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domenica 27 settembre 2020
 
Israele-Palestina
 

Gaza, le Ong: «Basta vittime civili»

13/07/2014  Nella Striscia morti e feriti si contano ormai a centinaia. La nuova escalation di violenza fra l’esercito israeliano e Hamas, come sempre, la stanno pagando soprattutto i civili. E i bambini. Le organizzazioni umanitarie chiedono che tacciano subito le armi.

8 luglio 2014, Khan Yunis, nel sud della Striscia. In copertina: una ragazza nella sua casa distrutta in un attacco aereo nella città di Khan Yunis, nel sud della Striscia (Foto Unicef/El Baba).
8 luglio 2014, Khan Yunis, nel sud della Striscia. In copertina: una ragazza nella sua casa distrutta in un attacco aereo nella città di Khan Yunis, nel sud della Striscia (Foto Unicef/El Baba).

A Gaza, secondo fonti ospedaliere sono oltre 600 i feriti e 130 le vittime civili, la metà donne e bambini. In Israele, invece, da nord a sud le sirene d’allarme suonano in continuazione: in questi giorni sono stati sparati centinaia di missili dai palestinesi, soprattutto ad Ashkod e nel porto commerciale di Ashkelon.

Questo sciame di razzi è al 90% intercettato dalle batterie antimissile, ma anche gli israeliani iniziano a contare i primi morti e feriti. «Bombardamenti intensi, con una media di 10 attacchi, di notte anche di più», raccontano gli operatori di Medici Senza Frontiere, che sono presenti nella Striscia ­­– una delle zone più densamente popolate al mondo – con un’équipe di 4 operatori internazionali e 70 locali.

Spiega Tommaso Fabbri da Gerusalemme: «L’altra mattina, siamo riusciti a riaprire la clinica post-operatoria a Gaza e abbiamo ricevuto una dozzina di pazienti. Gli ospedali al momento sono ancora in grado di rispondere ai bisogni medici di emergenza, ma data la già cronica scarsità di farmaci e di materiali monouso, la situazione potrebbe peggiorare rapidamente; le sale di rianimazioni poi iniziano a essere saturate».

L’Ong è pronta a offrire donazioni e risorse a supporto, ma la paura rimane l’offensiva di terra: «Un’équipe chirurgica è già in allerta». Effettivamente, i tank Merkava schierati dall’esercito israeliano lungo la Striscia accendono i motori due volte al giorno e Hamas dichiara di essere pronta a combattere per mesi.

8 luglio 2014, Khan Yunis, nel sud della Striscia (Foto Unicef/El Baba).
8 luglio 2014, Khan Yunis, nel sud della Striscia (Foto Unicef/El Baba).

Mentre Obama si è offerto per una mediazione, Ban Ki-Moon ha provato a chiedere un immediato cessate il fuoco. Secondo il segretario dell’Onu, «i civili sono presi fra l’atteggiamento irresponsabile di Hamas e la dura risposta di Israele», accusato di «intollerabile eccessivo uso della forza».

«Sono sempre i minori, inevitabilmente, a subire le conseguenze peggiori dei conflitti armati», denuncia David Hassell, condirettore di Save the Children nei Territori Occupati. In tre giorni, 19 bambini palestinesi sono stati uccisi dagli attacchi aerei. Racconta: «I bambini sono terrorizzati e non ci sono luoghi sicuri dove ci si possa rifugiare dalle bombe che continuano a cadere nelle operazioni israeliane. Stessa situazione anche in Israele, dove le famiglie e i bambini stanno vivendo nella paura dei missili che vengono lanciati indiscriminatamente».

Per Hassel, «l’uso di armi esplosive in aree popolate da civili uccide i bambini e distrugge infrastrutture vitali. Nel frattempo, siamo preoccupati dal progressivo esaurimento delle scorte essenziali di cibo, medicinali e carburante nell’enclave palestinese, poiché nel corso degli ultimi 7 anni, anche in condizioni di non conflitto aperto, si sono già verificate situazioni di carenza grave, con un forte impatto sulla popolazione».

Unica notizia positiva degli ultimi giorni è la decisione del Cairo di aprire il terminal di Rafah, al confine con la Striscia di Gaza, per consentire l’evacuazione dei feriti. A causa del deteriorarsi delle relazioni tra Hamas e l’Egitto di al-Sisi, da mesi le aperture del valico di Rafah sono infatti drasticamente diminuite, facendo affluire col contagocce tutte le risorse necessarie alla sopravvivenza dei palestinesi.

Parla per questo di «territorio sigillato» Christian Cardon, responsabile della Croce Rossa a Gaza, che sta lavorando insieme alla Mezzaluna Rossa per rifornire di kit di emergenza le strutture sanitarie locali e coordinando lo spostamento di ambulanze e medici sul terreno.

Accanto alla violenza, varie Ong esprimono preoccupazione anche per l’impatto dell’escalation sull’economia palestinese, già paralizzata dall’embargo israeliano. Un esempio concreto arriva da Oxfam: «Nella Striscia, dove le famiglie stanno lottando ogni giorno per accedere ai servizi di base come l’acqua potabile, la decisione israeliana di questa settimana di limitare la pesca a non oltre tre miglia nautiche dalle coste di Gaza, sta incidendo in modo significativo sulla vita di migliaia di famiglie».

 
 
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