PHOTO


Una scelta insolita già il soggetto – il profeta Elia, la cui «parola bruciava come fiaccola» (Siracide 48,1) –, messo in musica tra il 1836 e il 1846, su un libretto di Julius Schubring, da Felix Mendelssohn, ansioso di «rendere piena giustizia all’elemento drammatico» della vicenda narrata negli otto capitoli della Bibbia che vanno da 1Re 17 a 2Re 2. E ancora più insolita la scelta di presentare della musica sacra in forma scenica, come avvenuto nello spettacolo andato in scena all’Opera di Zurigo tra giugno e luglio scorsi: con cantanti e persino il coro, sul palco per oltre metà delle due ore di durata dell’oratorio, che recitano a pieno titolo nell’Elias. Ma, come sostiene il regista Andreas Homoki, «se vedi un oratorio anche visivamente, il messaggio ti arriva più facilmente». Ne parliamo con il direttore d’orchestra Gianandrea Noseda, 61 anni, direttore della statunitense National Symphony Orchestra, alle spalle una lunga carriera internazionale.
Elia è una figura forte, implacabile nella denuncia dell’idolatria del suo popolo e dei suoi governanti, però anche una figura sfaccettata, con momenti di tenerezza, di scoraggiamento... È una figura attuale oggi?
«Elia ha un forte senso di integrità, una grande responsabilità nei confronti della verità e quindi non scende a compromessi per avere il consenso. Come profeta è anche libero, perché dice le parole di Qualcun altro. Ma questo gli dà anche un grande senso di fragilità: lui parla ai potenti, che se la prendono con lui. È una persona di passioni forti. Ma sempre per ragioni profonde. C’è bisogno di queste persone, penso. Invece oggi si scelgono spesso persone che hanno delle ricette più semplici, che parlano più alla pancia».
Vede all’orizzonte dei leader profetici, capaci di dire parole di verità?
«Non molti. Non mancano figure di grandi responsabilità anche non religiose, ma credo che la figura del Papa sia sempre stata comunque una figura di riferimento, religioso, sociale e in qualche modo anche politico, anche se il Papa non fa politica in senso diretto. Ma toccando il cuore e la mente, come faceva Gesù, si può anche provare a creare un mondo più aperto e rispettoso. Invece oggi mi pare che si preferisca la scorciatoia dell’uomo forte a cui delegare tutto».
Lei ha un lungo legame professionale con gli Stati Uniti, che effetto le ha fatto l’elezione di un Papa americano?
«Sono un credente, e credo che alla fine è lo Spirito Santo a operare nel Conclave, anche attraverso le sue dinamiche umane. È giusto avere oggi un Papa americano, come ieri papa Francesco, e prima ancora Benedetto XVI, Giovanni Paolo II, Giovanni Paolo I con i suoi 33 giorni. Come fu profetico Paolo VI nel suo tempo. Figure che sono state amate ma anche criticate».


Un momento della rappresentazione dell'oratorio Elias di Felix Mendelssohn (foto Teatro di Zurigo).
In orchestra occorre accordare persone diverse tra loro, musicalmente, ma anche umanamente: può essere una palestra di pace in un mondo dove oggi sembra prevalere la logica dello scontro?
«Dal 2019 sono direttore musicale del Festival di Tsinandali, in Georgia. Lì è stata creata un’orchestra di giovani (18-26 anni) provenienti da Georgia, Armenia, Azerbaigian, Kazakistan, Ucraina, Russia, Turkmenistan, Turchia... Per il retaggio di ostilità storiche che hanno alle spalle, una convivenza non facile: per un turco e un armeno la storia del genocidio è ancora lì. Quando alla fine del festival, dopo 5 settimane, ho visto abbracciarsi georgiani, ucraini, russi, turchi e armeni, armeni con gli azeri, mi sono detto: si può fare. Per gli adulti è molto più difficile: le ferite che la vita ti dà ti rendono più cinico. Invece i giovani hanno ancora i sogni e possono scegliere. Con loro il cambiamento è possibile».
Quali sfide le pone il lavoro ordinario con l’orchestra?
«Andare in orchestra tutti i giorni può anche diventare un lavoro impiegatizio, una routine. Al direttore tocca richiedere ai musicisti di ricordare il giorno che ti ha fatto decidere di dare la tua vita alla musica».
Di recente ha diretto la Missa Solemnis di Beethoven. Ci sono opere di musica sacra a cui è particolarmente legato?
«Il Requiem di Verdi, Ein Deutsches Requiem di Brahms e la Missa Solemnis di Beethoven mi creano un terremoto interiore, ma anche momenti di tenerezza, di stupore, persino di paura per l’immensità che racchiudono. E nessuno dei tre compositori era veramente religioso! Però toccano delle corde che arrivano a chiunque. Pensi al Requiem di Verdi: comincia dal silenzio e finisce nel silenzio. È come un grande sviluppo anche metaforico della vita, dalla nascita alla morte. E il Libera me conclusivo, una preghiera sincera... Forse non era credente, ma uno che scrive una cosa simile non può non essere vicino a Dio!».
Ha mai diretto musica sacra di Bach?
«Alcune cose. Il mio grande sogno è la Passione secondo Matteo... Bach è l’essenza della spiritualità in musica. Il mio primo maestro di pianoforte diceva: c’è Dio, poi c’è Bach e poi ci sono tutti gli altri. Aveva proprio ragione!».
Qual è il primo ricordo musicale?
«Avevo 4 anni, mettevo su i dischi di mio padre e ricordo Musica sull’acqua di Händel e la Sinfonia in sol minore di Mozart. Mi affascinava, e già mi facevo domande. A cui ho trovato risposte più tardi».
Nella foto cover: Gianandrea Noseda (foto Tony Hitchcock)




