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domenica 20 settembre 2020
 
L'indagine
 

La paura dei giovani per un futuro incerto

10/04/2020  Realizzata negli ultimi giorni di marzo, in piena pandemia, un'indagine ci rivela come stanno vivendo l'isolamento forzato i giovani italiani tra i 20 e i 34 anni. L'intervista al curatore Alessandro Rosina

Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale, è il coordinatore scientifico dell'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo.
Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica sociale, è il coordinatore scientifico dell'Osservatorio Giovani dell'Istituto Toniolo.

Come gli under 35 vivono la crisi sanitaria? Come interpretano le misure adottate e le conseguenze prodotte? Come guardano al dopo? L’Osservatorio Giovani dell’Istituto Giuseppe Toniolo ha promosso un'indagine, condotta da Ipsos su un campione di 2000 cittadini dai 18 ai 34 anni, realizzata nel pieno della fase 1 dell’emergenza sanitaria, ovvero quella in cui l’andamento della diffusione, secondo i dati ufficiali, stava raggiungendo il picco. Ne parliamo con Alessandro Rosina, docente presso l’Università Cattolica di Milano e curatore della ricerca.

 

Perché è importante, in questo momento, un’indagine riguardante i giovani?

«Perché consente di leggere l’impatto della crisi sanitaria e le prospettive del dopo attraverso timori e aspettative delle nuove generazioni. Da un lato sono i giovani la componente che vivrà le maggiori ricadute sui percorsi di formazione e professionali, d’altro lato è attraverso i loro occhi che la realtà che cambia trasforma modi di pensare e di agire che rimodellano la società futura. Da questo nuovo sguardo è necessario partire per capire come dall’isolamento si scenderà di nuovo in campo, si andrà a trovare la propria posizione, si potrà ridefinire i propri spazi di azione con rinnovati obiettivi, progetti e strumenti».

Come e quando è stata effettuata?

«E’ stata realizzata negli ultimi giorni del mese di marzo attraverso un questionario online somministrato ad un campione rappresentativo di duemila residenti italiani tra i 20 e i 34 anni. Tale indagine ha quindi consentito di interpellare i giovani nel pieno della fase 1 dell’emergenza sanitaria, ovvero quella in cui l’andamento della diffusione, secondo i dati ufficiali, stava raggiungendo il picco. Risulta quindi particolarmente adatta per sondare come questa fascia di età vive la crisi sanitaria, come interpreta le misure adottata e le conseguenze prodotte, come guarda oltre l’emergenza».

Quale sembra essere la maggior preoccupazione e il disagio più grosso da affrontare?

«La maggioranza degli intervistati pensa che rischi come quello della pandemia Covid-19 siano destinati ad aumentare (concorda il 52,5%, in disaccordo solo il 12,6%, il resto in posizione intermedia). Più in generale, assieme ai timori sull’ambiente si unisce ora quello di esposizione a diffusioni di virus aggressivi. L’epidemia è il segnale di un mondo che espone a nuovi rischi e non un fenomeno passeggero: si è creata infatti una rottura nei percorsi individuali abituali e nei modelli sociali e di sviluppo. Di conseguenza, per quasi la metà degli intervistati è, infatti, aumentata la percezione di un futuro pieno di rischi ed incognite. In particolare, la maggioranza sperimenta una peggiore situazione economica e ampio è il numero di coloro per i quali sono peggiorate le condizioni di lavoro. Questo in modo ancor più accentuato per le classi sociali più svantaggiate (nel 26,1% il peggioramento economico è stato grave per chi ha titolo basso contro il 14,2% di chi ha titolo alto). Rilevanti anche le ricadute negative nello studio, concentrate maggiormente sugli under 25 (per il 36,5% di questi ultimi le possibilità di adeguata formazione sono peggiorate). Forti sono, inoltre, le preoccupazioni sulla tenuta del Paese e sulle condizioni sociali. Quasi due giovani su tre si aspettano conseguenze complessivamente negative, soprattutto sulla dimensione economica e occupazionale. Ma inquietano anche le possibili ricadute sul reddito delle famiglie, sulla tenuta del welfare pubblico e sull’inasprimento delle diseguaglianze».

E quali aspetti positivi stanno emergendo o emergeranno secondo i giovani?

«Dal punto di vista personale, basse sono per i giovani le ricadute negative sulla propria salute. Nonostante la clausura, per il 40% degli intervistati è migliorato l’uso del tempo libero: si sono ridotte le relazioni sociali all’aperto e nei luoghi pubblici, ma ci si trova con più tempo per sé. Rispetto al Paese, in generale, intravedono aspetti positivi sul campo delle nuove tecnologie (smart working, commercio online, competenze digitali), meno chiaro è come evolverà lo scenario rispetto alle relazioni sociali e alla cura del bene comune. Ma proprio su questi aspetti si giocherà la differenza tra un paese che dimostra di avere risorse personali e collettive per guardare oltre i limiti del passato e rigenerarsi e uno invece che si accontenta di adattare il declino ad una nuova normalità».

Ci sono differenze tra uomini e donne nell'affrontare questa emergenza?

«Nonostante le donne sembrino essere dai dati ufficiali meno colpite in modo grave dal virus, si mostrano però più preoccupate in generale e più consapevoli della necessità di misure restrittive per il contenimento della diffusione. Ma sono anche quelle che trovano in sé maggiori risposte positive, ad esempio nel sentire di dare più valore alla vita, nel coltivare nuovi interessi, nella capacità di riconoscere opportunità che considerava impensabili. Si tratta di una energia positiva che emerge dalle nuove generazioni ma ancor più forte nella componente femminile».

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