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Jesus

Enrique Irazoqui: «Io, Gesù mio malgrado»

16/09/2020  L'attore spagnolo morto il 16 settembre 2020 a Barcellona fu Il Cristo di Pasolini. Confessò a Jesus nel 2017: «All’inizio non lo volevo interpretare». Venuto in Italia da giovane per amore del marxismo, passò alla storia come volto iconico del Messia (nella foto Ansa: Enrique Irazoqui e Pier Paolo Pasolini sul set del film "Il Vangelo secondo Matteo" del 1964)

Ci sono tante vite segnate dalla presenza di Gesù. Certamente quella di Enrique Irazoqui, interprete del rabbi di Nazaret nel Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini, è una di queste. Oggi Enrique vive a Cadaqués, il paradiso degli artisti, nel nord della Costa Brava, un posto di diffcile accesso dove si trova anche il rifugio di Dalí, che visse qui con la sua Gala. Un paese di mare che in realtà è come un’isola, confessa lui.

«E allora, quest’intervista è per quale rivista?», chiede. Per Jesus, rispondo. Gesù per Jesus. Sorride. Il sorriso di Enrique non appare nel film di Pasolini, ce lo regala ora per Jesus.

Nato a Barcellona nel luglio del ’44 da padre spagnolo e madre italiana, a 19 anni venne inviato in Italia dal sindacato universitario clandestino per cercare sostegno – anche economico – alla causa antifranchista negli ambienti intellettuali italiani. Qui fece l’incontro che cambiò la sua vita: Pier Paolo Pasolini. Fu durante il pomeriggio in cui conobbe Elsa Morante, una delle donne più importanti del suo futuro mondo, che Pasolini gli fece la proposta di essere il “suo” Gesù. «Elsa e io ci siamo conosciuti lo stesso pomeriggio in cui conobbi Pier Paolo. Lui mi propose di fare il Vangelo secondo Matteo, subito dissi di no». Un rifiuto dettato da una visione oleografica della Chiesa che si aveva al tempo: «Nel 1964 si pensava ancora a Gesù con gli occhi azzurri, e la Chiesa in Spagna era la Chiesa di Franco. No, non mi interessava per niente. Pasolini mi disse che si poteva fare una versione gramsciana, lui era molto furbo. Elsa e il produttore (Alfredo Bini, ndr) insistevano, ma io dicevo di no. La persona che ci ha presentato mi ha detto che io ero andato a Firenze e a Roma per conoscere delle persone e avevo bisogno di soldi, passaporti, ciclostili, propaganda... e i soldi del film potevano servire. È stato lui il mio Giuda. Alla fine ho detto di sì».

Quando il giovane Enrique Irazoqui venne in Italia da giovane studente marxista, non era cattolico e tanto meno interessato a fare il ruolo di Gesù. Ma Pasolini era un uomo insistente: «Io sapevo che era omosessuale e poeta. Lui mi girava intorno mentre parlavo e spiegavo la nostra lotta contro la dittatura. Altri mi interrompevano, lui no. Era in silenzio e osservava. Io dapprima rifiutai la sua proposta di interpretare Gesù». Ma da quel rifiuto iniziale, Enrique Irazoqui è poi finito a essere uno dei volti più riconoscibili di Cristo mai portati sul grande schermo.

Donna tra le più importanti nella sua vita, Elsa Morante era presente al “sì” di Enrique a diventare il Gesù di Pasolini, e da allora è stata una presenza fissa nella vita di Irazoqui: «Quel pomeriggio Elsa si è seduta accanto a me e io ho pensato che era una donna strana. Io avevo 19 anni, lei 52. Io, appena arrivato da Barcellona, ero abituato alle donne con le perle, che andavano dal parrucchiere. Lei non era assolutamente così. Era molto miope, ma non voleva mettersi gli occhiali e così ti guardava da vicino, quasi insistente. Dopo 24 ore è stata la migliore amica che abbia mai avuto in vita mia. Era più vecchia di mia madre. Siamo stati amici, nient’altro. Per tutta la vita».

Per Irazoqui ebbe inizio un periodo italiano fatto di amicizie e salotti intellettuali: «Tutti i giorni andavamo al Caffè Rosati alle otto di sera con Elsa, Pier Paolo e altri a cena, e il dopocena con la Ginzburg e Moravia. Con Elsa e Pierpaolo parlavamo di tutto davanti a un Pernod e dei biscottini. Era un ambiente assolutamente aperto, ma non era uno scherzo, era una cosa seria. Per Elsa, a cui non piaceva il rumore, ed era diritta, seria, gli insulti peggiori per lei che poteva sentire erano “fascista”, “volgare” e “qualunquista”. Quando abbiamo girato a Massafra, Barletta, Matera, lei è venuta con noi. Io stavo sul set sempre vestito da Cristo, ma lavoravo 5 o 10 minuti al giorno. Intorno a me c’erano delle donne vestite di nero, donne del paese in cui si girava, mi guardavano, venivano una per una, si inginocchiavano e mi chiedevano: “Cristo, fammi un miracolo!”. La prima volta spiegai che ero un attore, ma loro non coglievano la distinzione tra persona e personaggio. Capitava che dopo cena io andassi a fumare e siccome non mi toglievo il vestito di scena, mi vedevano con la sigaretta e mi rimproveravano: “Cristo non fumava!”».

Il passaggio dalla Spagna di Franco all’Italia del boom viene vissuto da Irazoqui come una boccata di ossigeno: «Gli intellettuali spagnoli erano in gran parte persone molto compromesse con il regime, in Italia feci la scoperta della libertà».

Dopo Il Vangelo e pochi altri ruoli, ha smesso di fare l’attore. Ha preso il sopravvento un’altra passione, gli scacchi, ripresa dall’infanzia e alimentata no a cimentarsi a livello internazionale. «Imparai a giocare in casa, a 4 anni. Quando poi mi sono trasferito negli Stati Uniti, vidi una volta in una rivista l’annuncio pubblicitario di una scacchiera elettronica per giocare contro il computer, così ho iniziato ad analizzare le partite e a diventare davvero bravo. Anche Pasolini giocava a scacchi, ma era meglio a calcio. Con me finiva sempre per perdere, e quindi non voleva più giocare» (sorride).

Dal campo di gioco degli scacchi l’analisi passa al territorio, più esteso, della Terra. Gesù-Irazoqui predicava nel film l’avvento di un mondo migliore. Il dubbio è: siamo effettivamente migliorati? «No, non stiamo migliorando per niente. Gli uomini al potere sono gli stessi di sempre, cercano di sfruttare la popolazione generale, e ti tolgono quello che hai. Inoltre il progresso tecnologico farà in modo che un 20% non abbia più lavoro di oggi. Il miglioramento non c’è». L’interesse di Irazoqui per l’economia è affare di lunga data, anche se in seguito sbocciò l’amore per la letteratura. «A 16 anni non sapevo cosa fare, ma ero marxista, dunque per me l’economia era il motore della storia, dovevo e volevo conoscerlo. Ma le notti guardavo i lm dei surrealisti o leggevo Kafka perché non ne potevo più di economia. Tanto che poi negli Stati Uniti ho studiato letteratura. Elsa Morante, Proust, Dostojevski (soprattutto L’idiota), Cervantes, Balzac, Calvino sono alcuni degli autori che mi piacciono in particolare».

L’idea della missione è un’altra delle fissazioni del piccolo Enrique, e anche in questo caso è possibile che l’idea non sia tramontata con la crescita dell’uomo, ma che semplicemente si sia trasformata assumendo un’altra veste. «Io sono stato educato da cattolico, non in famiglia, ma dai preti della scuola gesuita. A quel tempo volevo essere missionario e andare in India, forse anche perché leggevo Salgari. Effettivamente una certa missione ce l’ho, sì. Diversa». Forse una missione politica: non si è forse affiliato a Podemos, partito della sinistra spagnola, a metà strada tra un partito comunista e l’equivalente iberico del Movimento Cinque Stelle? «Mi sono affiliato a Podemos, ma oggi non mi fido più. Podemos sta facendo bene, ma non arriverà mai a più del 20% come dimostra la storia in Spagna».

Ci sono connessioni tra le sue idee di sinistra e il Vangelo? «Mi piacciono le Beatitudini. Più di tutti gli altri testi. Penso al Manifesto del partito comunista di Marx e alle Beatitudini e vedo che i principi sono gli stessi, la strategia e la tattica no. Quando si capiscono le Beatitudini, si vede che tutta la sinistra, da secoli, ha un principio che sono proprio le Beatitudini. Questo principio è importante, il resto non mi importa. Il 99 per cento dei cristiani sono ipocriti. Gandhi disse: “A me piace molto Cristo, non i cristiani”».

Il fondatore di Bose, Enzo Bianchi, è stato qui, a Cadaqués, poco tempo fa in visita. L’ultima volta che si erano visti era durante le riprese del film in Italia. «Abbiamo parlato del Vangelo, di Pasolini, del film... e gli ho detto questo sulle Beatitudini. Mi ha abbracciato».

Ma in definitiva, che ne pensa Enrique Irazoqui del Vangelo secondo Matteo? E in coda arriva la confessione: «Non ho visto il film, mai, non mi sopporto sullo schermo, mi fa venire i nervi. Mi invitano alle discussioni e io vado sempre all’ultimo quarto d’ora».

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