Quando gli si chiede del talento del suo capitano Simone Giannelli, il ct dell’Italia maschile di pallavolo Ferdinando De Giorgi ringrazia la cicogna che lo ha portato, mentre il suo sorriso da Stregatto si illumina come nelle pubblicità del dentifricio: «Una fortuna che sia nato in Italia». Per poi spiegare: «Alla tecnica delle mani unisce qualità fisiche: io ero un palleggiatore piccolo, lui è alto, per cui a muro e in battuta fa anche punti diretti. E poi ha visione di squadra».

Sarà che ha esordito a 16 anni a Trento in Superlega, sarà che è stato un capitano ragazzino campione d’Europa e del mondo a 25 anni con la Nazionale. Sarà che ha più medaglie di un generale. Sarà che mentre alza la palla spesso tira fuori la lingua di lato, come fanno i bambini quando si impegnano. Sarà che lo vediamo da una vita a smistare palloni, con mani di fata sul campo di pallavolo, ma si fa davvero fatica a credere avendolo davanti che Giannelli abbia, ancora a 29 anni, questa faccia pulita da eterno ragazzo, che i baffi e la barba, curatissimi, non riescono a camuffare.

Nato a Bolzano da un istruttore di tennis e da una dentista, sciatrice da giovane.

Giannelli e la pallavolo: chi ha scelto chi?

«Il tennis era lo sport che mi piaceva, lo sci alpino quello che mi riusciva meglio. Con la pallavolo ho iniziato per caso seguendo mia sorella maggiore e ho scelto io, perché fin dai primi allenamenti mi hanno conquistato le dinamiche della squadra: il fatto che per regolamento devi per forza passare la palla e che il gesto di uno dipende sempre da quello dell’altro».

Il palleggiatore smista la palla tra difensori e attaccanti, non le pesa stare in mezzo e cedere la “vetrina” del punto?

«È un ruolo molto complicato, forse il più giudicato, perché a volte non puoi fare il tuo gioco perché gli avversari battono bene e chi riceve non ci arriva. A volte se gli attaccanti non hanno successo si dà la colpa al palleggiatore, ma mi piace stare lì in mezzo, in regia, perché è un ruolo che ti dà libertà di espressione. A me non interessa apparire, ma che la mia squadra produca bel gioco e sia competitiva e che i miei attaccanti mettano giù la palla».

Capitano in Nazionale e alla Sir Safety Perugia, lo si è o lo si fa?

«Si fa. È una responsabilità, gratificante e complessa: devi favorire l’amalgama tra i compagni, e tra giocatori e staff, contribuire a creare la mentalità di cui sei il manifesto e cercare di trasmettere agli altri, con l’esempio, quello che vuoi per la squadra. Si tratta anche di sporcarsi le mani: il capitano non è solo quello che alza i trofei quando si vince, è il primo che ci mette la faccia quando c’è un problema: deve saper utilizzare anche i conflitti costruttivamente per mettere sempre al primo posto il bene della squadra».

Il ct De Giorgi, dopo la sconfitta in finale alla Vnl, ha ammesso pubblicamente un errore e vi ha chiesto scusa. Che cosa significa per una squadra?

«La consapevolezza che tutti possono sbagliare e che bisogna saper alzare la mano e riconoscere i propri errori perché questo aiuta gli altri a capire: è vero che si dice sempre, negli sport di squadra, che dobbiamo migliorare tutti quanti insieme, ma ogni squadra è fatta di 1+1+1… e più uno è performante più cresce l’insieme».

Quando ha capito che la pallavolo poteva diventare un mestiere?

«Faccio ancora fatica a considerarla un lavoro: per me è un grande impegno, una grande passione, una grande bellezza. Gioco ancora con la palla come da piccolo con la gioia nel cuore».

Miglior giocatore della manifestazione ai Mondiali 2022 e alla Champions League 2025 (ora miglior palleggiatore del Mondiale 2025), quando si è reso conto di poterci ambire?

«Quando è successo, mai avrei immaginato di arrivarci e di essere qui a parlarne con lei».

Si rischia di perdere la misura arrivando così in alto da giovani?

«Può succedere, ti salva darti degli obiettivi: il mio è sempre stato crescere e migliorare. Ovviamente nello sport è più bello vincere che perdere, però da entrambe le cose puoi imparare qualcosa. Certo, vincere la Champions League con Perugia, il trofeo che mi mancava, è stata felicità pura».

Teme la fine del gioco?

«Se è traumatica per quasi tutti forse lo sarà anche per me, ma quando sarà il momento affronterò il problema».

Che cosa c’è oltre il campo?

«Sono grato alla pallavolo e lo sarò a vita per quello che mi sta dando, ma ho sempre cercato di applicarmi e imparare anche altre cose. Sto studiando scienze dell’alimentazione e adesso sono preso dall’agricoltura: sto realizzando in Umbria un agriturismo, in cui produco anche l’olio, studio per imparare bene tutte le cose che servono a gestire: la coltivazione, i prodotti, l’ospitalità, la vendita...».

L’ha ispirata Perugia dove gioca dal 2021?

«L’agriturismo era il sogno della mia famiglia e questo territorio mi piace moltissimo; il papà della mia nonna materna tra l’altro era di Fossato di Vico. Arrivando a Perugia si è creata l’occasione: nella pace, nella serenità, nella tranquillità dei dintorni di Assisi abbiamo trovato il luogo adatto a riunire la famiglia dopo tanti anni sparsi per l’Italia e per il mondo».

Altri sportivi dicono che di studiare non c’è tempo. «Se si vuole, si trova».

Che progetti ha per il futuro?

«Mettermi alla prova ancora un po’ in campo per vedere dove posso arrivare, dato che non ho ancora trent’anni. E poi coltivare ulivi e, sì, anche mettere su famiglia».

Che cosa conta nella vita?

«Essere una brava persona in ogni sfaccettatura: sembrerà una risposta noiosa, ma è importante dal punto di vista sociale, etico e umano».

(Intervista uscita sul numero 36/25 di Famiglia Cristiana)