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la storia
 

Il vescovo del Texas s'inginocchia per George Floyd e il Papa gli telefona per ringraziarlo

09/06/2020  La protesta di monsignor Mark Joseph Seitz che guida la diocesi di El Paso, al confine tra Messico e Usa: «Che una discriminazione così grave avvenga nelle forze dell’ordine e nel governo è qualcosa da cambiare. Al Pontefice ho detto che ritenevo indispensabile mostrare la solidarietà della Chiesa verso coloro che stanno soffrendo»

Gli occhi chiusi, la mascherina a coprire il viso, una rosa bianca e il cartello con la scritta “Black Lives Matter“, slogan delle proteste di questi giorni negli Stati Uniti. È il gesto di monsignor Mark Joseph Seitz, 66 anni, che insieme ad altri dodici sacerdoti della sua diocesi di El Paso, in Texas, il 1° giugno scorso si è inginocchiato in silenzio per 8 minuti e 46 secondi per protestare contro la brutalità della polizia americana dopo la morte di George Floyd, il quarantaseienne afroamericano ucciso il 25 maggio scorso per soffocamento durante l’arresto operato da quattro poliziotti bianchi di Minneapolis. Un caso che ha innescato proteste e manifestazioni in tutti gli Stati Uniti contro il razzismo e i metodi violenti della polizia. «Sinceramente, raccogliermi in preghiera è solo un modo molto piccolo per partecipare a ciò che tanti stanno mettendo in atto nelle loro proteste pacifiche», ha spiegato monsignor Seitz al giornale locale El Paso Times.

Due giorni dopo, mercoledì 3 giugno, il vescovo ha ricevuto intorno alle 9.30 del mattino la telefonata d’incoraggiamento e di sostegno da parte di papa Francesco. «Ho detto al Santo Padre che ho ritenuto indispensabile mostrare la nostra solidarietà verso coloro che soffrono», ha affermato Seitz in una nota. «Gli ho anche detto quanto sono onorato di servire il popolo della diocesi di El Paso e del confine». Il vescovo ha condiviso la notizia della telefonata “a sorpresa” del Pontefice nella riunione settimanale su Zoom con i sacerdoti della diocesi che si estende su un territorio di settantamila chilometri quadrati e conta cinquantasette parrocchie.

«Attraverso di me, il Papa sta manifestando la sua unità con tutti coloro che sono disposti a mettere la faccia e dire che tutto questo deve cambiare», ha spiegato Seitz. «Brutali uccisioni come quella di George Floyd non dovrebbero mai più accadere. Ovunque ci sia una mancanza di rispetto per gli esseri umani, dove c’è un giudizio basato sul colore della loro pelle, bisogna intervenire affinché questo non avvenga mai più. Che una discriminazione così grave avvenga nelle forze dell’ordine, negli affari, nel governo, in ogni aspetto della nostra società, questo deve cambiare. E ora sappiamo molto chiaramente che il Santo Padre sta facendo sua questa preghiera».

Il vescovo di El Paso, 66 anni, incontra alcuni migranti il 27 giugno 2019 (foto Reuters)
Il vescovo di El Paso, 66 anni, incontra alcuni migranti il 27 giugno 2019 (foto Reuters)

«Il problema razziale negli Stati Uniti è ancora presente»

Padre Mike Lewis era uno dei dodici sacerdoti presente alla protesta silenziosa: «Volevamo dare un segno orante di sostegno agli sforzi per sradicare il razzismo e per i manifestanti che stanno manifestando pacificamente cercando di attirare l'attenzione su questo problema che purtroppo c’è ancora e non è stato risolto, ed è qualcosa sul quale abbiamo bisogno lavorare tutti».

Monsignor Seitz ha detto ai sacerdoti che «è stato bello avere il sostegno del Papa, ascoltarlo e sapere che ha detto che siamo uniti nella preghiera mentre lavoriamo tutti a favore della pace e della giustizia nel mondo, secondo la nostra missione cristiana».

Proprio nel giorno della telefonata al vescovo di El Paso, papa Francesco all’udienza generale aveva espresso la sua preoccupazione per le proteste che stanno incendiando gli Stati Uniti: «Seguo con grande preoccupazione», aveva detto rivolgendosi direttamente agli americani, «i dolorosi disordini sociali che stanno accadendo nella vostra Nazione in questi giorni, a seguito della tragica morte del Signor George Floyd. Cari amici, non possiamo tollerare né chiudere gli occhi su qualsiasi tipo di razzismo o di esclusione e pretendere di difendere la sacralità di ogni vita umana. Nello stesso tempo dobbiamo riconoscere che “la violenza delle ultime notti è autodistruttiva e autolesionista. Nulla si guadagna con la violenza e tanto si perde”. Oggi», aveva proseguito il Pontefice, «mi unisco alla Chiesa di Saint Paul e Minneapolis, e di tutti gli Stati Uniti, nel pregare per il riposo dell’anima di George Floyd e di tutti gli altri che hanno perso la vita a causa del peccato di razzismo. Preghiamo per il conforto delle famiglie e degli amici affranti, e preghiamo per la riconciliazione nazionale e la pace a cui aneliamo».

 
 
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