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sabato 16 gennaio 2021
 
 

Quei giovani che non se ne vogliono andare. Di chi è la colpa?

29/09/2020  L’analisi Eurostat ci aiuta a capire il fenomeno dei presunti "bamboccioni" senza pregiudizi e semplificazioni. Certamente le politiche attive per facilitare l'uscita di casa hanno un ruolo decisivo. E vanno promosse perché l'autonomia dei giovani è la priorità di ogni nazione che voglia costruire un futuro.

I recenti dati Eurostat sull’età a cui i giovani escono di casa in 32 Paesi europei sono di estremo interesse, ben al di là della consueta lamentazione sui cosiddetti bamboccioni italiani. In effetti l’età media complessiva  europea di uscita di casa si attesta nel 2019 attorno ai 26 anni, ed è facile notare che in Svezia si esce a 17,8 anni (!), mentre in Italia si esce a 30,1 anni. A dire il vero non è l’Italia il Paese con il dato più alto: si deve andare in Montenegro, dove i giovani escono ancora più tardi, a 33,1 anni. E la Svezia è davvero un caso a parte: in nessun altra nazione si scende sotto i 20 anni: in Lussemburgo si esce a 20,1 anni, in Finlandia a 21,8, e seguono altri Paesi del Nord Europa. 

L’analisi dei diversi contesti nazionali forse aiuta a districarsi nelle varie ipotesi interpretative senza affidarsi a pregiudizi eccessivamente semplificatori: colpa dei ragazzi che non vogliono rischiare? colpa delle famiglie che non si fidano dei figli e li “trattengono”? colpa del mercato del lavoro, che offre solo lavori precari? colpa delle politiche, che investono su altre categorie e non sostengono giovani e bambini? Probabilmente in tutte queste ipotesi c’è del vero, e sarebbe meglio capire come intervenire su ciascuna di esse, anziché cercare il colpevole. Però dai dati si possono notare diversi aspetti.

In primo luogo ci sono “gruppi di nazioni” con comportamenti omogenei: quelle in cui si esce più tardi, dove cioè i giovani fanno più fatica a conquistare l’autonomia, sono in primo luogo i Paesi balcanici (da questi si esce più tardi, tra i 31 e i 33 anni), e in seconda battuta i Paesi mediterranei (Italia, Spagna, Portogallo, Grecia, attorno ai 30 anni). L’interagire delle difficoltà economiche per i giovani, delle scelte politiche inadeguate e delle culture familiari più o meno emancipanti offre qui combinazioni molto differenti. Dall’altra parte, emergono i Paesi scandinavi, dove si esce prima possibile (tra i 20 e i 22 anni), e poi i Paesi centro-europei (tra 23 e 25 anni). Cosa fa soprattutto la differenza tra questi gruppi di nazioni? Certamente le politiche attive per l’autonomia dei giovani hanno qui un ruolo decisivo. Ad esempio sarebbe interessante sperimentare nel nostro Paese alcune delle misure di sostegno ai giovani che qui sono normali, come abitazioni facilmente accessibili e a basso costo, occasioni di lavoro non precarie, e magari anche l’università lontano da casa (aiuterebbe certamente l’autonomia), e vedere se sono le nostre famiglie ad essere bloccate e i nostri ragazzi ad essere pigri, e non, piuttosto, le politiche ad essere gravemente deficitarie. Diamo un’opportunità ai nostri figli: non ci deluderanno!

Un secondo dato, colpevolmente trascurato da molti commenti, è la differenza di genere: in alcuni Paesi l’età di uscita dalla casa è drammaticamente diversa tra maschi e femmine, evidenziando traiettorie di vita sicuramente diverse. È il caso soprattutto dei Paesi balcanici: in  Macedonia la differenza è di oltre 7 anni (i maschi escono in media a 35,6 anni, le femmine a 28). In Italia, il differenziale è presente (come in quasi tutti gli altri Paesi), ma molto più contenuto (maschi a 31 anni, femmine a 29,1). È un dato da non dimenticare, soprattutto perché le giovani donne hanno l’ulteriore potenziale handicap della gravidanza e della maternità, che sicuramente le penalizza fortemente, in assenza di politiche pubbliche efficaci e di una cultura del lavoro ancora troppo indifferenti alla grave emergenza natalità.

Cosa possono suggerire questi dati, qui solo brevemente analizzati? In primo luogo conviene ricordare che rimanere a lungo nella casa dei propri genitori costituisce per i giovani un oggettivo e prezioso “ammortizzatore”, di fronte a scenari sempre più complessi e turbolenti, ma questa scelta rinvia spesso troppo a lungo il loro protagonismo sociale e la loro reale autonomia. Sono tutti anni guadagnati alla propria libertà, quelli in cui si esce, si rischia, si mettono in gioco i propri talenti. E sarebbe interesse di tutti consentire ai giovani di prendersi in mano la propria vita, costruendo il proprio futuro e insieme il futuro del proprio Paese. Non è una questione privata: è una delle priorità di ogni nazione che voglia costruire il futuro: staremo a vedere, se davvero la Italian Next Generation sarà al centro delle attenzioni e delle priorità del nuovo piano di rilancio che in queste settimane potremo costruire, con risorse mai avute prima, che tolgono ogni alibi a chi deve decidere. Perché per costruire il futuro è indispensabile affidarlo nelle mani delle nuove generazioni.

 *Direttore del Cisf - Centro Internazionale Studi Famiglia

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