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lunedì 15 aprile 2024
 
monfalcone
 

Don Flavio e l'oratorio concesso agli islamici per il Ramadan: «Ho solo applicato il Vangelo: è integrazione coi fatti»

28/03/2024  «Non è la prima volta che l’oratorio concede dei locali in uso alla comunità bengalese di fede islamica» ci racconta il parroco «e lo ha fatto nel rispetto delle regole previste per chiunque chieda di poter utilizzare le nostre strutture»

Don Flavio Zanetti.
Don Flavio Zanetti.

di Luisa Pozzar

Da qualche mese a questa parte a Monfalcone (Gorizia), la Città dei Cantieri, c’è aria tesa. Oggetto del contendere sono alcuni locali del centro - finora adibiti a luoghi di preghiera da una parte della comunità di fede islamica residente in città e giudicati inidonei - e il diritto alla libertà di culto che alcuni percepiscono essere in pericolo. Mentre tra ordinanze, ricorsi e controricorsi al Tar e al Consiglio di Stato i toni del dibattito pubblico tra amministrazione comunale, opposizione e uno dei Centri Culturali islamici presenti in città si alzano e proseguono da tempo, attirando anche l’attenzione dei media nazionali, la decisione di don Flavio Zanetti, parroco dell’unità pastorale di Monfalcone, di concedere in uso uno dei locali dell’Oratorio San Michele a un gruppo di fedeli musulmani di origine bengalese per consumare Ifṭār - ovvero il pasto frugale che interrompe in digiuno quotidiano durante il mese sacro del Ramadan – racconta, più sottovoce, la storia di una distensione possibile.

«Non è la prima volta che l’oratorio concede dei locali in uso alla comunità bengalese di fede islamica» ci racconta il parroco «e lo ha fatto nel rispetto delle regole previste per chiunque chieda di poter utilizzare le nostre strutture. C’è una richiesta formale da presentare, dei documenti da consegnare e anche in questo caso tutto si è svolto secondo quanto previsto dal regolamento. Riceviamo costantemente richieste da parte di tante realtà del territorio e la concessione dei locali avviene compatibilmente con le attività parrocchiali. Nel caso specifico ho potuto concedere le sale soltanto per la sera di sabato 16 e di domenica 17 marzo e tutto si è svolto in modo tranquillo e pacifico». La comunità cristiana locale vive con accenti diversi quanto accade in città e ciò, secondo don Zanetti, dipende anche dalle fonti di informazione che ciascuno sceglie di ascoltare: «Già a metà novembre, raccogliendo una serie di preoccupazioni emerse nella nostra comunità, come parroci di Monfalcone ci eravamo espressi attraverso il sito chiesamonfalconese.it rispondendo alle domande e alle paure che serpeggiavano tra i fedeli. L’errore più grande è quello di farsi guidare dalla paura, che è sempre una cattiva consigliera, ed è Gesù nel Vangelo a ripetere sempre “Non abbiate paura”. Non ci sono nemici da combattere, ma fratelli con i quali poter vivere insieme serenamente».

La percentuale di stranieri residenti sul territorio comunale di Monfalcone si attesta intorno al 28 percento, la più elevata in Italia per incidenza della popolazione straniera tra i Comuni con almeno 15 mila abitanti (dati Sistan, 2023). Ma l’“immigrazione percepita” dai cittadini monfalconesi è molto più elevata e, su questa, le paure trovano terreno fertile. Monfalcone, negli ultimi vent’anni ha visto giungere in città un gran numero di lavoratori di origine straniera, soprattutto dal Bangladesh, richiamati dall’importante realtà del Cantiere Navale Fincantieri – nel quale tra dipendenti e indotto entrano ogni giorno circa 7mila persone – per coprire la domanda di manovalanza cui, con i lavoratori locali e italiani, non si riesce a rispondere adeguatamente.

«Noi siamo qui a indicare una direzione possibile e cioè quella di una città dove tutti possono vivere in pace aiutandosi reciprocamente perché abbiamo bisogno di scoprire che siamo un popolo di fratelli. Monfalcone, con la sua realtà così variegata, ha bisogno di guardare al futuro con una prospettiva più ampia, di aprirsi al nuovo invece di chiudersi rimpiangendo un certo passato e vivendo con un’idea di mondo che non esiste più. I buoni segnali già esistono, ma dobbiamo educarci a vederli» conclude don Zanetti. «Se lo rifarei? Certo che lo rifarei. Perché siamo cristiani e se non siamo noi - che predichiamo di essere figli di un unico padre, di farci prossimo per chi è in difficoltà – a mettere in pratica il Vangelo e a testimoniarlo, chi lo dovrebbe fare?».

 

 

 

 

 
 
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