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di Lorenzo Rossi
Cecilia Sala, la giornalista arrestata a Teheran il 19 dicembre scorso per poi essere rilasciata grazie agli sforzi diplomatici italiani 20 giorni dopo, è una di quelle giornaliste che uniscono passione e un istinto naturale per raccontare il mondo. Classe 1995, nata a Roma, si è distinta come una delle voci più fresche del giornalismo moderno, molto seguita in particolare dai giovani, con un particolare interesse per le aree di crisi e le dinamiche geopolitiche, attuato con mezzi moderni come il podcast. Dopo il diploma al Liceo Scientifico Camillo Cavour, si iscrive all’Università Bocconi di Milano, scegliendo Economia. Tuttavia, a pochi esami dalla laurea, decide di lasciare gli studi per seguire il richiamo del giornalismo. Inizia a collaborare con Vice Italia. Successivamente lavora con Michele Santoro nel programma "Servizio Pubblico", affinando le sue capacità di storytelling visivo e diventando giornalista professionista.
Il passaggio a testate come Vanity Fair, L’Espresso e piccole testate di nicchia come Il Foglio è una naturale evoluzione di una carriera da free lance. Dalla crisi in Venezuela alle proteste in Cile, dalla caduta di Kabul alla guerra in Ucraina, il suo lavoro sul campo le ha permesso di raccontare vicende complesse con lucidità. Il suo impegno, come abbiamo detto, si è concretizzato anche in formati innovativi. Con Chiara Lalli ha prodotto "Polvere", un podcast-inchiesta sull’omicidio di Marta Russo, diventato poi un libro. Il progetto rappresenta la sintesi del suo approccio: scavare sotto la superficie per portare alla luce storie dimenticate o volutamente nascoste. Dal 2022, Cecilia Sala conduce "Stories", un podcast quotidiano che racconta storie dal mondo. Ogni giorno affronta temi di attualità internazionale, con una prospettiva che mescola rigore e umanità. La sua capacità di sintetizzare questioni complesse in pochi minuti di racconto è un’ulteriore dimostrazione del suo talento.
La forza di Cecilia Sala è stata messa alla prova nel dicembre 2024, quando viene arrestata a Teheran mentre svolgeva il suo lavoro. L’esperienza nel carcere di Evin, simbolo delle repressioni politiche iraniane, ha rappresentato una delle sfide più difficili della sua carriera. Le condizioni dure e l’isolamento avrebbero potuto spezzare chiunque, ma non lei. Grazie alla pressione diplomatica italiana e al sostegno internazionale, è stata liberata dopo 20 giorni.




