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venerdì 18 giugno 2021
 
la prima della scala
 

E l'Italia tornò a riveder le stelle grazie alla musica

08/12/2020  Lo spettacolo scaligero del 7 dicembre, ma anche il "Barbiere di Siviglia" dell'Opera di Roma del 5 confermano, in maniera diversa, il potere dell'arte di dare energia e coraggio a un popolo provato. La Rai questa volta ha assolto egregiamente il suo dovere di servizio pubblico. La speranza è che questi eventi avvicinino tante persone alla lirica vera

Il Covid non ha fermato il Teatro alla Scala il 7 dicembre, - giorno tradizionalmente legato all’inaugurazione della stagione lirica, che quest’anno è sospesa - né ha fermato, il giorno 5, l’Opera di Roma: entrambi hanno voluto offrire due produzioni alle quali assistere da casa, attraverso la tv, i computer, lo streaming: cioè quegli strumenti che oggi ci permettono di non perderci e di non perdere del tutto il contatto con la realtà.

L’opera di Roma ha allestito un Barbiere di Siviglia per la direzione di Daniele Gatti e la splendida regia di Mario Martone, riuscitissimo in quanto appunto pensato per la tv e non per la sala. 700.000 mila spettatori (e lo spettacolo è ancora visibile su RaiPlay) dimostrano quanto il pubblico desideri contenuti alti. Diversa la proposta scaligera: una serata A riveder le stelle, impaginata musicalmente da Riccardo Chailly ed affidata a Davide Livermore, grande “facitore di spettacoli”, che mai ha temuto di confrontarsi con la dimensione “popolare” del teatro e del teatro musicale, consapevole che la differenza fra divertimento leggero e grande arte è evidente nei contenuti e nella realizzazione di quanto proposto.

La Rai (come avrebbe dovuto fare in molte altre occasioni in questo anno di emergenza) ha messo a disposizione le proprie reti ed i propri mezzi tecnici. Ha anche affidato ai luoghi comuni degli eterni Milly Carlucci e Bruno Vespa la presentazione della serata: ma di questo né Livermore, né il Teatro sono responsabili. Molti si sono chiesti perché Roma (come Firenze, Bergamo, Napoli) abbia allestito un’opera e la Scala uno spettacolo. La risposta l’ha data il nuovo sovrintendente Meyer: «In questo momento a Milano non è né giusto, né possibile». Anche perché l’allestimento di un’opera alla Scala richiede mesi di prove e di lavoro che coinvolgono centinaia di artisti e personale. Troppi i rischi, quindi. In ben meno tempo è stata realizzata l’elaborata serata, fatta di riprese del dietro-le-quinte e di tecnici al lavoro, di realtà aumentata (con proiezioni visibili da casa), di interpreti fra i più richiesti al mondo (ballerini compresi), di frammenti di prosa, di droni con immagini della Milano notturna. Oltre, naturalmente, a Coro, Orchestra del Teatro e Riccardo Chailly, che hanno dimostrato uno stato di grazia ammirevole (la musica dei balletti è stata diretta da Mario Gamba).

L’impressione che la volontà di mostrare la ricchezza e la perenne attualità dell’opera lirica si sia trasformata in una carrellata rapsodica di arie note, sullo sfondo di immagini di grande effetto, si è progressivamente confermata nel fluire dei quadri: l’opera è altro. La drammaturgia è altro. Ma questo lo sapevamo. Ma la presa emotiva della serata sul pubblico è stata certificata da tanti, entusiasti commenti.

Si spera che, una volta finito l’incubo, più gente possa avere voglia di affacciarsi alla lirica. Quella vera, fatta di musica dal vivo (l’unica possibile), di scene e costumi da ammirare sul palco, di errori, di silenzi prima dell’applauso finale, e di capolavori tutti da vivere, o di titoli sconosciuti all’interno dei quali avventurarsi.

L’esito della serata? In termini di visibilità internazionale assolutamente rilevanti, viste le decine di tv collegate da tutto il mondo. I momenti più intensi? Waves danzato da Bolle su musica di Satie (molto “televisivo”), il mirabile coro finale da Guglielmo Tell di Rossini sulle immagini della Milano di notte. E, all’inizio, un inno di Mameli accennato a palcoscenico vuoto da Maria Grazia Solani vestita come un addetta alle pulizie, e poi intonato da orchestra e coro (sul palcoscenico e nei palchi, a sostituire il pubblico mancante). Perché la Stagione della Scala sempre ha avuto inizio con l’Inno nazionale. E la serata, in un anno che tutti vorremo dimenticare, non poteva che iniziare come le 70 che l’hanno preceduta. Ma con più commozione.

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