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lunedì 13 luglio 2020
 
PARIGI
 

Femministe e sinistra unite: «Stop globale all’utero in affitto»

04/02/2016  Al Parlamento francese numerose associazioni, intellettuali, medici e leader politici hanno lanciato una Carta mondiale per abolire a livello globale la piaga della maternità surrogata e fermare lo sfruttamento del corpo femminile e il sistema di produzione industriale dei bimbi. Per la filosofa Agacinski «è la più forte violenza fatta alle donne dopo la fine della schiavitù» e le vittime sono donne poverissime del Sul del mondo

Una volta tanto faremmo bene a guardare ai cugini francesi. Mentre in Italia, come notava giustamente su L’Osservatore Romano la storica Lucetta Scaraffia, va in scena, sulla questione bioetica dell’utero in affitto, la solita, stucchevole contrapposizione tra laici e cattolici con i primi, ça va sans dire, presentati come progressisti e a favore dei diritti, e i secondi come trinariciuti conservatori, ecco che martedì scorso presso la sala Victor Hugo dell’Assemblea nazionale di Parigi, il Parlamento francese, si è tenuta una discussione con varie Ong, medici, intellettuali, leader femministe, esponenti politici di destra e di sinistra per chiedere di mettere al bando, non solo in Europa ma in tutto il mondo, la pratica odiosa della maternità surrogata, vale a dire – senza edulcorare nulla – l’affitto dietro compenso economico dell’utero di una donna per avere un bambino da parte di coppie, omosessuali ma anche etero, che non possono averne. I tre raggruppamenti che hanno dato vita all'iniziativa francese sono il CADAC (Collettivo diritti delle donne), il CLF (Coordinamento Lesbiche francese) e il CoRP (Collettivo Rispetto della Persona) guidato dalla filosofa Sylviane Agacinski.  

Proprio la Agacinski, presidente di CoRP sul cui sito è disponibile, in sette lingue, la carta votata il 2 febbraio, e dove il documento può essere sottoscritto, ha spiegato che con questa iniziativa si vuole impedire che, «come la prostituzione, la pratica dell’utero in affitto trasformi le donne in prestatrici di un servizio, sessuale o materno. Il corpo delle donne deve essere riconosciuto come un bene indisponibile per l’uso pubblico. La madre surrogata non è forse madre genetica, ma è senza dubbio madre biologica, tenuto conto degli scambi biologici che avvengono per nove mesi tra la madre e il feto. Il bambino in questo modo diventa un bene su ordinazione, dotato di un valore di mercato, e questo è inaccettabile». Ha definito senza mezzi termini la maternità surrogata come «la più forte violenza fatta alle donne dopo la fine della schiavitù» e ha sottolineato come questa lotta contro l’utero in affitto sia assimilabile a quella contro la prostituzione «data l’analogia», ha spiegato, «fra il servizio sessuale e quello procreativo chiesto alle donne». E ha denunciato che «relegare il corpo delle donne allo statuto di cosa» significa pure dare vita ogni giorno a un «mercato chiaramente neocoloniale». Per questo, soprattutto nella Parigi che si vuole culla dei diritti dell’uomo, «diventa indecente continuare a ignorare la sorte delle donne colpite».

L'Assemblea nazionale di Parigi
L'Assemblea nazionale di Parigi

Le lesbiche francesi: «Il corpo delle donne non può essere mercificato»

Chi ha ingaggiato questa battaglia, però, si trova di fronte a «lobby molto organizzate dal discorso menzognero», hanno sottolineato. E soprattutto diversi tentativi, finora vani, sono stati fatti per fare breccia presso la Conferenza dell’Aja per il diritto internazionale privato e il Consiglio d’Europa dove si tenta di far passare l’esistenza di una presunta maternità surrogata “etica” (dossier De Sutter). Ossia fatta senza compensi economici.

L’associazione lesbica francese CLF ha deciso di tagliare i ponti con altre associazioni omosessuali possibiliste o favorevoli alla pratica dell’utero in affitto. I motivi? «Vendere i propri ovociti e il proprio corpo non ha nulla di libero», hanno detto, «il corpo delle donne non può essere mercificato, né altrove, né qui». Il fatto «che tutto diventa possibile significa forse che dobbiamo accettare di tutto?», si è chiesto il ginecologo René Frydman. Contro l’utero in affitto, in Francia, e non da oggi, si battono numerosi politici di sinistra, da Laurence Dumont, deputata socialista, all’eurodeputato dei Verdi José Bové o l’ex ministro della Giustizia Elisabeth Guigou. «Considero questa battaglia», ha detto Dumont, «profondamente ancorata nei valori progressisti e di sinistra che difendo, a cominciare da due capisaldi: la non disponibilità e la non mercificazione del corpo umano».

Diversi interventi hanno rimarcato che l’utero in affitto altro non è, in nome del business, una nuova forma di sfruttamento neo-colonialista del corpo delle donne come ha evidenziato la giornalista Sheela Saravanon. L’utero di donne povere di Paesi poveri, soprattutto in India, Thailandia e nei paesi del Sudest asiatico, viene comprato da ricchi occidentali per avere un figlio attraverso pratiche avvilenti, come l’inserimento di cinque embrioni per volta, e l’eventuale aborto di quelli che si sono impiantati in soprannumero rispetto alle richieste del committente o di quelli nati con qualche handicap. In particolare in India e Thailandia migliaia di donne poverissime sono diventate le vittime designate di un crescente «sistema di produzione biotecnologica di bambini», come l'ha definito Agacinski.  

Dopo tre ore filate di interventi e riflessioni, è stato firmato il documento "Stop alla maternità surrogata" [CLICCA QUI PER LEGGERE LA CARTA DI PARIGI]: la richiesta corale è di rendere fuorilegge la pratica dell'utero in affitto a livello internazionale, perché è «una pratica sociale ingiusta e che lede i diritti fondamentali dell’essere umano», come recita il testo. Non serve regolamentare, ha sottolineato l’assise di Parigi, ma abolire tout court. «È la prima volta», ha scritto Lucetta Scaraffia, «che la sinistra osa parlare contro le lobby progressiste, senza paura di essere associata a gruppi giudicati conservatori, come i partecipanti alla Manif pour tous che hanno denunciato per primi l’orrore di questa pratica».  

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