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Giovanni Falcone, solo da vivo eroe da morto

22/05/2017  Il magistrato ucciso a Capaci ha vissuto gli ultimi anni circondato da dissenso e diffidenza. La gloria è arrivata dopo postuma. Ecco perché.

Il rischio, a 25 anni da quel 23 maggio, è che il susseguirsi delle celebrazioni e della retorica - per certi versi inevitabili - lavino via la parte difficile da digerire, che ci facciano perdere di vista il fatto che Giovanni Falcone, per il Paese cui ha sacrificato prima la libertà e poi la vita, è stato un eroe soltanto da morto. Da vivo è stato un uomo sottoposto a «un infame linciaggio», per dirla con le parole della Cassazione nella sentenza definitiva (6 maggio 2004) del processo per la tentata strage dell'Addaura, l'attentato sventato alla casa delle vacanze che Falcone affittava.

 

A Torino, una gremita Sala Rossa di un salone del libro orgoglioso come non mai,  – comunque tra pochi intimi rispetto ai tanti che in questi giorni ricorderanno - emerge un Giovanni Falcone diverso: non il Falcone eroe, ma il Falcone uomo, solo, scaricato da quasi tutti – a parte pochi colleghi in minoranza -, che la coscienza collettiva non ama ricordare, perché la "stana" nella contraddizione tra l’isolamento del prima e le celebrazioni del dopo: «Gloria postuma, solo postuma, quella di Giovanni Falcone», tuona Gian Carlo Caselli, magistrato ora in pensione, Procuratore di Palermo tra il 1993 e il 1999, senza fare sconti alla magistratura «la storia di Falcone vivente è la storia di una cupezza insostenibile e di una straodinaria capacità di resistere». Si presenta l'Assedio, troppi nemici per Giovanni Falcone, scritto per Einaudi da Giovanni Bianconi: pagine che racchiudono gli ultimi quattro anni della vita agra di Giovanni Falcone.  Gian Carlo Caselli mette il dito nella piaga: «Un chilometro e mezzo di autostrada polverizzato, per uccidere un uomo solo. Siamo un Paese con una pericolosa tendenza all'amnesia: la mia generazione sta dimenticando, i giovani ancora non sanno che Giovanni Falcone, che oggi si celebra come l'uomo che ha restituito nel suo essere baluardo di legalità dignità al Paese, è stato in vita un uomo di eccezionale intelligenza, bastonato, costretto ad andarsene da Palermo, costretto a chiedere "asilo politico-giudiziario" al Ministero della giustizia (ufficio del direttore degli affari penali, ruolo riservato a un magistrato ndr.) per poter continuare il suo contrasto alla mafia e ad essere ripagato con l'accusa di essrsi venduto alla politica».

 

Tornano in mente le parole durissime di Ilda Boccassini, che lo difendeva da vivo, alla commemorazione del Palazzo di Giustizia a Milano, due giorni dopo la strage di Capaci, «Se qualcuno qui pensa che Giovanni si fosse venduto abbia il coraggio di dirlo adesso poi voltiamo pagina».

 

Tano Grasso è un fiume in piena: «Quando si è giunti a una strategia di isolamento? Falcone finisce colpito dalla delegittimazione nel momento più alto del successo, quando con il maxiprocesso porta la mafia per la prima volta a condanna, colpendola nel punto di massima forza, nella certezza dell’impunità, invertendo per la prima volta la tendenza dopo una teoria infinita di processi svaniti nell’insufficienza di prove. Se è fisiologico che uno come Falcone abbia una montagna di nemici, in "cosa nostra" ovviamente, nella zona grigia, se è fisiologico che trovi l’opposizione dei magistrati conservatori, è patologico che trovi l’opposizione politico culturale di quelli che gli dovrebbero essere amici e che considera amici. Ma accade. È la ragione della massima amarezza: com’è possibile – e parlo di una ferita per la mia generazione che aveva riposto la sua fiducia nella Rete – che a un certo punto Leoluca Orlando sia diventato avversario di Falcone?».

 

Falcone sapeva di dover morire, lo aveva scritto in Cose di cosa nostra, tra le righe, affidando a Marcelle Padovani nel 1991 una sorta di testamento professionale: «Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande». Ascoltando questo ricordo ruvido, senza sconti al clima di quegli anni, si capisce che Falcone era tutte e due le cose e non poteva non saperlo. Bocciato per la nomina all’ufficio istruzione di Palermo: «Una guerra sulla sua pelle al Csm per negargli un ufficio moribondo, destinato a finire di lì a un anno con il nuovo codice di procedura: quando gli preferirono Antonino Meli (molto più anziano, ma inesperto di mafia ndr.) – racconta Caselli che c’era e che votò per Falcone – il Consiglio superiore della magistratura scelse di votare contro il metodo di Falcone, quel metodo fatto di specializzazione e coordinamento che oggi è un’ovvietà come scoprire l’acqua calda. Si scelse consapevolmente un concetto di magistrato che dovesse fare di tutto un po’, si scelse di tornare indietro».

 

Bocciato per la candidatura al Csm. Morì prima di vedersi in faccia la porta dell’ennesima bocciatura, quella per la Procura Nazionale Antimafia, che prima che nascesse chiamavano Superprocura, ma non prima di doversi difendere al Csm dall’accusa di nascondere le carte nei cassetti. «Giovanni Falcone», racconta Giovanni Bianconi, che ha ricostruito con acribia questo lato buio della sua storia, «sapeva di essere nel mirino perché conosceva la mafia. La conosceva da Buscetta, da Mannoia, da Gaspare Mutolo: glielo avevano detto. Non si poteva tenere aperto un conto come quello del maxiprocesso confermato in Cassazione. Falcone ha pagato quello e ha pagato la superprocura attraverso la quale sperava di tornare a fare indagini per andare più a fondo. Io credo che la sua morte abbia consentito di scoprire tante cose dopo, perché solo a seguito delle stragi lo Stato ha dovuto reagire mettendo a disposizione strumenti normativi e spiegamento di forze per scoprire almeno un pezzo di verità. Ma c'è stato bisogno anche della strage di via D’Amelio: la strage di Capaci, come anche il maxoprocesso, si stava digerendo. Che la mafia ammazzasse un magistrato, in fondo, questo Paese l’aveva già accettato. Prova ne è il fatto che la conversione in legge del decreto che introduce il 41 bis e le norme sui pentiti, subito dopo Capaci, arriva al 50° giorno, subito dopo via D’Amelio e chissà se sarebbe mai divento legge senza via D’Amelio».

 

A distanza di 25 anni il paradosso sembra enorme: Falcone muore schiacciato tra chi, dentro e fuori dal suo mondo, lo accusa di fare troppo, di essere un professionista dell’antimafia, di cercare potere, e chi lo accusa di non fare abbastanza, di non andare abbastanza a fondo: «Già un’altra volta era dovuto andare a spiegare al Csm - racconta ancora Bianconi - che per fare i processi servono prove,  che non basta dire quello è mafioso e portarlo alla sbarra. "Non solo perché si fa cosa sbagliata dal punto di vista morale, ma perché si perde credibilità anche dal punto di vista dell’inquirente se lo porto a processo e mi viene assolto, quello sbandiererà tutta la vita l’assoluzione, che magari con indagini fatte per bene non sarebbe venuta, e gli faccio un favore: avrà la sua patente d’antimafia con la mia collaborazione”. Tutte cose di grande attualità».

 

Quel procedimento a carico di Falcone sulle carte nei cassetti fu chiuso al Csm solo il 4 giugno del 1992, dieci giorni dopo che Falcone era saltato in aria. È in questo contesto, conclude Bianconi, che lui, riservatissimo fin lì, si era risolto a rispondere alle domande dei giornalisti: «Lo fece perché sentiva che soltanto far conoscere poteva salvarlo. Non è bastato. Se fosse stato riconosciuto a Giovanni Falcone in vita quello che gli è stato riconosciuto da morto forse la storia di questo Paese sarebbe stata diversa».

 

Oggi le carte di quei processi al Csm vengono desecretate, un modo anche questo di consegnare Falcone alla storia tutto intero, solitudine compresa.

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