La morte di Beatrice di Bordighera, deceduta per le violenze e le sevizie ripetutamente subite dalla madre e dal suo compagno, non vede lei come unica vittima di questa vicenda. Beatrice infatti conviveva con due sorelle maggiori di 7 e 9 anni che hanno visto tutto, sentito tutto, assistito ai crimini di una coppia di adulti totalmente incapace di prendersi cura della sua crescita e convinti di silenziarne il pianto notturno con botte, spintoni, sbattimenti contro il muro.

Ci sono due cose su cui riflettere come adulti. Le storie di violenza intra-famigliare hanno vittime dirette, come Beatrice, e vittime apparentemente indirette come le sue due sorelline. Cosa accade nella mente di una bambina che assiste quotidianamente a scene di inaudita violenza, scaricata addosso a corpi che appartengono a soggetti vulnerabili e impotenti, corpi abitati da cuori e menti che non sanno o non possono chiedere aiuto, sottrarsi all’inferno in cui mai avrebbero voluto essere, ma nel quale sono obbligati a permanere? Questo tema, in psicologia, si chiama “violenza assistita”. Accade a bambini le cui mamme vengono picchiate dall’altro genitore. Accade a fratelli e sorelle che assistono alla violenza cui viene sottoposto un membro della famiglia.

Guardano, soffrono e non possono fare nulla. E da qualche parte – nella loro mente e nel loro cuore – nascono paure e consapevolezze. La paura che quel familiare vittima possa non sopravvivere alla violenza di cui è fatto oggetto. La paura di rimanere in balia essi stessi di quella violenza, condizione che obbliga ad attraversare la vita come se si dovesse camminare su un pavimento costellato da frantumi di vetro: in ogni istante devi fare attenzione a non dire e agire nulla che possa diventare innesco di una reazione o crisi violenta dell’adulto temuto. Ma le vittime di violenza assistita vivono, oltre all’impotenza e all’ansia che sempre le abita, anche la falsa consapevolezza che se qualcuno da fuori sente e scopre tutto, la loro vita andrà ancora peggio di prima. I figli di famiglie violente e disfunzionali vivono sospesi tra la vergogna che il mondo fuori scopra e sappia che la loro famiglia è un luogo simile al bosco del lupo delle fiabe e il terrore che qualcuno entri in quel bosco orribile per fare ordine e riportare la quiete.

Quando nasci e cresci in una famiglia maltrattante, trascurante e disfunzionale, tu non sai che cosa vuol dire mettersi in salvo. Ti adatti ad un ambiente che non ha alcun rispetto e tutela dei tuoi diritti, dove impari a convivere con adulti che non assolvono i propri doveri e responsabilità genitoriali, proprio come è accaduto a Bordighera. Le due sorelline di Beatrice, sapevano che tutto ciò che accadeva era gravissimo e non andava bene. Provavano a dirlo a quei due adulti scapestrati e criminali. E mentre loro facevano invano tutto ciò, nessuno da fuori è intervenuto prima che il crimine fosse compiuto.

La Tutela Minori – e questa è la seconda riflessione che questo caso ci obbliga a fare – non può tollerare di appartenere ad un sistema sociale e giuridico che non si è accorto della gravità dei reati che venivano compiuti non solo su Beatrice, ma anche su quelle due sorelle maggiori. Non è possibile sapere ex post che quelle sorelline hanno cercato in tutti i modi di salvare la loro sorellina, implorando la mamma e il suo compagno di smettere di picchiarla e di farla assistere da un medico. Non erano loro che dovevano fare tutto questo. Era il villaggio in cui queste tre povere bambine sono nate e cresciute a doversi accorgere presto e prima del dolore e dell’inadeguatezza di quell’ambiente domestico.

La testimonianza delle sorelline, di cui oggi tutti i media riportano particolari angoscianti e raccapriccianti, serve a incriminare i colpevoli. Ma le parole che quelle due sorelline stanno dicendo ora agli inquirenti andavano ascoltate prima. Come ho scritto in questo articolo, spesso i bambini non sanno dire con le parole il male che stanno vivendo, il dolore che stanno provando, la paura che stanno sperimentando. Però, parlano con il corpo, con lo sguardo, con ciò che fanno o non fanno di differente rispetto ai loro coetanei. Sono questi indicatori che devono far accendere l’allarme rispetto a situazioni familiari così compromesse come quelle di Beatrice, a Bordighera. Quegli indicatori forse erano già presenti e visibili nelle due sorelline. Ma nessuno li ha riconosciuti. E di questo, tutti quanti dobbiamo sentirci responsabili. Forse anche corresponsabili.