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Dalla parte delle vittime, tutte: la pace è l’unica vittoria che serve

24/02/2023  Nell’eclissi della politica e della diplomazia si parla solo di strategie e di armi. E il sangue continua a scorrere. A un anno dall'invasione russa dell'Ucraina e dallo scoppio della guerra, una riflessione di don Renato Sacco (Pax Christi)

«Le morti sono già troppe per non capire! E se continua, non sarà sempre peggio?». Sono le parole che  don Matteo Zuppi, cardinale presidente della Cei, ha inviato alla grande manifestazione per la pace e il  cessate il fuoco che si è tenuta a Roma lo scorso 5 novembre: oltre 100.000 persone, più di 600  associazioni e movimenti coinvolti, cattolici e laici.

Ora siamo a un anno dall’invasione dell’Ucraina. Una  guerra a cui rischiamo di abituarci. «Tanto sarà lunga», ci dicono quelli che si fingono sapienti. Quelli che,  da una parte e dall’altra, la vogliono vincere! Non vogliamo adeguarci ai “sapienti” di questo mondo,  perché «Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel  mondo è debole per confondere i forti», (1 Cor, 27). No! Non possiamo accettare che la guerra sia  considerata scelta di “buon senso”.

Dopo un anno vogliamo stare dalla parte delle vittime. Tutte. Senza distinzioni. Non dalla parte dei potenti che questa guerra l’hanno voluta, fomentata e alimentata. “La pace  è l’unica vittoria di cui abbiamo bisogno”: è lo slogan delle piazze proprio in occasione del 24 febbraio, con  le tante manifestazioni promosse da Europe for Peace. Ma quante sono le vittime, le persone in  carne e ossa, donne, uomini, bambini o anziani uccisi? Il numero cambia a seconda delle fonti, più o  meno inquinate dalla propaganda. Sì, perché la guerra si regge sulla propaganda, sempre e ovunque. Si  passa da 12.000 soldati ucraini uccisi a oltre 61.000. Dipende dalle fonti. E così per i militari russi: si  arriva ad una cifra di oltre 120.000 o anche 188.000. E i civili morti? E i feriti dell’una e dell’altra parte?  L’unica cosa certa è che le vittime sono tante, troppe.

«Quanto sangue deve ancora scorrere perché  capiamo che la guerra non è mai una soluzione, ma solo distruzione?», si chiedeva papa Francesco  all’Angelus del 2 ottobre. Ci ritroviamo a vivere questi giorni bui. Non si parla di pace, ma solo di strategie  militari e di armi. Tante armi e tanti soldi. Questa guerra è una “bella occasione” per le industrie delle armi  che vedono i propri affari andare a gonfie vele. In Italia si vuole arrivare al 2% del Pil. Perché ce lo chiede la  Nato. Sono circa 104 milioni di euro al giorno.

Nel Parlamento italiano non c’è stata una riflessione  “politica”, ma solo una discussione sull’invio di armi. E al Parlamento europeo è stato respinto, a  stragrande maggioranza, un emendamento che invitava a mettere in campo urgentemente “sforzi  diplomatici per mettere fine alla guerra in Ucraina e alle sofferenze del popolo ucraino”. Incommentabile!  Ma ci sono segni e scelte di speranza come le carovane di #stopthewar now, accanto alle vittime, e  accanto a chi sceglie di disobbedire alla guerra, obiettori di coscienza in Russia e Ucraina. Senza  dimenticare gli obiettori al porto di Genova: lavoratori che si rifiutano di caricare armi sulle navi. Nell’anno  in cui si ricordano la morte di don Tonino Bello (1993) e la nascita di don Lorenzo Milani (1923) ribadiamo  il primato della coscienza sull’obbedienza alla guerra. Perché «l’obbedienza non è più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni».

 

 

 

 

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