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La Candelora
 
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«Maria ci insegna a fare della quarantena un’occasione di crescita per l’anima»

01/02/2021  Una riflessione di don Luigi Maria Epicoco: il significato da cogliere nella festa della Presentazione di Gesù al Tempio, il 2 febbraio

«La Vergine trascorse 40 giorni per purificarsi prima di portare con Giuseppe Gesù Bambino dal sacerdote per il rito della tradizione ebraica. Anche noi dobbiamo approfittare del “ritiro” che subiamo a causa della pandemia per guardare più profondamente in noi stessi, altrimenti prevarranno frustrazioni, collera o violenze. La profezia di Simeone? Maria non s’impaurisce accetta il misterioso annuncio. La logica del Vangelo è quella di un Amore che ci rende protagonisti pure a partire dalle nostre fragilità»

Quaranta giorni dopo il Natale, il 2 febbraio, la Chiesa celebra la Presentazione al Tempio del Signore, comunemente chiamata festa della Candelora, perché in questo giorno si benedicono le candele, simbolo di Cristo luce delle genti. Una festa relativamente giovane, quella della Presentazione al Tempio di Gesù, istituita dalla riforma liturgica successiva al Concilio Vaticano II, che ha preso il posto di un’altra solennità di profondo carattere mariano: la festa della Purificazione della Beata Vergine Maria. Ma cosa hanno da dirci oggi questi due eventi accaduti più di duemila anni fa nel solco della tradizione ebraica? Lo abbiamo chiesto al teologo, don Luigi Maria Epicoco:

«C’é un’implicanza biblica molto importante nel gesto della Madre di Dio di raggiungere il Tempio per la purificazione e nel gesto della famiglia di Nazaret di far circoncidere il Figlio, ed è essenzialmente questo: Gesù, Giuseppe e Maria obbediscono alle leggi della religione ebraica. Per la legge mosaica una donna che partoriva doveva sottoporsi, quaranta giorni dopo, al rito della purificazione perché il sangue era considerato materia impura e il bambino, allo stesso tempo, doveva essere presentato al Tempio per essere circonciso. L‘evento dell’Incarnazione, come tutto il Cristianesimo, accade all’interno di coordinate storiche ben precise e il Figlio di Dio e i suoi genitori non sono persone che saltano la fila, non vogliono essere l’eccezione alla regola, ma si mettono dentro le dinamiche umane, dentro le tradizioni».

È di grande consolazione apprendere che, come noi, anche Maria ha vissuto il suo tempo di quarantena. Come possiamo immaginarci la quarantena di Maria prima della Presentazione al Tempio?

«Di certo come un tempo fruttuoso. Tutte le cose che contano nella vita hanno bisogno di gradualità. Il popolo d’Israele vive quarant’anni nel deserto dopo la liberazione dalla schiavitù, Gesù prima di iniziare il suo ministero pubblico trascorre quaranta giorni nel deserto, Maria, prima di tornare alla dimensione pubblica, vive quaranta giorni in casa con il Figlio appena nato. Tutto ciò che è quarantena sta a indicare un tempo in cui l’anima umana cresce, prende consapevolezza un po’alla volta di sé. Non è un tempo rinchiuso in cui, superficialmente, si aspetta e basta, ma è un tempo in cui fai i conti con ciò che sei. Anche noi dobbiamo approfittare di questa quarantena che stiamo subendo per arrivare ad una consapevolezza più profonda. Altrimenti, l’alternativa è la frustrazione, la rabbia, la violenza».

Tornando alla festa del 2 febbraio, turbano le parole che l’anziano Simeone rivolge a Maria: «Anche a te donna una spada trafiggerà l’anima». Qual è il senso di questo avvertimento?

«Maria, attraverso Simeone, riceve una profezia sulla vita del Figlio e sulla sua stessa vita. La frase in questione, più che svelarci anzitempo come andrà a finire la storia, ci rivela la dinamica dell’amore. Quando tu decidi nella tua vita di amare profondamente qualcuno, ti esponi alla sofferenza. Quella spada che trafigge l’anima indica proprio questo: tutte le volte che amiamo diventiamo vulnerabili. Ecco perché il mondo ci suggerisce di fare tutto da soli, ci convince che non conviene amare, perché non si è riconciliato con la debolezza. Maria ci insegna al contrario che la potenza di Dio agisce proprio nella vulnerabilità dell’amore. In fondo, quando noi diventiamo vulnerabili a causa dell’amore, è lì, proprio lì, che agisce la potenza di Dio. Alla luce di tutto questo allora, Maria compie un gesto, quello della purificazione, che non è solo tradizionale, ma rivelativo. La logica del Vangelo, in fondo, è la logica di un Amore che è disposto a coinvolgerci, a farci diventare protagonisti anche e a partire dalle nostre fragilità umane».

Qual è la reazione di Maria alle parole di Simeone?

«Maria non arretra. Invece di aver paura della profezia di Simeone, di chiudersi in se stessa, accetta anche questo misterioso annuncio. E nel corso della sua vita, Lei ha modo di verificare questa profezia, l’ha custodita e se n’è ricordata. E questo ce lo conferma il Vangelo di Giovanni quando racconta che sotto la croce di Gesù c’era sua Madre. Non è scappata insieme a tutti gli altri, non si è nascosta, non si è protetta da questo dolore, ma si è esposta a questo amore fino alle estreme conseguenze, fino a stare sotto la croce del Figlio. Questo è in fondo il cammino a cui ognuno è chiamato. Il Cristianesimo, infatti, ci chiede di diventare perfetti nell’amore, ma per diventare perfetta nell’amore, una persona deve diventare perfetta nella propria umanità, deve cioè accettare fino in fondo se stesso».

Gesù viene riconosciuto in tutto l’arco della sua vita solo da chi è guidato dallo Spirito Santo, in questo caso da Anna e Simeone…

«Questa è una buonissima notizia. Se noi non avessimo bisogno dello Spirito Santo, potremmo convincerci che bastano i nostri ragionamenti per arrivare a Dio. E se bastano i nostri ragionamenti la domanda è: il Dio di cui parliamo è un Dio psicologico o un Dio reale? Il Dio reale si riconosce non attraverso la carne o il sangue come dice Gesù a Pietro, ma per azione dello Spirito Santo. Se vogliamo usare un’immagine, io e te comunichiamo perché il suono passa attraverso l’aria. L’aria non si vede, eppure rende possibile la comunicazione. Lo Spirito Santo, allo stesso modo, è un Dio che non si vede ma rende possibile».

Quale insegnamento ci trasmettono le testimonianze di Anna e Simeone?

«Simeone è l’uomo dell’attesa. E potremmo dire che è più giovane di quel che appare. Si è vecchi, infatti, solo quando non ci si aspetta più nulla. Lui, al contrario, fino alla fine dei suoi anni, è alla ricerca del senso della vita. Questo rende Simeone infinitamente più giovane di molti nostri giovani che non si aspettano più nulla e sono divorati dalla noia. Anna, invece, è colei che trasforma le contraddizioni della vita, gli episodi tragici come la mancanza di un amore perso in gioventù, in fecondità. Il dolore non l’ha incattivita, al contrario, ha fatto del dolore un servizio. Anna ci mostra come dalla sofferenza, da una storia difficile, si possa tirar fuori qualcosa di buono».

Sentendo le loro parole, scrive San Luca, Maria e Giuseppe si meravigliano. Perché l’evangelista sottolinea questo aspetto?

«Tutti noi facciamo esperienza di questo. Talvolta corriamo il rischio di abituarci alle grazie che riceviamo. Allora abbiamo bisogno di qualcuno che provi meraviglia, come Anna e Simeone, per ritrovare anche noi di riflesso quella gioia che la fatica di ogni giorno probabilmente offusca. Ma c’è anche un’altra ragione che innesca la meraviglia di Maria e Giuseppe: stringono in braccio Gesù, un bambino, che come tutti i bambini, è un mistero. La meraviglia viene dal fatto che si trovano davanti a una fonte inesauribile, che giorno dopo giorno si svela ai loro occhi manifestando la sua unicità. E da questa unicità si lasciano stupire. Spesso tante famiglie non si stupiscono più perché semplicemente tendono a fare dei figli delle loro fotocopie. Pretendono che la vita che hanno messo al mondo prenda le loro sembianze oltre che fisiche, anche caratteriali, comportamentali. Maria e Giuseppe sono consapevoli che loro Figlio è prima di tutto di Dio e si lasciano sorprendere da questo mistero che giorno dopo giorno cresce insieme a loro».

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