«Vorrei concludere bene la carriera a Cagliari. Se poi ci fosse una buona nazionale, perché no?». Così parlò sor Claudio Ranieri a Famiglia Cristiana a inizio campionato 2023. Poi venne la salvezza del Cagliari e sembrava che "er fettina" il figlio del macellaio di Testaccio avesse chiuso bottega. Ma poi ha bussato ancora, la Roma dal fondo del pozzo, la squadra del suo cuore. Non l'ha mai nascosto, anche se a domanda precisa rispondeva: «Sono un professionista serio, mentre alleno una squadra, la mia fede è quella. Ma il bambino che è in me non può tradire quello che è sempre stato».

Non l'ha tradita, anzi ha fatto quello che sempre fa da una lunghissima carriera: l'ha pescata dal fondo del pozzo e rilanciata in alto, fino a sfiorare l'accesso alla Champions League. Quando l'ha presa, la sua amata Roma stava al 12° posto, appena 4 punti sopra la retrocessione, a fine campionato era al quinto. E dal momento del suo arrivo nessuno ha fatto più punti della Roma in serie A: di lì in poi i Giallorossi hanno totalizzato 56 punti giocando alla pari (esattamente alla pari 56 punti pure loro) di Napoli e Inter che si sono giocate lo scudetto all'ultima giornata. Era quasi ovvio che - quando si è deciso, forse tardi (meglio intervenire a fine ciclo, dopo l'Europeo 2024), di cambiare rotta all'Italia sconfitta 3-0 nelle qualificazioni per il prossimo Mondiale, e di licenziare in corsa Spalletti, - si sia pensato all'uomo dei sogni, dei miracoli, delle imprese disperate diventate possibili: Ranieri, giustappunto, che una Nazionale l'aveva anche auspicata come finale di partita.

Due giorni e due notti fa la Nazionale che gli era stata proposta era la sua, magari in cuor suo Rainieri l'avrebbe anche desiderata. Ma c'era di mezzo un regolamento che non prevederebbe il doppio ruolo (Ranieri ne ha uno come senior advisor), l’articolo 40 del Regolamento del settore tecnico, che al comma 4 stabilisce: «Gli Allenatori Responsabili delle Squadre Nazionali della F.I.G.C. ed i loro Vice nel corso della medesima stagione sportiva, non possono tesserarsi né, indipendentemente dal tesseramento, svolgere attività per società, neppure con mansioni diverse, salvo che il contratto economico non sia stato risolto consensualmente».

Poi si è scoperto che la questione legale si sarebbe potuta risolvere dato che il rapporto tra Ranieri e la Roma è di consulenza e quindi non prevede un tesseramento. La Roma aveva dato il nullaosta al doppio incarico, ma avrebbe significato ridimensionare un bel po' le cose che Ranieri avrebbe potuto fare per il club, perché incompatibili con il ruolo di Ct. Ranieri ci ha pensato su e poi ha dettato all'Ansa: «Ringrazio il presidente Gravina per l'opportunità, un grande onore, ma ho riflettuto ed ho deciso di restare a disposizione della Roma nel mio nuovo incarico in modo totale. I Friedkin mi hanno dato il loro pieno supporto e appoggio per qualsiasi decisione avessi preso riguardo alla Nazionale, ma la decisione è solo mia», come sempre assumendosi in toto la responsabilità.

Indiscrezioni vogliono che a Gravina sia arrivato nella notte di due giorni fa questo messaggio: «Scusa presidente, non posso farlo. Ho dato la mia parola a Dan Friedkin».


Da due giorni commentatori, allenatori, sportivi più o meno da poltrona si accapigliano: si può dire di no alla Nazionale? La risposta è come sempre dipende: se il no è l'atto di un galantuomo che, a 73 anni e un contratto in corso, ritiene di dover mantenere la parola data si può, perché è un gesto di correttezza coerente con la persona che lo compie. Poi certo, si può anche capire che Claudio Ranieri in un primo momento abbia vacillato e pensato di dire di sì perché in cuor suo magari gli sarebbe piaciuto prendere l'Italia in corsa, e provare a salvare la Patria stavolta per davvero non solo metaforicamente.

Magari sarebbe stato anche bello se Friedkin, che pure aveva dato l'ok al doppio incarico, avesse preso carta, penna, calamaio o qualsiasi altra diavoleria elettronica che li sostituisca, e avesse restituito la galanteria, scrivendo qualcosa del tipo: «Mister, vai, prenditi l'Italia che ti meriti, raccogli questa sfida, e poi torna qui: la tua maglia giallorossa, che non hai tradito, e che alla fine hai risollevato, ti aspetta qui con il posto in caldo». Un finale da favola.

Però se un finale da favola sarebbe chiedere troppo a un presidente di club che ha un progetto di ristrutturazione in corso di cui Ranieri è parte, e soprattutto se la Federazione con l'acqua alla gola dopo il 3-0, ha licenziato Luciano Spalletti senza un piano B già scritto in tasca, non è che si possa addossare l'onta del traditore della Patria a Claudio Ranieri che, dopo aver valutato, si è preso la responsabilità di un "no" scomodo per non rimangiarsi la parola data. Anche perché se domani Claudio Ranieri si prendesse l'Italia e se, puta caso, non riuscisse a estrarre il solito coniglio dal cilindro, sarebbero probabilmente gli stessi che oggi lo attaccano per il "no, grazie" a rimproverargli di aver troppo voluto e di non essere stato all'altezza.