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venerdì 18 giugno 2021
 
 

Diritto alla salute: chi ce l’ha, e chi no

15/05/2015  “Curare (non) è permesso” raccoglie 155 casi di stranieri irregolari che non hanno ricevuto assistenza adeguata nell’ultimo anno negli ospedali milanesi. Lo pubblica il Naga, l’associazione che garantisce assistenza legale e sanitaria gratuita a stranieri e rom. Ecco come nasce la discriminazione. Anche se la salute è un diritto per tutti, secondo la nostra Costituzionale.

Mohamed, marocchino di 44 anni (il nome è di fantasia), viene ricoverato all’ospedale San Carlo di Milano per epilessia. Dopo due settimane viene dimesso senza ricetta rossa. Si presenta all’ambulatorio del Naga, che dal 1987 garantisce assistenza legale e sanitaria gratuita a stranieri e rom. I volontari dell’associazione e del Centro San Fedele gli forniscono le medicine necessarie. Ma se non ci fossero stati? M. avrebbe avuto a breve un altro attacco epilettico.

Gessi non tolti, tumori e diabeti non curati, farmaci salvavita non prescritti. Li documenta il rapporto del Naga “Curare (non) è permesso”, che raccoglie 155 casi di cittadini stranieri irregolari che negli ospedali milanesi non hanno ricevuto assistenza adeguata nell’ultimo anno. Sono soprattutto persone giovani (età media 43 anni), prevalentemente di sesso maschile (76%), provenienti dal Nord Africa, Centro America, Sud-est asiatico, Romania.

Dal 2002 al 2012 la Regione ha pagato 10 milioni di euro l’anno per le cure agli irregolari (100 mila in Lombardia, 38 mila a Milano), una briciola dei 20 miliardi annui spesi dalla sanità lombarda.

A Milano, Niguarda e San Paolo sono gli ospedali più corretti verso gli stranieri, cioè quelli che applicano la legge. «Sulla carta», dice Fabrizio Signorelli, direttore sanitario dell’associazione, «la normativa italiana è avanzata e includente. La Corte Costituzionale protegge il diritto alla salute “come ambito inviolabile della dignità umana”».

Tutte le cure “essenziali e urgenti” – non la fisioterapia per esempio – sono garantite per gli irregolari. Con l’emissione del codice Stp (Straniero temporaneamente presente) per gli extracomunitari senza permesso, o di quello Eni o Cscs per i comunitari senza tessera sanitaria. La legge c’è, ma non si applica. Oppure si applica male, in maniera arbitraria, a singhiozzo. «Con prassi estremamente variabili, a discrezione dei singoli ospedali o dei diversi operatori», dice il dottor Signorelli.

Per chi non ha il medico di base, il pronto soccorso diventa la via di accesso per tutto, dall’influenza al diabete. Ma la non emissione dei codici Stp o Cscs, o anche solo la mancata compilazione delle ricette rosse, causa problemi per gli esami di secondo livello o per il prosieguo delle terapie. A gennaio 2014, i medici del San Raffaele hanno applicato un collare rigido a un senza dimora romeno con una vertebra cervicale fratturata. Dopo vari tentativi invano per prenotare la successiva visita neurologica, il paziente si è tolto il collare da solo. Senza conseguenze, ma correndo un grosso rischio.

Spesso il problema è burocratico: non viene assegnato il codice Stp o la richiesta di esenzione per indigenza. Talvolta gli operatori sanitari non conoscono la normativa, a fronte dell’assoluta mancanza di iniziative informative dell’Asl e della Regione; gli stranieri non sono consapevoli dei loro diritti, la lingua e i complessi meccanismi burocratici («Vai a quell’ufficio…») possono essere un ostacolo.

Vi è poi una diffusa abitudine a demandare alle associazioni di volontariato: «Rivolgersi al Naga» è scritto in molti verbali di pronto soccorso di pazienti che per la legge dovrebbero invece essere curati dalle strutture pubbliche. Aggiunge Signorelli: «La discriminazione deriva anche da una chiara volontà politica regionale di non rendere pienamente godibile il diritto alle cure per tutti nella nostra città». A differenza di altre Regioni, la Lombardia non utilizza il codice Eni per i comunitari (romeni, bulgari, croati), ma soltanto alcuni ospedali emettono il Cscs a uso interno. Eppure si era impegnata a istituirlo, l’ultima volta nell’Accordo Stato-Regioni del 20 dicembre 2012.

Negli ospedali privati convenzionati, la Lombardia vieta poi di utilizzare il ricettario regionale per i pazienti non residenti in Lombardia, quindi anche gli irregolari. Se ne è accorto P., albanese di 65 anni, ricoverato all’Istituto Clinico Città Studi Spa per un’ischemia: all’atto della dimissione, tutti i controlli, compresa la rimozione del catetere, non gli sono stati prescritti.

Infine, oltre a rimuovere questi due ostacoli strutturali, il Naga chiede alle Asl lombarde e alla Regione «una campagna informativa sulla corretta applicazione della legge e l’accesso alle strutture sanitarie del territorio per i pazienti stranieri irregolari». Questo proposito era già previsto dall’Accordo Stato-Regioni del 2012 e da una successiva circolare lombarda. Anche qui, scritto sulla carta ma mai applicato.

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