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mercoledì 17 aprile 2024
 
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Don Lorenzo Milani, rileggiamolo per non tradirlo, non riduciamolo a un santino

26/05/2023  A 100 anni dalla nascita, tornare alla fonte, ricontestualizzare le citazioni, uscire dal sentito dire, è il modo più fedele di ricordare don Lorenzo Milani, anche per non perdere la potenza non pacifica delle sue parole

Cento anni dalla nascita e oltre cinquanta dalla morte sono tanti e pochi insieme per consegnare alla storia don Lorenzo Milani. Tanti perché ci sarebbe stato, volendo, il tempo di studiarlo a fondo, di digerire i suoi scritti, di tornare alla fonte per capire, in cerca di autenticità. Pochi, perché la potenza della sua parola, meditata, ma diretta, che tanto rumore ha fatto in vita, porta con sé una memoria ancora «incandescente» (l’espressione è di Adele Corradi, la professoressa che lo ha aiutato molto nella fase finale): alcuni testimoni mancano all’appello ormai, altri ancora ben presenti e attivi faticano essi stessi a pacificarsi nel tramandare il ricordo. È il destino delle forti personalità.

La morte prematura - Lorenzo Milani nato il 27 maggio del 1923 è morto il 26 giugno del 1967 - ha fatto il resto consegnandolo, anche in perfetta buonafede, a una immediata diaspora di citazioni senza radici: la sua Lettera a una professoressa è stata frammentata a slogan, utilizzata come manifesto per altre successive stagioni. Il risultato è che, se da un lato se n’è alimentato il mito, un tantino scollato dalla sua realtà e dalla sua contingenza, dall’altro gli si sono imputati esiti, per esempio in fatto di successive e stratificate riforme della scuola (nel bene e nel male, dunque errori compresi), attribuibili solo a chi è venuto dopo e che, come tali, andrebbero approvati o criticati senza farli ricadere su di lui.

Succede qualcosa di simile a Giovanni Falcone: tanti dopo di lui, anche i nemici in vita, hanno dopo parlato nel suo nome e agito in modi che, giusti o sbagliati che siano stati, non possono essere imputati a lui: e invece si fa, spesso si fa, talvolta con l’obiettivo di tirarlo per la giacca.

Si tratta strumentalizzazione, occorre chiamarla con il suo nome. Cosa cui Lorenzo Milani teneva molto: zero giri di parole, dare in modo diretto a ogni cosa il suo nome, senza eufemismi. Se vogliamo rendere giustizia a Lorenzo Milani, in questo centenario, dobbiamo con onestà intellettuale liberarlo dalle superfetazioni che gli sono state stratificate sopra da altri, sottrarlo al sentito dire universale e restituirlo alla sua contingenza storica.

Come? Studiandolo, liberi dai tanti pregiudizi positivi e negativi che ne hanno condizionato la memoria. Innanzitutto tornando a leggere i suoi scritti riancorandoli al loro contesto, invece di limitarsi a poche citazioni decontestualizzate e sovente fraintese, a cominciare da quell’Obbedienza non è più una virtù, che è un titolo non originale, dato a un’operazione editoriale a insaputa di Milani che ne aveva prese le distanze: non dal testo, sia chiaro, dalla sua pubblicazione a quel modo, di cui non era stato informato. Un testo con quel titolo per Lorenzo Milani non è mai esistito, ci sono state la Lettera ai cappellani militari e la Lettera ai giudici: la prima pubblicata su Rinascita (per scelta di Rinascita, Milani l’aveva mandata a tutti i giornali, cattolici compresi); la seconda inviata sotto forma di dichiarazioni scritte al processo (per istigazione alla renitenza alla leva) che dalla prima lettera è scaturito, mandate così perché Milani era ormai troppo malato per presenziare. Non era nelle sue intenzioni farne un volume e quel titolo è una frase estrapolata arbitrariamente. Esiste quella frase, ma fuori contesto si è prestata a essere citata in millanta modi per giustificare disobbedienze di ogni sorta e colore, mentre di disobbedienza civile, non violenta e accompagnata dalla necessità di assumersene la responsabilità, e di quella soltanto, si parlava. È solo un esempio.

Per rendere giustizia a don Lorenzo Milani occorre rileggerlo per intero, a cominciare dal misconosciuto, e ancora urticante, Esperienze pastorali; ritrovare nel suo contesto – da studiarsi anch’esso seriamente – il rigore talvolta ferocemente ironico del suo argomentare, l’impegno mai disatteso a dire la verità anche quando facesse disonore alla sua Ditta (così chiamava, ma anche “mamma”, la Chiesa), pagandone senza sconti il prezzo. Consapevoli che ci si ritroverà di fronte a una lettura, limpida per chiarezza, ma non facile: «Ti inchioda», ricordava padre David Turoldo che lo conosceva bene a 10 anni dalla scomparsa di Milani, «Ti denuda».

È vero, Lorenzo Milani non è ancora, a cento anni dalla sua nascita, una lettura pacifica, perché tante sue denunce costringono all’esame di coscienza ancora. E non è un esame facile: né per la Chiesa né per la società civile. Ma per capirlo occorre non accontentarsi dei racconti, per quanto affidabili, serve tornare alla fonte, lasciarsi denudare e scorticare, dalla sua parola. Sarà l’antidoto per evitare l’altro rischio enorme dei centenari: trasformare la memoria in un rituale stanco e ripetitivo, con l’effetto collaterale di addomesticare il “commemorato” per riappropriarsene, per riannetterselo post mortem, fino a farne (ancora Turoldo) «un santino da prima comunione» - cosa che certo don Lorenzo Milani non era -, fino a farne un uomo per tutte le stagioni, buono per tutti e finalmente innocuo.

Sarebbe, per chi vuole ricordarlo davvero, il più grave e il più subdolo dei tradimenti.

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