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Cospito, confermato il 41 bis. Le tappe della vicenda

24/02/2023  Chi è Alfredo Cospito e che storia ha il detenuto anarchico che sta facendo lo sciopero della fame, che legame ha la sua vicenda con gli attacchi alle sedi diplomatiche italiane all'estero

Alfredo Cospito, 55 anni, detenuto, ha scontato nel carcere di alta di sicurezza di Sassari, una parte dei 10 anni e otto mesi cui è stato condannato per la gambizzazione del dirigente di Ansaldo Nucleare Roberto Adinolfi avvenuta a Genova il 7 maggio del 2012. Al processo negò aver agito, - con Nicola Gai suo coimputato condannato anche lui, - nell’ambito di un’organizzazione ma rivendicò la matrice anarchica: «Siamo anarchici e nichilisti», affermò in aula attirandosi il sostegno degli anarchici presenti che applaudirono e attaccarono verbalmente i magistrati, «abbiamo agito da soli e lo abbiamo deciso dopo il disastro nucleare di Fukushima. Nessun altro ha partecipato al nostro progetto». Di diverso avviso i giudici che lo hanno condannato con sentenza definitiva per quel ferimento in qualità di «promotore dell’associazione con finalità di terrorismo denominata Fai/Fri», acronimi di Federazione anarchica informale/Fronte rivoluzionario internazionale». (L'acronimo Fai della Federazione anarchica informale di cui si sta parlando non va confuso con quello della Federazione anarchica italiana, la sigla è uguale ma si tratta di due gruppi diversi).

La situazione di Cospito si è complicata quando nel 2016 nell’ambito di un’indagine della Procura di Torino relativa a una cinquantina di azioni avvenute in tempi diversi e contestate al Fai è stato accusato dell’esplosione di due ordigni avvenuta nel 2006 alla scuola Allievi di Fossano. Reato per il quale la Corte d’Appello di Torino lo ha condannato a 20 anni, contestandogli il fatto di essere il capo di un’organizzazione terroristica. L’attentato non aveva causato né morti né feriti ma l’articolo 422 del Codice penale prevede che il reato di strage si configuri quando qualcuno al fine di uccidere, compie atti tali da porre in pericolo la pubblica. Se ci sono vittime la pena prevista è l’ergastolo, negli altri casi il minimo è 15 anni. Secondo i magistrati in questo caso il tempo intercorso tra le due esplosioni sarebbe stato idoneo a far sì che la seconda potesse colpire chi fosse intervenuto per i rilievi a seguito della prima esplosione e che solo il caso avrebbe evitato morti o feriti.

Quando il processo è finito il Cassazione, la suprema Corte ha ritenuto che lo scopo di quegli atti non fosse uccidere o ferire bensì «attentare alla sicurezza dello Stato» e che dunque il reato da contestare dovesse essere quello previsto dall’articolo 285 del Codice penale, reato di strage più grave perché con finalità eversive, punito con l’ergastolo, ragion per cui ora Cospito rischia l’ergastolo ostativo

Il processo è tornato in Corte d’Appello per la sola rideterminazione della pena, ma si è ora fermato in attesa della pronuncia della Corte Costituzionale investita del caso perché il giudice ha accolto la richiesta dei difensori che vogliono verificare la costituzionalità della norma che prevede l’applicazione di attenuanti per «la lieve entità» solo a chi non sia recidivo. (Cospito lo è). Per intanto, in attesa della decisione della Consulta, la sentenza divenuta definitiva per tutto il resto è stata mandata in esecuzione, per cui Cospito al momento sta scontando pene per diversi reati per un cumulo che per il momento ammonta a 30 anni. In attesa della decisione della Corte Costituzionale e della conseguente rideterminazione della pena della Corte d'Appello di Torino, che potrebbe portare al rialzo.

Nel frattempo però Cospito nel maggio scorso, su richiesta della Dda di Torino, è stato trasferito in regime di 41 bis per 4 anni con decreto dell’allora ministra della Giustizia Marta Cartabia, soprattutto per «numerosi messaggi che, durante lo stato di detenzione, ha inviato a destinatari all’esterno del sistema carcerario; si tratta di documenti destinati ai propri compagni anarchici, invitati esplicitamente a continuare la lotta contro il dominio, particolarmente con mezzi violenti ritenuti più efficaci». Il 41 bis è il regime che, impropriamente definito “carcere duro”, è nato in realtà dopo le stragi del 1992 per evitare che i detenuti per reati di mafia prima e poi anche di terrorismo, intrattenessero relazioni con le loro organizzazioni e continuassero a comandarle dal carcere. Le sue modalità si articolano in forti limitazioni nei contatti con l’esterno e con gli altri detenuti. A Cospito si contesta il fatto che su «siti d’area», ossia frequentati da un pubblico di anarchici, «ha continuato a riproporre con forza le tematiche rivoluzionarie, fomentando i soggetti più predisposti alle azioni violente alla commissione di attentati». I difensori replicano che, siccome ha diffuso i suoi proclami che rivendicavano anche l’uso della violenza mettendo la sua firma su «siti di area», non di nascosto approfittando di visite in carcere o simili, sarebbe bastato stringere la censura sulla corrispondenza anziché applicare le restrizioni di contatti previste dal 41 bis che dal loro punto di vista non si giustifica essendogli stato concesso di scrivere. Il tribunale di sorveglianza ha avallato l’interpretazione di Marta Cartabia, ci sono infatti precedenti di questo tipo di applicazione anche ad esponenti delle nuove Br e dalle motivazioni si evince che a contribuire a mantenere questo regime concorrano azioni esterne di propaganda e solidarietà da parte di gruppi anarchici.

Il combinato disposto tra il rischio dell’ergastolo ostativo e l’applicazione del 41 bis ha indotto Cospito a proclamare ormai dal 19 ottobre scorso lo sciopero della fame. La Corte di Cassazione ha anticipato prima al 7 marzo e poi al 24 febbraio l’udienza sul ricorso contro la decisione del Tribunale di sorveglianza sul 41 bis, fissata in origine al 20 aprile. Le difese chiedono che Cospito, provato dal lungo digiuno e che nei giorni scorsi si è ferito cadendo, sia trasferito in un carcere con ospedale, fa altrettanto il garante dei detenuti.

Nel frattempo si moltiplicano le azioni più o meno violente degli anarchici a sostegno della causa di Cospito, usata come strumento di pressione, e colpiscono in prevalenza, ma non solo, le sedi diplomatiche italiane all’estero: prima l’attentato incendiario contro la prima consigliera dell’ambasciata italiana in Grecia Susanna Schlein il 2 dicembre scorso poi il sabotaggio a un’infrastruttura nucleare in Francia, altri episodi ci sono stati in Italia e in America Latina. Il 28 gennaio sono arrivati gli attacchi alle sedi diplomatiche italiane a Barcellona e Berlino, l’incendio di un ripetitore a Torino, e le manifestazioni di piazza degli anarchici a Torino e a Roma, in cui un agente è rimasto ferito.

Il caso Cospito è stato citato anche nel corso dell’inaugurazione dell’anno Giudiziario in Corte d’Appello a Torino: «I magistrati non si intimoriscono. Lo Stato non si piega». Ha detto Andrea Del Mastro delle Vedove, Sottosegretario alla giustizia, presente in Corte d’Appello a Torino. Il riferimento era alla busta con un proiettile indirizzata nel dicembre scorso al procuratore generale Francesco Saluzzo, che sostiene l'accusa del processo d'appello bis. Il gesto non è stato rivendicato, ma il simbolo della “A” che lo accompagnava conduce alla pista anarchica. La stessa su cui si indaga a Berlino e a Barcellona, si tratta anche di capire quale sia il livello di coordinamento tra queste azioni.

La situazione è per molte ragioni delicata e complessa e viene monitorata con attenzione: se da un lato vi è, infatti, l'imprescindibile necessità da parte dello Stato di tulelare la salute del detenuto provata da una protesta che lo mette a rischio mentre si trova sotto la sua custodia, dall'altra si pone il problema di disinnescare la dinamica ricattatoria di chi usa azioni violente come mezzo di pressione sulle istituzioni e che potrebbe servirsi per alimentarle di ogni decisione che possa anche solo strumentalmente intepretare come "cedimento".

Altre minacce sono giunte domenica 29 gennaio: una lettera con un proiettile è stata indirizzata al direttore del Tirreno Luciano Tancredi. A darne l'annuncio il quotidiano livornese: oltre al proiettile conteneva un foglio a quadretti con su scritto "Se Alfredo Coppito muore i giudici sono tutti obiettivi. Due mesi senza cibo. Fuoco alle galere". Messaggio firmato con A maiuscola. 

Durante la giornata Palazzo Chigi ha diramato una nota in cui si legge: "Gli attentati compiuti contro la nostra diplomazia ad Atene, Barcellona, Torino, come pure quello di Torino, le violenze di piazza a Roma e Trento, i proiettili indirizzati al direttore del Tirreno e al procuratore generale Francesco Saluzzo, la molotov contro un commissariato di Polizia: azioni del genere non intimidiranno le istituzioni. Tanto meno se l'obiettivo è quello di far allentare il regime detentivo più duro per i responsabili di atti terroristici. Lo Stato non scende a patti con chi minaccia".

Nel corso della giornata del 30 gennaio 2023 Cospito è stato trasferito, sempre in regime di 41 bis, nel carcere di Opera (Milano) dove c'è una struttura sanitaria adatta a intervenire in caso di emergenza. Gli avvocati annunciano che lo sciopero della fame continua. 

Il 9 febbraio 2023 il ministro della Giustizia ha respinto la richiesta di revoca del 41 bis.

LA CASSAZIONE CONFERMA IL 41BIS

Dopo che era stata depositata la requisitoria del Procuratore Generale in vista dell'udienza del 24 marzo, per decidere del ricorso della difesa contro la decisione del Tribunale di sorveglianza di confermare il 41 bis, Alfredo Cospito aveva ripreso gli integratori e un profilo terapeutico. Il 24 marzo la Cassazione non accogliendo la richiesta del Pg di annullamento con rinvio alla sorveglianza ha confermato il 41 bis, ritenendo la motivazione adeguata a motivare la necessità del regime di detenzione volto a limitare al massimo i contatti con l'esterno. Cospito ha annunciato il rifiuto a proseguire le terapie. 

 
 
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