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sabato 23 ottobre 2021
 
le celebrazioni
 

Genova, l'addio di Bagnasco nel giorno di San Giovanni: «I bilanci li può fare solo Dio»

24/06/2020  Festa a Torino, Firenze e nel capoluogo ligure dove l’arcivescovo si è congedato dalla sua città definita «un “diesel”, perché non si concede a facili entusiasmi, ma quando si mette in moto punta alla meta». Il monito di Betori a Firenze e gli ambasciatori di Torino

Un abbraccio più forte del virus e della crisi economica. Il 24 giugno, nel giorno di San Giovanni Battista, Genova, Torino e Firenze, tre grandi città italiane che festeggiano come patrono il “precursore di Gesù”, sperimentano un’alleanza inedita. Un incontro a distanza, ma non per questo meno intenso. In occasione della festa, i pastori delle rispettive chiese, il card. Angelo Bagnasco (Genova) che tra poco lascerà la guida della Diocesi, mons. Cesare Nosiglia (Torino), e il card. Giuseppe Betori (Firenze) hanno voluto scrivere una lettera comune. «Quest’anno, in segno di unità nella prova a causa del coronavirus e di comune volontà di ripresa, le nostre città hanno deciso di celebrare insieme la festa di San Giovanni Battista, nella dimensione civile e in quella religiosa» scrivono i presuli, «con meno occasioni di incontro nelle strade e nelle piazze rispetto agli anni passati, ma con nel cuore il forte desiderio di dare avvio con impegno generoso a un cammino di rinascita». «In questo cammino che auspichiamo per le nostre città, non dovremo dimenticare di trarre alimento dalle loro radici, dall’identità che le nostre comunità portano con sé dalle origini e che hanno arricchito nelle loro gloriose storie» proseguono i tre vescovi. «In queste storie il contributo della comunità cristiana è stato fondamentale; lo stesso contributo ci sentiamo oggi impegnati a offrire per il futuro delle nostre città».

Quella di San Giovanni è, da sempre, una festa che fa incontrare fede e antiche usanze popolari. Quest’anno le misure anti-covid hanno imposto di eliminare o ripensare alcuni degli appuntamenti pubblici previsti dalla tradizione, ma non hanno smorzato l’affetto di tanti fedeli e cittadini, desiderosi di celebrare comunque il loro patrono.

Nel capoluogo ligure, la celebrazione presieduta dal cardinale Angelo Bagnasco ha avuto, quest’anno, un sapore molto speciale. E’ stata anche una messa di commiato. Tra pochi giorni, infatti, il pastore lascerà la guida della Diocesi e si insedierà il suo successore, mons. Marco Tasca. Ecco perché, proprio in concomitanza con la celebrazione del patrono, l’Arcivescovo ha voluto rivolgere alla città (che è anche sua terra natale) un commosso saluto. «Solo Dio che vede il percorso e il cuore può valutare e fare bilanci. Egli vede il bene, le lacune e egli errori. Vede la rettitudine della coscienza, l’amore per Genova, mia casa e famiglia, l’amore per il popolo. A noi il compito di affidarci al suo amore, con la semplicità di un bimbo» ha esordito il pastore.

Dopo aver rievocato alcuni episodi della propria vita personale, compresi i lunghi anni di malattia della madre, «nei quali conobbi la sofferenza e quel buio che solo la luce della fede permette di affrontare», il cardinale si è rivolto alle tante anime della comunità: agli adolescenti e ai giovani, perché, sappiano vedere in Cristo «la verità che libera da menzogne e miti», alle famiglie, «focolai di preghiera e rigore educativo», agli anziani, «depositari di una saggezza che indica ciò che vale», ma anche ai sacerdoti, al mondo del volontariato e a tutti coloro che si impegnano per il bene comune. Un pensiero particolarmente affettuoso è andato ai lavoratori: «la vostra presenza mi ha ricordato il duro lavoro di mio padre in fabbrica e di mio nonno al porto. La vostra vicinanza resterà tra i ricordi più belli».

Il cardinale ha poi concluso l’omelia con un’ideale panoramica sulla città di Genova, che egli ha definito «un “diesel”, perché non si concede a facili entusiasmi, ma quando si mette in moto punta alla meta». E leggendo in senso spirituale la conformazione del territorio genovese, stretto tra i monti, da sempre simboli di ascesa a Dio e il mare, «che spinge a osare e a non temere l’incognito», il card. Bagnasco ha affidato la città alla protezione del Battista e a quella della Vergine.

Don Ciotti ed Ernesto Olivero “ambasciatori dell’eccellenza torinese”

Nel capoluogo piemontese, l’arcivescovo mons. Cesare Nosiglia, durante la messa celebrata in Duomo, ha voluto lanciare un forte appello alla solidarietà e alla coesione sociale, ora che l’emergenza sanitaria sembra aver almeno temporaneamente allentato la sua morsa, ma la crisi economica è appena all’inizio. «Quando parliamo della necessità di ridare un’etica alla finanza e all’economia e a tanti altri aspetti del lavoro e del vivere civile, non intendiamo solo un fatto privato e di coscienza, ma anche un modo sociale di impostare i meccanismi stessi del potere e dell’autorità in tutti i campi» ha sottolineato il presule. L’emergenza Covid-19 ha senza dubbio messo a nudo tante fragilità. «L’orgoglio di bastare a se stessi e di fare a meno di Dio o comunque di confinarlo nel sacro, nel privato religioso, in una pratica rituale avulsa dai veri problemi della vita e del quotidiano serpeggia come tentazione continua nell’animo anche del credente» ha fatto notare mons. Nosiglia. Questo dev’essere, invece, il tempo dell’impegno. «Coltivare giustizia e pace significa anche farsi voce di chi non ha voce in questa società. In tanti oggi vivono condizioni di mancanza di lavoro o di sofferenza aggravate da senso di solitudine e di abbandono» e «sembra che a nessuno interessi la loro sorte e si prenda a cuore i loro problemi. Facciamo emergere dunque queste situazioni per richiamare a tutti ad esercitare quella prossimità che rende la vita più vera e fraterna».

Infine l’arcivescovo di Torino ha esortato tutti (cristiani, ma non solo) a guardare al futuro con coraggio, seppur in mezzo a tante prove, «perché la nostra città ha delle potenzialità umane, spirituali, culturali, politiche ed economiche di prim’ordine e fortemente radicati nel tessuto della vita dei suoi abitanti, ma deve credere di più in se stessa, riscoprire e rivitalizzare la sua anima che tiene unite tutte queste risorse». Nel giorno di San Giovanni, la città sabauda ha anche voluto premiare, con una cerimonia pubblica svoltasi in municipio e presieduta dalla sindaca Chiara Appendino, sette “ambasciatori delle eccellenze torinesi”, persone che si sono distinte in diversi ambiti, dall’imprenditoria all’impegno solidale, dalla cultura allo sport. Tra loro ci sono anche due figure di riferimento del mondo cattolico: don Luigi Ciotti (fondatore del Gruppo Abele e di Libera, una vita a fianco degli ultimi, dai migranti ai tossicodipendenti, fino alle vittime della criminalità organizzata) ed Ernesto Olivero (fondatore del Sermig, il Servizio Missionario Giovani, che nella sue case, a Torino, ma anche in Brasile e in Giordania, accoglie migliaia di persone fragili e lavora per costruire la cultura dell’incontro e della fraternità).

A Firenze il monito di Betori

  

«Oggi celebriamo la nascita del Precursore di Gesù, e la parola nascita evoca in noi attese e speranze, essendo ben consapevoli di come i giorni che viviamo abbiano bisogno di assumere il carattere di una nuova nascita per questa città e per il mondo» ha sottolineato, nella sua omelia, l’arcivescovo di Firenze, il card. Giuseppe Betori. Anch’egli ha colto, nell’emergenza, un’occasione per andare alle radici dei valori spirituali: «proprio il tempo delle limitazioni imposte dal contrasto alla circolazione del virus ha permesso di fare un discernimento tra ciò che è davvero essenziale nella vita umana e ciò che invece l’appesantisce perché non appartiene alla sua autenticità. Troppe cose che sembravano irrinunciabili ci sono apparse vacue, e qui possiamo mettere tutto il mondo del consumismo, mentre di altre abbiamo capito quanto fossero indispensabili, e penso anzitutto alle relazioni tra le persone».

Nel descrivere il progetto di rinascita, il card. Betori ha voluto sottolineare alcune peculiarità fiorentine, scandite da «parole che difficilmente altri si possono attribuire quale loro patrimonio, come invece possiamo fare noi fiorentini: riposo, bellezza, contemplazione, pace, elevazione, proporzione, misura. E tutto intrecciato nella concretezza di religione, famiglia, lavoro, cultura e cura della persona». Ed è su questa consapevolezza che, secondo il porporato, si può fondare la costruzione del futuro: «Questo edifica una comunità con una forma davvero umana, e quindi divina. Proviamo a passare al vaglio di queste dimensioni e di questi luoghi di vita le scelte urbanistiche, economiche, imprenditoriali, sociali che si dovranno fare nei prossimi mesi».

Un'alleanza tra comuni

Non solo le Diocesi, ma anche i comuni di Genova, Torino e Firenze hanno voluto sperimentare, in un momento così incerto, un percorso comune. E se, a causa delle misure anti-assembramento, bagni di folla e spettacoli pirotecnici sono stati aboliti, le tre città hanno organizzato un evento da seguire a distanza. Trasmessa su Rai Premium con la regia di Duccio Forzano, la serata prende le mosse da Torino (dove 200 droni “danzano” insieme a 4 ballerini all’interno della Mole Antonelliana), per poi, attraverso collegamenti con Genova e Firenze, intessere un dialogo a distanza, nel nome della musica, dell’intrattenimento e dell’arte.

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