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Cristina Cattaneo: «La mia battaglia per dare un nome alle vite perse in mare»

24/03/2019  Intervista all’anatomopatologa più famosa d’Italia: «Identificare i morti di Lampedusa non è solo un atto di pietas, serve anche per onorarli e liberare i vivi dall’angoscia. E soprattutto rende possibile ai loro parenti adottare gli orfani sopravvissuti»

Cristina Cattaneo (55 anni) nel laboratorio del Labanof di Milano mentre analizza i reperti trovati addosso ai migranti morti in mare (foto Ugo Zamborlini per Famiglia Cristiana)
Cristina Cattaneo (55 anni) nel laboratorio del Labanof di Milano mentre analizza i reperti trovati addosso ai migranti morti in mare (foto Ugo Zamborlini per Famiglia Cristiana)

La maglia di Messi. Un passaporto sbiadito dall’acqua. Un rosario buddista. Un anello. Un dentifricio con uno spazzolino da denti. La foto di una persona cara. Una banconota da 20 euro arrotolata con cura. Un cellulare con i tasti logori. Un portafogli tarocco dell’Arsenal. Alcuni mucchietti di terra confezionati in piccoli sacchetti come fossero pepite d’oro. Quel che resta delle vite dei migranti è tutto su questo tavolo del Laboratorio di Antropologia e Odontologia forense (Labanof) di Milano. Nella stanza accanto, in scatole inventariate scientificamente, cumuli e cumuli di ossa. «Sono circa ventimila resti per un totale di trecento persone», dice Cristina Cattaneo, l’anatomopatologa più famosa d’Italia, la scienziata che in queste stanze austere risalenti all’epoca fascista, tra soffitti alti e scalinante imponenti nel cuore di Città Studi, combatte dal 2013 una battaglia difficilissima: dare un nome, e quindi la dignità, alle vittime dei naufragi del Mediterraneo. Due in particolare: quello del 3 ottobre 2013 e quello del 18 aprile 2015 al largo di Lampedusa. È lei stessa a raccontare quest’avventura nel libro Naufraghi senza volto (Raffaello Cortina Editore). Una delle storie di questo volume, quella del ragazzino che si era cucito addosso la pagella scolastica, ha commosso anche papa Francesco sul volo verso Panama del 23 gennaio scorso.

Tra queste mura si dipanano i misteri più terribili d’Italia, dalle ossessioni delle Bestie di Satana al caso di Elisa Claps fino all’omicidio di Yara Gambirasio. Cristina Cattaneo abbozza un sorriso: «Difficilmente riusciamo a capire che dietro ai morti ci sono vivi che soffrono. Vale per i casi di cronaca nera ma anche per chi trova la morte su navi negriere nel Mediterraneo. I morti raccontano sempre una storia, vanno interrogati e ascoltati». Nel suo ufficio al primo piano dell’Istituto di Medicina legale dell’Università di Milano, Cattaneo illustra quest’impresa per la quale è stata anche schernita («ma chi vuoi che li cerchi questi disgraziati morti in mare?») ma che è concretamente poetica perché sa mettersi nella pelle degli altri, come Tolstoj in quella di Anna Karenina e dunque pure in quella di quei naufraghi recuperati in fondo al mare, divenuti inevitabilmente cronaca consueta, a cui si è fatta l’abitudine, la cui morte quasi ci si aspetta ancor prima di aprire il giornale e che dunque non scandalizza e non turba più, non desta più emozioni collettive.

Si è mai chiesta se ne vale la pena?

«Mai. Qui al Labanof ci occupiamo da vent’anni di persone che muoiono nel nulla: senzatetto, migranti, persone che hanno perso ogni contatto con la famiglia. Nei casi di omicidi, l’autorità giudiziaria dispone tutti gli accertamenti per venire a capo dell’inchiesta. Ma se muore un clochard chi ha il compito concreto di identificarlo? Dal 2007, in Italia, i senza nome hanno un ufficio che si occupa di loro, quello del Commissario straordinario del Governo per le persone scomparse. Attualmente è il prefetto Mario Papa. Si tratta di un esperimento unico in Europa, un fiore all’occhiello del nostro Paese di cui essere fieri».

Che effetto le ha fatto la commozione del Papa?

«Non riuscivo a crederci. Quella della pagella scolastica è solo una delle tante storie che racconto nel libro. Nel barcone affondato il 18 aprile del 2015 c’erano quasi mille cadaveri. Mi sono calata con i Vigili del Fuoco in fondo al mare ed è stata un’esperienza terribile anche per me che alla morte sono abituata. Non è stato semplice farsi largo in mezzo a strati di cadaveri messi uno sopra l’altro, rannicchiati, in posizione fetale, abbracciati. Abbiamo trovato la tessera di una biblioteca, il cartellino di un ragazzo per donare il sangue, cellulari, fotografie di persone care, schede telefoniche e tanti altri oggetti di vita che raccontano che i migranti non sono un numero e le loro esistenze somigliano a quelle nostre e dei nostri figli».

Quante persone sono state identificate finora?

«Circa una quarantina».

Cattaneo con i suoi collaboratori tra le tende autoptiche allestite nella base di Mellilli (Siracusa) dove sono state eseguite le autopsie sulle vittime del naufragio del 18 aprile 2015
Cattaneo con i suoi collaboratori tra le tende autoptiche allestite nella base di Mellilli (Siracusa) dove sono state eseguite le autopsie sulle vittime del naufragio del 18 aprile 2015

Perché è fondamentale identificare i morti dei barconi?

«Per la loro dignità, riconosciuta dalle convenzioni internazionali, e per la salute mentale dei vivi che hanno bisogno di conoscere che fine ha fatto il proprio congiunto. Un giorno, dopo aver dormito in macchina tutta la notte qui fuori, si è presentata da me una donna che aveva bisogno di sapere se i genitori dei suoi due nipoti, rimasti in Somalia, erano morti durante la traversata in mare. Senza il certificato di morte, lei, che era la zia, non poteva adottarli e dare loro una famiglia».

“Ma chi vuole che li cerchi”, le hanno detto all’inizio. È andata così?

«No. Dopo l’appello lanciato dal Commissario, il prefetto Vittorio Piscitelli, di presentarsi in Italia e portare materiale utile per identificare i loro parenti, temevamo che non si sarebbe presentato nessuno. Sono arrivate settanta famiglie, prevalentemente eritree e siriane, da otto paesi europei tra cui, oltre all’Italia, Inghilterra, Norvegia, Spagna, Germania e Svizzera».

C’è qualche storia che l’ha particolarmente colpita?

«Quella di una donna arrivata da Stoccolma per cercare il fratello. Le ho chiesto se voleva vedere i volti dei cadaveri. Ha risposto di sì. Non riconoscendo nessuno, ha voluto vedere gli effetti personali che avevamo recuperato e tra questi ha riconosciuto la calligrafia del fratello che si era appuntato il suo nome e il numero di telefono svedese. Un’altra signora cercava il nipote laureato in Eritrea che era il vanto della famiglia. Lo ha riconosciuto grazie a una foto».

Come si arriva, nel concreto, a identificare la vittima di un naufragio?

«Oltre al recupero dei cadaveri, non tutti in buono stato di conservazione, bisogna trovare anche le persone che cercano quei morti per effettuare le comparazioni genetiche. Quando c’è un disastro aereo o un incidente, c’è la fila dei parenti che portano le ortopantomografie, le tracce del Dna rimasto sullo spazzolino da denti e altri elementi utili per identificare le vittime. In questo caso è tutto più difficile. Attraverso i canali social dell’ufficio del commissario straordinario abbiamo lanciato un appello in tutte le lingue chiedendo se qualcuno ha, o sospetta di avere, dei familiari morti in qualche naufragio di contattare l’ufficio. Abbiamo cercato di allertare i paesi dell’Africa sub sahariana: Senegal, Mali, Mauritania, Costa d’Avorio, Sudan».

È servito?

«Tramite la Croce Rossa abbiamo ricevuto le schede di oltre 60 famiglie che cercano i loro morti, probabilmente annegati nel naufragio del 18 aprile 2015. Adesso stiamo incrociando i dati. È un lavoro enorme, i familiari possono essere ovunque: nei paesi d’origine, in viaggio o in qualche paese europeo».

Un particolare degli effetti personali dei migranti morti in mare recuperati e repertati al Labanof (foto Ugo Zamborlini per Famiglia Cristiana)
Un particolare degli effetti personali dei migranti morti in mare recuperati e repertati al Labanof (foto Ugo Zamborlini per Famiglia Cristiana)

Dal 2001 ad oggi sono centinaia di migliaia i migranti morti nel Mediterraneo. Impossibile identificarli tutti.

«Noi ci stiamo occupando del naufragi del 3 ottobre 2013 e di quello del barcone affondato il 18 aprile 2015, uno dei disastri più grossi degli ultimi anni. L’operazione messa in piedi con la regia del Commissario straordinario di governo per le persone scomparse ha visto coinvolti la Marina Militare, che ha creato un vero e proprio obitorio sul mare, i Vigili del Fuoco, la prefettura e le questure di Catania e Siracusa, la polizia scientifica, la Croce Rossa e 12 università italiane. È stata una delle più belle esperienze della mia vita perché tutte le istituzioni e le agenzie coinvolte hanno fatto squadra per mettere su un progetto straordinario per accuratezza scientifica e abnegazione umana. Su 528 corpi interi è stata eseguita l’autopsia e poi sono stati sepolti. Qui al Labanof abbiamo circa ventimila resti ossei commisti che nel tempo potranno essere attribuiti, fondi permettendo».

Finora chi vi ha aiutato?

«Fondazione Cariplo, Terres des Hommes, molti privati». Vista da qui com’è la polemica sui migranti? «Io sono una scienziata. Credo che il diritto all’identità e il ricongiungimento dei vivi con i morti siano diritti umani fondamentali sanciti da molte leggi e convenzioni internazionali. Che si tratti di persone con la pelle chiara o scura non ha nessuna importanza».

Ha ricevuto critiche per questo lavoro?

«Poche. La maggioranza delle e-mail che ricevo da parte di colleghi e non solo mi incoraggia ad andare avanti e mi chiedono come possono fare ad aiutarmi. Qui al Labanof non lavoriamo solo sui morti ma anche sui vivi: dalle vittime di violenza italiane ai minori stranieri non accompagnati e ai richiedenti asilo».

Cosa si auspica per questo progetto?

«A brevissimo termine che si riescano a trovare i fondi per poter fare il massimo per identificare questo persone. A lungo termine, che questa rete di dati che stiamo creando possa funzionare a livello europeo e mondiale per identificare più persone possibili e che il lavoro della scienza riesca ad avvicinare le culture. Questo lavoro scientifico di effettuare le autopsie e studiare i resti è uno strumento per avvicinarci alle vite degli altri. Non posso credere che nella natura umana chi vede quella pagella o gli altri oggetti di vita nella tasche non sia mosso a comprendere e ad essere compassionevole. Spero che il barcone del 18 aprile 2015, che si trova ancor a Melilli (vicino Siracusa, ndr), non venga distrutto. Il mio timore è che fra cinquant’anni nessuno si ricordi più che nel nostro mare si viaggiava su navi negriere. Spero che questo possa servire come strumento di conoscenza delle altre culture e sgretolare, con la conoscenza e l’educazione, ogni tentazione razzista».

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