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Genitori, mettete dei limiti

10/04/2014  Lo psichiatra Paolo Giovannelli detta le buone prassi da usare coi figli "digitali": "Informarsi, non demonizzare e dare alcune regole"

Informarsi sui social network e sulla rete, per poter informare criticamente. Non demonizzare, ma porre un limite all’uso dei dispositivi digitali. Ecco le regole d’oro per evitare ai figli il rischio di scivolare nel virtuale,  perdendo ogni contatto con la realtà, in altre parole per non diventare “drogati digitali”. A dettarle è il professor Paolo Antonio Giovannelli, psichiatra, direttore dell’EscTeam di Milano che studia e cura le dipendenze da internet

   - Che possono fare gli educatori e i genitori in primis, che non sono “nativi digitali”,  quando si imbattono in questa sindrome?
   “Il comportamento più giusto è quello di chi si informa e poi fa ‘mediazione di comprensione’. Cercherei, cioè, di conoscere anzitutto gli strumenti, i giochi, i social,  prima di qualsiasi intervento educativo. Magari leggendomi qualche buon libro in materia o chiedendo informazioni. Mai intervenire prima di aver assunto informazioni e conoscenze sul tema: l’ignoranza, come sempre, è il primo motivo del rifiuto di qualsiasi consiglio”.
 
- E poi?
   “Fare, appunto mediazione, cioè fornire quell’esperienza che permette di far vedere in modo non giudicante il lato nascosto del social network”.
 
-Ad esempio?
   “Svelare l’aspetto commerciale che si nasconde dietro questi prodotti che si offrono per facilitare le relazioni. Far capire che l’amicizia su Facebook, ad esempio,  è sostenuta da logiche pubblicitarie feree”.

 - Non è sempre facile, però…
   “Vero. Questo intervento è difficile da gestire dal solo genitore, chiamato anche a controllare livelli di emotività molto alti. Ideale sarebbe la presenza di una figura esterna che aiutasse il ragazzo a capire questi rischi. Insomma un educatore che fornisse formazione e aiuto a bassa carica emozionale e senza le recriminazioni che spesso possono insorgere nella relazione genitore-figlio”.

-Dare limiti all’uso dello smartphone o del tablet, quindi,  è utile?
   “Assolutamente sì. Può essere fastidioso, ma far percepire il senso del limite serve perché queste tecnologie  sono caratterizzate proprio da una mancanza di limiti: tutto è possibile con questi dispositivi. Eccetto forse il limite legato alla carta di credito. Ma quanto frustrante e davvero poco educativo è questo limite? E’ bene quindi porre piccole regole, accordarsi per un certo orario di accensione e spegnimento.  Non userei, invece, metodi violenti o la rabbia per far applicare queste regole: strappare il cellulare dalle mani dei figli non è mai buona cosa. Magari quello sterumento stava mediando una relazione profonda, importante. Magari c’era di mezzo il primo grande amore. Riduciamone l’utilizzo, insomma, in modo non traumatico”. 

 - Cos’è l’Esc Team e che protocolli adottate?
    “E’ un gruppo specialistico di professionisti che collaborano tra loro per affrontare la dipendenza da internet partendo dall’idea che tale sindrome non è una riedizione di vecchie dipendenze, ma è necessariamente nuova, portata  dalle carattersitiche indedite dello strumento. Ci arrivano richieste d’aiuto da ogni parte d’Italia e d’ogni tipo. Nel 30-40% dei casi, facciamo per fortuna diagnosi negative, cioè scopriamo che non è in atto alcuna dipendenza. Se la persona affetta dal problema viene da noi, si organizzazo incontri anche con i familiari per delineare un percorso terapeutico. Se si rifiuta, prendiamo in carico la persona vicina, il genitore, il partner per fornirgli gli strumenti di mediazione relazionale che gli possano permettere di migliorare la situazione in casa. Dopo l’approfondimento diagnostico, una parte non trascurabile della terapia è mediazione teatrale,  un lavoro esperienziale sul corpo e la relazione  per riportare la sfera dell’esperienza di sé  dentro la realtà corporea, liberandola dal virtuale”.  

-C’è correlazione possibile tra isolamento sociale e abuso di internet? 
  
 ”Lo stiamo studiando. Per questo abbiamo preso in esame la categoria dei cosiddetti Neet, i giovani che non studiano, non lavorano e non stanno nemmeno cercando occupazione, che si stima in Italia comprendere 2,2 milioni di soggetti. Questi non ci danno  alcuna  indicazione rispetto a quale sia il loro livello di benessere o malessere psicologico. Vorremmo capire quanto c’entra un rapporto patologico con il web. E per questo è in preparazione una ricerca con Gfk-Eurisko che verrà presentata a fine anno”.           

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