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I funerali di Chiara Costanzo, la ragazza milanese morta nella strage di Crans-Montana.
Il ritorno a casa di Sofia, una delle ragazze sopravvissute al rogo di Crans e dimessa dall’ospedale Niguarda dopo settimane di cure, e il ritorno nella sua città, Roma, di Manfredi Marcucci per continuare le cure al Gemelli, riporta speranza a una vicenda che ha segnato profondamente compagni e insegnanti.
Al liceo Moreschi di Milano si continua però a fare i conti con il vuoto lasciato da Chiara Costanzo, morta nell’incendio della notte di Capodanno in Svizzera. A seguire la classe è la pedagogista Laura Spinelli che si occupa dei compagni di Chiara accanto ad altri esperti, tutte importanti figure di riferimento per studenti, docenti e famiglie.
Lei lavora da tempo nel liceo Moreschi. Che scuola è diventata per lei?
«Sono ormai quasi dieci anni che questo liceo mi ha accolta come figura pedagogica di supporto per studenti, docenti e genitori. In questo tempo abbiamo costruito quella rete di relazioni che costituisce l’anima di ogni comunità educante».
Quando ha saputo della morte di Chiara?
«Sono stata allertata durante le vacanze di Natale, nel momento in cui si è avuta la certezza che una delle nostre studentesse era morta nel tragico incendio della notte di Capodanno in Svizzera. Il nome, il volto, la sua voce nei corridoi: tutto si è cristallizzato in un istante che ha spaccato il tempo in un prima e un dopo».
Com’è stato il ritorno a scuola dopo la tragedia?
«Ci attendeva un silenzio assordante. Di quelli che rimbombano fino a togliere il fiato. Una classe di terza liceo gravata non solo dalla morte di una compagna, ma anche dal fragore mediatico che aveva accompagnato la vicenda».
Pedagogicamente, cosa significa affrontare un momento così?
«Forse una cosa sola: esserci. Essere lì, con i ragazzi, in un cerchio di sedie una accanto all’altra, non in fila. Per sentirsi vicini, stretti, uniti. Solo così si può sostare nell’indicibile senza pretendere di comprenderlo».
Che cosa ha visto nello sguardo dei ragazzi?
«Occhi smarriti, pieni di lacrime trattenute, di rabbia, di senso di impotenza e incredulità. Occhi di adolescenti che stanno imparando troppo presto che il futuro non è una promessa certa».
Qual è stato il lavoro più importante da fare con loro?
«Aiutarli a trovare un posto a quello che è accaduto. Non una risposta o una spiegazione, ma uno spazio interno dove far convivere pensieri ed emozioni contrastanti. Un luogo mentale ed emotivo dove, con i propri tempi, ciascuno possa costruire le proprie chiavi di lettura. Non per dare senso alla morte, ma per continuare a dare senso alla vita».
In che modo la scuola ha accompagnato questo percorso?
«Il nostro ruolo, come comunità educante, è stato accompagnarli giorno dopo giorno nel riprendere il cammino delle loro vite. Il lutto va integrato ed elaborato con tempi propri, senza fretta, mostrando che si può continuare a camminare portandolo con sé».
Ci sono stati momenti o gesti simbolici che hanno aiutato?
«Sì, piccoli rituali quotidiani. Il ciclamino bianco accanto alla cattedra, il lancio dei palloncini bianchi, le foto dei momenti vissuti insieme appese alla parete. Gesti semplici che dicono: lei c’era, lei resta».
Cosa ha imparato da questa esperienza, anche come educatrice?
«Che in certi momenti il sapere pedagogico non sta nelle tecniche o nei protocolli, ma nella capacità di sostare accanto al dolore senza la fretta di risolverlo. La nostra competenza è creare contenitori emotivi sicuri, legittimare tutte le emozioni, ammettere che a volte non abbiamo le risposte ma possiamo cercarle insieme».
E il ruolo degli adulti, in situazioni come questa?
«Essere presenti con autenticità e continuità. Il lutto adolescenziale ha tempi lunghi e forme imprevedibili. Il nostro compito è garantire una presenza stabile, perché questi ragazzi possano attraversare questo mare in tempesta sapendo che non sono soli».







