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martedì 30 novembre 2021
 
 

«Voglio una Chiesa in cui tutti si sentano amati»

31/10/2015  Quinto figlio di una famiglia numerosa, già assistente della Comunità di Sant'Egidio e vescovo ausiliare di Roma, è il nuovo arcivescovo di Bologna. Succede al cardinale Carlo Caffarra. La storia della sua vocazione. Il cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, papa Paolo VI, monsignor Oscar Romero, e poi, i poveri, gli ultimi, il mondo: nostra intervista.

In un angolo quieto e silenzioso di Trastevere don Matteo Zuppi confida di aver ricevuto “tanto conforto, tanta amicizia e tanta solidarietà” dopo l'annuncio della sua nomina ad arcivescovo di Bologna.

Romano, 60 anni compiuti da pochi giorni, Matteo Zuppi è prete dal 1981. Assistente ecclesiatico della Comunità di Sant'Egidio, per dieci anni è stato  parroco di Santa Maria in Trastevere e per tre anni parroco nel quartiere periferico di Torre Angela. Dal 2012 è vescovo ausiliare di Roma, ma per i trasteverini e i romani è rimasto “don Matteo”.

Don Matteo, che cosa c'è nel bagaglio del nuovo arcivescovo di Bologna?

“Oltre al Vangelo che, non dobbiamo mai scordarlo,  è il bagaglio principale, ci sono la mia storia, il Concilio, la esortazione apostolica  Evangelii Gaudium, che è il programma  di papa Francesco. Il Papa ha insistito tantissimo che la Evangelii Gaudium non fosse solo un  documento da leggere o da analizzare, ma prima di tutto da vivere nelle sue indicazioni, perché si rivolge a tutto il popolo cristiano”.

- A mezzo secolo dalla sua chiusura anche il  Concilio deve essere pienamente  vissuto?

“Sì, papa Francesco ci ricorda che questo anniversario deve aiutarci  a rivivere l'entusiasmo di quella stagione. Il Concilio non è archeologia da affidare allo studio degli esperti. Dobbiamo rivivere  le tante  domande che si ponevano i padri conciliari davanti ai segni dei tempi, per avere una Chiesa capace di rispondere alle sfide del mondo”

- Si risponde alle sfide del mondo con quella “immensa simpatia” di cui lei parla nel suo primo messaggio rivolto alla Chiesa di Bologna?

“Ho usato quella espressione ancora così profonda di papa Paolo VI perché vedo la Chiesa aperta verso il mondo. Tutto ciò che è umano ci appartiene e ci interessa. Sempre  papa Paolo VI paragonava la Chiesa al suono della campana, che arriva dovunque e tutti devono sentirsi amati. Credo che questo sia  l'atteggiamento a  cui ci invita papa Francesco e che sento così necessario oggi”.

- Un'altra immagine che le è cara è quella della Chiesa che attraversa la città  e la comunità umana senza paura di sporcarsi.

“Sì, questa immagine mi colpì quando diventai vescovo e la trovo molto bella. La Chiesa deve essere come un fiume che irriga generosamente anche terre che non sa di irrigare. Questa è la larghezza della misericordia, che non calcola, non misura, non cerca reciprocità. Questo deve essere l'atteggiamento della Chiesa”.

- Nel suo messaggio ai bolognesi lei cita una frase di monsignor  Oscar Romero: “Io credo  che il vescovo ha sempre molto da apprendere dal suo popolo”. Di solito si pensa il contrario, non crede?

“Sì, da parte del vescovo deve esserci  senza dubbio un atteggiamento di paternità, ma questa paternità si impara nella comunione con i propri figli, non è un rapporto unilaterale, è sempre un qualcosa di circolare. La comunione con il popolo e con le sue domande mi cambierà e spero di poter aiutare  a servire anche questa  bellissima Chiesa bolognese”.

- Lei ha vissuto tanti anni con la Comunità di Sant'Egidio,  che è una realtà molto 'glocal' per il suo radicamento a Trastevere  unito  a una grande apertura al mondo. Questa esperienza che cosa aggiunge al suo bagaglio?

“Tanti contatti con il mondo aggiungono  un'ansia di universalità che deve far parte del patrimonio di ogni realtà ecclesiale, altrimenti restiamo isole. Il confronto con gli  estremi confini della terra, a cui siamo tutti chiamati, non ci fa perdere identità ma ci completa. Altrimenti i confini diventano muri.  Il rapporto con il territorio in cui si è radicati è fondamentale, ma  una Chiesa che resta chiusa nei propri confini, come dice il papa, è malata e perde la sua vera vocazione”.

- La sua tesi di laurea è dedicata al cardinale Schuster, arcivescovo di Milano dal 1929 al 1954. Può essere una figura a cui ispirarsi pe ril suo ministero?

“No oso certo paragonarmi a Schuster. Conoscere la sua figura mi ha aiutato molto a comprendere la complessità della Chiesa. Io lo vedevo come esponente di una Chiesa poco forte nei confronti del fascismo.  In realtà ho scoperto esattamente il contrario, cioè un padre amatissimo dalla sua diocesi, tutt'altro che asservito al potere. Pensi che mi aiutò a scoprire questi aspetti di Schuster padre David Maria Turoldo, il quale, giovanissimo,  predicava a Milano proprio su richiesta del cardinale”.

- Eppure sembravano due personaggi molto diversi, no?

“Erano diversissimi, avevano modi e sensibilità quasi opposti, eppure Turoldo amava Schuster e si sentiva capito da lui. Questo mi ha insegnato che la Chiesa è una realtà molto più complessa rispetto ai nostri schemi e a certe nostre letture ideologiche”.

- Lei ha pubblicato due libri per la San Paolo. Si intitolano Guarire le malattie del cuore e La confessione. Il perdono per cambiare. Sembrano gli spunti per il programma pastorale di un vescovo in prima linea nella Chiesa ospedale da campo immaginata da papa Francesco.

“Beh, farei fatica a vedere in modo diverso il mio ruolo di pastore. Se il Vangelo non tocca il cuore, se non lo trafigge, come dicono con una bella immagine gli Atti degli Apostoli, veniamo meno alla nostra missione. Noi dobbiamo sempre ricordarci di trasmettere quell'amore che ci viene da Gesù”.

- La Chiesa qualche volta lo ha dimenticato?

“E' vero, a volte ci siamo applicati a distribuire ordini di servizio e indicazioni poco seguite”.

- Come è nata la sua vocazione?

“E' nata all'interno della Comunità di Sant'Egidio, di cui facevo parte dall'età di 15 anni. Avevamo iniziato a studiare teologia per approfondire  i contenuti della fede e la mia vocazione  è nata come servizio per la Chiesa  e per la Comunità. Crescere in una comunità di laici mi ha aiutato molto a vivere un ruolo del presbitero non troppo clericale e, come ci dice il papa, il clericalismo è una malattia della Chiesa.  Ho imparato a vivere il mio ministero insieme ai fratelli e alle sorelle laici, scoprendo l'enorme ricchezza della Chiesa  e dei diversi carismi, ma che nella comunione sono tutti necessari. Detto questo, è chiaro che io non  sarò il vescovo  di Sant'Egidio, ma il vescovo di Bologna”.

- Qual è il suo motto episcopale?

La gioia del Signore è la vostra forza. Ma nello stemma c'è anche un'altra frase di Gesù: “Alzate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano”. Il Signore lo dice agli apostoli, convinti di dover aspettare ancora quattro mesi per la mietitura. Questa frase mi ha sempre colpito, perché Gesù ci aiuta a saper guardare la realtà in modo diverso. Mancano quattro mesi, ma in realtà la mietitura già aspetta”.

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