il collegio Gallio e faccio visita al rettore di allora, padre Testa, che prepara una cena kasher. In seguito vengo a conoscenza del processo di beatificazione e mi auguro che questa mia testimonianza possa contribuire al suo buon esito”, ha detto raccontando la sua esperienza al collegio Gallio domenica 10 maggio 2009, nella “giornata” di omaggio all’arcivescovo Giovanni Ferro promossa dai padri somaschi del collegio.

All’indomani del 25 Aprile del 1945 accolse anche e tenne nascosti nel collegio tre giovani della famiglia Mussolini: Vittorio, il figlio del Duce, Orio Ruberti, cognato di un altro figlio del Duce, e Vanni Teodorani, genero di Arnaldo, defunto fratello del Duce; e li fece rimanere lì fino al 12 Novembre del 1945. 

Trasferito a Genova, il 1 Ottobre del 1945, fu nominato Parroco della Parrocchia S. Maria Maddalena dove rimase fino al 1950 quando all'età di 49 anni viene nominato arcivescovo di Reggio Calabria e vescovo di Bova e consacrato a Genova dal cardinale Giuseppe Siri il 29 ottobre 1950. Prese possesso dell’Arcidiocesi di Reggio Calabria il 2 dicembre 1950 e successivamente l’8 dicembre di Bova.

(Foto in alto: Giovanni Vittorio Ferro, Pubblico dominio, Wikipedia)

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