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lunedì 02 agosto 2021
 
La fede al tempo del virus
 
Credere

Nel silenzio c'è la forza per affrontare questa prova

26/03/2020  Il virus ci fa paura e ci costringe a limitare la nostra quotidianità. «Ma questo tempo», dice don Paolo Scquizzato, prete torinese esperto di meditazione, «può essere anche l’occasione per “ricentrarci” su ciò che è veramente importante»

«Le piante e i pesci più belli stanno in profondità, dove l’acqua è calma. In superficie c’è solo vivacità, quella che noi preferiamo, ma la vita sta sotto. Non nei marosi delle esperienze, ma nella calma della profondità. Ecco: la meditazione porta giù». Don Paolo Scquizzato, 50 anni, nato a Torino, è sacerdote da 21 anni e appartiene alla comunità dei religiosi del Cottolengo. Dieci anni fa la scoperta della meditazione silenziosa ha cambiato la sua vita e trasformato il suo rapporto con Dio. Oggi vive e lavora nella diocesi di Pinerolo dove è responsabile dell’Ufficio per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. In giro per l’Italia accompagna persone e gruppi alla riscoperta e alla cura del silenzio. Credere lo raggiunge mentre l’emergenza dovuta all’epidemia di Coronavirus ha già cambiato le nostre vite.

Il silenzio, il non-fare, il nonprodurre sono diventati in pochi giorni un’esperienza quotidiana che ci accomuna. Cosa può insegnarci questa condizione?

«Se lo volessimo, potrebbe diventare un’occasione per riconcentrarci, nel senso di “tornare al centro”, ma questo dipende da noi. Mi è capitato di rileggere Haruki Murakami, uno scrittore giapponese che amo molto: “Quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato”».

Lei guida le persone alla scoperta del silenzio. Cosa ha imparato?

«Che c’è una creatività della non operosità. Joseph Conrad, lo scrittore inglese autore di Cuore di tenebra, diceva: “Come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo dalla finestra sto lavorando?”.Anche Leonardo da Vinci sosteneva che l’artista, quanto meno opera, più crea. C’è un lavoro, una creazione che non sta nel fare. Imparare a meditare tutte le mattine e tutte le sere aiuta a fare questo: ti obbliga a stare lì, sapendo che stai creando qualcosa di grande – non solo per te, ma per il mondo – nel “non fare”, nella “non azione”. Il silenzio della meditazione è accogliere l’opera di un altro. È imparare a stare, a vivere le situazioni della vita – anche quelle buie, tremende, insensate – sapendo che alla fine un compimento ci sarà. Per questo sono convinto che questo momento sia un’occasione per uscire trasformati dalla crisi, credo fermamente che ogni crisi sia un’opportunità».

Improvvisamente abbiamo dovuto fare i conti con la paura.

«La poetessa Chandra Livia Candiani nel suo libro Il silenzio è cosa viva, scrive “Non voglio imparare a non avere paura, voglio imparare a tremare”. Da bambini abbiamo avuto l’esperienza della “stanza buia”, quella in cui ci hanno sempre detto di non entrare. E noi siamo rimasti fuori, pieni di timore. Ma un’altra possibilità è saperla vivere, la paura, consapevoli del fatto che non è il contrario del coraggio, perché il coraggio è solo una paura attraversata. Se la abitiamo fino in fondo, se impariamo a tremare, qui e ora, allora qualcosa ci verrà dato. Questo è, in fondo, il grande insegnamento della meditazione».

Come è iniziato il suo percorso di fede?

«Ho iniziato a fare volontariato molto giovane, avevo 16 anni, al Cottolengo di Torino. Passavo lì tutti i sabati e un mese d’estate, finché mi sono accorto che durante la settimana non vedevo l’ora che fosse sabato. Ho compreso che al Cottolengo ero felice, e ho cominciato a farmi qualche domanda. Poi c’è stato un percorso molto sereno in seminario a Torino e l’ordinazione. A Roma mi sono specializzato in spiritualità e mi si è aperto il mondo dell’Estremo Oriente. Trovo che le religioni orientali siano arricchenti per il mio essere prete, per la mia fede cristiana. L’incontro con l’altro è crescita. La verità è sinfonica: più ci si accosta ad altre tradizioni nei loro libri sacri, più si impara a “suonare meglio” la propria».

È cambiato in questi anni il suo modo di essere sacerdote?

«Una decina di anni fa mi hanno fatto conoscere la meditazione di John Main: attraverso questa pratica ho ritrovato una nuova relazione con Dio e con me stesso. Lui era un monaco benedettino inglese che si era avvicinato in Malesia alla meditazione orientale. Tornato in Europa aveva scoperto, con grande stupore, che san Cassiano, nel quarto secolo, insegnava ai suoi monaci una pratica di meditazione molto simile a quelle delle religioni orientali. È lo stesso stupore che provano oggi i laici che frequentano le esperienze di silenzio che propongo. Sono persone di tutte le età: di recente si sono avvicinati ragazzi di vent’anni, poi ci sono persone adulte che hanno scoperto una nuova possibilità di vivere la spiritualità cristiana dopo anni di allontanamento dalla Chiesa e dai sacramenti». «Una decina di anni fa mi hanno fatto conoscere la meditazione di John Main: attraverso questa pratica ho ritrovato una nuova relazione con Dio e con me stesso. Lui era un monaco benedettino inglese che si era avvicinato in Malesia alla meditazione orientale. Tornato in Europa aveva scoperto, con grande stupore, che san Cassiano, nel quarto secolo, insegnava ai suoi monaci una pratica di meditazione molto simile a quelle delle religioni orientali. È lo stesso stupore che provano oggi i laici che frequentano le esperienze di silenzio che propongo. Sono persone di tutte le età: di recente si sono avvicinati ragazzi di vent’anni, poi ci sono persone adulte che hanno scoperto una nuova possibilità di vivere la spiritualità cristiana dopo anni di allontanamento dalla Chiesa e dai sacramenti».

Come iniziare a meditare?

«Richiede allenamento: bisogna imporsi almeno 20 minuti di silenzio, fino a un massimo di 30, tutte le mattine prima di colazione e tutte le sere prima di cena. All’inizio si fa fatica, ma poi questi spazi diventano una cornice irrinunciabile che dà senso a tutta la giornata. È come il concime perché possa crescere qualcosa: nelle scelte quotidiane, nelle tue relazioni, nel tuo lavoro, nelle amicizie, nella famiglia. Non è un momento in cui si dicono preghiere o in cui si medita sul Vangelo, è in qualche modo un momento di vuoto. Un vuoto inteso come possibilità, come energia con cui entrare in contatto».

Come si pratica la meditazione cristiana?

«Bisogna assumere una posizione seduta, per terra o sulla sedia, con la schiena dritta, in una posizione vigile che permetta di respirare, in immobilità assoluta. La ripetizione di una parola o di una frase, che gli orientali chiamano “mantra” e noi potremmo chiamare “giaculatoria”, aiuta a respingere i pensieri che, inevitabilmente, cominceranno a sommergerci. John Main usava la parola “maranatha”, “vieni Signore”, che si ritiene fosse la prima preghiera usata dalle comunità cristiane primitive, ancora prima del Padre nostro. Ma non si tratta di pensare al significato, la sua ripetizione è semplicemente un muro di contenimento, come degli scogli che impediscono ai pensieri di sommergerti. In questo modo si crea uno spazio di vastità dove la presenza, il divino, lo Spirito finalmente può agire. Perché c’è. Per questo la meditazione è un atto di fede: è un momento in cui non fai nulla, è la resa incondizionata. Ma hai fede che ci sia una presenza che sta agendo nel tuo non agire: nella tua povertà c’è la sua ricchezza, nel tuo non-fare la sua massima azione».

Prima ci sentivamo “padroni” del tempo. Ora dobbiamo abbandonarci e attendere…

«Il prete e scrittore spagnolo Pablo d’Ors dice che la nostra malattia è che sogniamo la vita ma non la viviamo. Siamo pieni di pensieri sulla vita: pensiamo a quello che dovremmo fare, che dovremmo dire, che dovrebbero dirci gli altri. Non possiamo vivere così».

Anche la morte è tornata prepotentemente nei nostri pensieri…

«È vero. Ed è un bene, perché la morte è il grande tabù della nostra cultura. Avremmo bisogno di maestri che ci riconciliassero con questo aspetto che è parte della nostra esistenza: non ci sarebbe la vita se non ci fosse la morte. E la morte, in fondo, non è il contrario della vita, ma della nascita. Vive davvero soltanto chi fa la pace con la possibilità di morire».

Foto di Matteo Montaldo

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