«Ho perso un amico, prima che un parroco». La voce di padre Toufic Bou Merhi, francescano della Custodia di Terra Santa, superiore del convento di Sant’Antonio di Padova a Tiro e parroco dell’assunta a Deirmimas arriva tra le lacrime e la rabbia.

Una foto di repertorio di padre Toufic Bou Merhi, mentre scarica aiuti per i parrocchiani ospitati nel convento di Tiro durante gli attacchi di due anni fa. Oggi la struttura ospita 200 sfollati

«Era andato a soccorrere, con i suoi giovani, un suo parrocchiano la cui casa era stata colpita dalle forze israeliane. E mentre dava aiuto è arrivato un secondo attacco che lo ha ferito. È arrivato in ospedale, ma non ce l’ha fatta». Padre Pierre El Raii, parroco maronita di Qlayaa, «ha sempre incoraggiato i cristiani a non lasciare la propria terra. Adesso, anche nel suo nome, la popolazione è determinata a rimanere qui. Perché dovremmo lasciare le nostre case, la nostra terra? Perché non possiamo vivere? Chiediamo solo questo: vivere e vivere con dignità».

A Beirut, «per celebrare il funerale di una mia parrocchiana morta qui e non sapendo neppure come fare per trasportare la salma a Deirmimas perché nessuno si avventura oltre Tiro», padre Toufic si interroga sul futuro di questa terra. «Sono nato nel 1970 e già a cinque anni ho conosciuto la guerra civile. Ho nipoti di 20 anni che non hanno mai vissuto in un Paese davvero in pace. Perché i nostri giovani devono cercare un futuro fuori dal nostro Paese? E perché dobbiamo essere spinti ad aver paura dei nostri fratelli sciiti. Loro non sono tutti hezbollah. I 500 mila profughi che dormono per strada sono per la maggioranza bambini. Se hezbollah avesse 500mila miliziani avrebbe conquistato il mondo. Non è così. Ma le famiglie sciite adesso è come se avessero una targa addosso. Perché se prendono una casa in affitto o vanno a vivere vicino a qualcuno si sa che Israele li prenderà di mira. Io stesso, anche quando sono in macchina, guardo gli altri in fila per capire se può arrivare un qualche attacco. Ma non voglio aver paura di mio fratello. A cosa vogliono spingerci? A odiarci tra di noi? A un’altra guerra civile? Arrivano continui avvisi da parte di Israele di evacuare la zona vicino al confine. Almeno una fascia di tre chilometri. Lì ci sono solo villaggi cristiani. E non ce ne andremo. Anche perché la gente non saprebbe dove andare. A dormire per strada? A essere colpita lo stesso perché magari è vicino a una famiglia di un’altra religione? Nel convento di Tiro stiamo ospitando 200 persone. Non abbiamo materassi e qui fa ancora molto freddo. Stiamo facendo il massimo sapendo anche che le condizioni economiche della gente non consentono di trovare una sistemazione altrove».

Parla ancora di padre Pierre per ricordare che «non aveva ancora 50 anni, era instancabile, incoraggiava i suoi parrocchiani, era sempre disponibile con tutti. Dicono che la casa del suo parrocchiano sia stata presa di mira perché tre giovani si erano nascosti lì vicino. Dicono, ma non c’è nulla di verificato. Il drone, però, ha preso di mira l’abitazione e l’ha colpita. Ma ancora più grave è quello che è successo dopo. Quando padre Pierre è arrivato con i soccorsi c’è stato il secondo attacco proprio per colpire chi stava andando a dare aiuto. E vorrei ricordare che la scorsa settimana era stata presa di mira la casa di un altro parroco ortodosso vicino a Deirmimas. È rimasto ferito suo figlio di quasi due anni. La gente adesso ha tanta rabbia tanto dolore. Non vuole la guerra che, come ha detto il Papa genera solo morte, odio e altra violenza. Le persone sono stanche e non vogliono trovarsi a dormire sui marciapiedi. Continuano a dire: “Se dobbiamo morire vogliamo farlo nelle nostre case”»